domenica, Novembre 28

Le conseguenze di Bruxelles Dal mini-vertice di Bruxelles: come affrontare il problema dei migranti?

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L’improvvisa fine della politica ‘del cenno con la mano’, durata tre mesi, ha dato occasione, durante il vertice, a un intervento del Primo Ministro ungherese Viktor Orbán piuttosto polemico. Egli ha evidenziato che, dopo le misure adottate dal suo Governo, la via balcanica dei migranti non tocca più l’Ungheria, la quale, dunque, ha preso parte al vertice solo nel ruolo di osservatore. La politica che ora pare essere quella dell’UE è stata da tempo adottata dal Governo ungherese, l’unico che si era spinto a chiedere più volte, e fin dallo scorso anno, che i membri dell’Unione difendessero insieme le frontiere nei punti critici, senza però trovare ascolto. Si era anzi arrivati al punto che il solo esponente politico, ovvero lo stesso Orbán, capace di leggere correttamente la drammaticità della situazione era stato accusato di voler creare del panico. Quel che oggi può fare l’Ungheria è di condividere le sue esperienze positive nel prevenire le illegalità lungo le frontiere. A una successiva domanda in conferenza stampa, se consigliasse anche ad altri di erigere recinzioni, Orbán ha tuttavia risposto che non è suo compito distribuire consigli, forse polemizzando in questo modo indiretto con chi, nonostante i molti errori accumulati, ne distribuisce invece in gran numero al suo Paese.

Una delle decisioni cruciali del vertice resta comunque avvolta in una sostanziale incertezza. Molto si ripromette, infatti, l’UE da un coordinamento con la Turchia (che non era presente al mini-vertice: pare non abbia accettato l’invito). Alla Turchia si è promesso un aumento dei fondi per la gestione dei campi profughi lungo il confine con Siria e Iraq, oltre a qualche piccolo vantaggio pratico come una maggiore libertà di movimento per i cittadini turchi in Europa (cose già assicurate dalla Merkel durante una breve visita in Turchia sette giorni fa; il vertice di Bruxelles di ieri le ha semplicemente fatte proprie). Ma che Ankara sia disposta ad accettare le richieste dell’Unione (o della Germania) è tutt’altro che certo. Da un lato il Governo turco sta contribuendo all’escalation di violenza nell’area medio-orientale, dopo la decisione di inizio agosto di riaprire il conflitto con i curdi che definisce terroristi (e con ciò alimenta il flusso dei profughi); dall’altro lato le elezioni politiche del prossimo primo novembre annunciano scenari preoccupanti, sia che il partito del Presidente Erdogan AKP ottenga la maggioranza assoluta mancata nelle elezioni del maggio scorso -cosa che porterebbe a un indurimento della sua linea anticurda-, sia che si renda necessario un Governo di coalizione, prospettiva per la quale nessuno dei partiti in lizza si dice disponibile, col rischio che si protragga la già grave instabilità interna.

La politica sull’immigrazione dell’UE che, com’è inevitabile, riflette quasi in toto gli orientamenti del Paese membro più ricco e più forte, si trova insomma di fronte a gravi difficoltà, il cui numero pare destinato a crescere.

Le decisioni del mini-vertice di ieri a Bruxelles sono state infatti adottate sullo sfondo delle dichiarazioni rese dal Presidente della compagnia Airbus, il tedesco Tom Enders, secondo il quale i Paesi europei dovrebbero contemplare la possibilità di deroghe al salario minimo, permettendo una maggiore ‘flessibilità’ nei contratti a breve termine. Enders chiarisce che la sua proposta è fatta nell’esclusivo interesse di una più rapida integrazione degli immigrati nelle società europee: «Se la barriera all’ingresso nel mercato del lavoro è troppo elevata, l’integrazione degli immigrati fallirà». A dire il vero, né Enders né Airbus erano finora conosciuti per una particolare sensibilità verso i meno abbienti, tuttavia questa idea era già stata vagamente ventilata dal Ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble (come riportato a suo tempo da ‘L’Indro‘). Quali ricadute essa avrebbe sul mercato del lavoro si può immaginare.

A quanto pare, non sarà quello applicato alle frontiere esterne l’unico ‘giro di vite’ che la crisi innescata dall’immigrazione porterà con sé.

 

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