giovedì, ottobre 18

Le complicazioni di Salvini alla prese con la legge  Un decreto che non avrà vita facile

0

Il ministro dell’Interno Matteo Salvini, nel corso della trasmissione di Nicola Porro su ‘Rete Quattro‘, parla dell’avviso di garanzia inviatogli dalla procura di Agrigento che lo ha indaga per sequestro di persona in relazione all’ormai dimenticata vicenda della nave ‘Diciotti’. La cosa gli ha complicato la vita, confida Salvini: «Perché ho dovuto spiegare ai miei due figli che il che il papà non è un sequestratore di persona, è un papà normale come gli altri».

   Gia’: papa’ Salvini avra’ dovuto chiarire ai due rampolli che la magistratura in Italia ha un vincolo che si chiama “obbligatorieta’ dell’azione penale”; che questo vincolo/dovere vale (o dovrebbe valere) per tutti, e anche per il papa’, anche se il papa’ fa di mestiere il ministro dell’Interno e il leader della Lega. Questo perche’, come ha detto recentemente il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, I magistrati sono soggetti solo alla legge; e la legge impone che di fronte a una possibile notizia criminis si apra un fascicolo e una relative indagine; e la persona oggetto di questa indagine, anche se e’ il papa’ che di mestiere fa il ministro dell’Interno e leader della Lega, viene per questo raggiunto da un avviso di garanzia; avviso che non e’ di per se’ sinonimo di colpevolezza come troppe volte si fa credere, ma uno strumento appunto di ‘garanzia’ per l’imputato che viene cosi’ messo nella condizione di potersi difendere…

    Tutto questo avra’ dovuto chiarire papa’ Salvini. Per esempio che ogni imputato, anche il papa’ che fa di mestiere il ministro dell’Interno e leader della Lega, e’ innocente fino a quando una sentenza, esauriti i tre gradi di giuizio, non lo dichiara colpevole; e avra’ parimenti spiegato che non e’ lui, l’imputato, a dover provare di essere innocente; piuttosto il magistrato a dover provare che e’ colpevole. Non solo: avra’ anche spiegato che, pur se accade raramente, il Pubblico Ministero e’ tenuto per legge a raccogliere non solo gli elementi di colpevolezza, ma anche quelli di innocenza, e fornire questi e quelli al giudice, se non decide prima di archiviare tutto… Ecco: questo avra’ spiegato ai figlioli il ministro Salvini.

   Ora anche il ministro Salvini sa, in corpore vili, cosa significa essere indagati, cosa provano le persone care quando vedono un loro congiunto raggiunto da un avviso di granzia; quando poi non si tratta, come spesso accade, di un arresto preventivo. Ora anche il ministro Salvini conosce questo tipo di calvario. Non si vuole in nessun modo essere irrispettosi; pero’ ora si vorrebbe sapere da Salvini, che e’ insieme vice-presidente del Consiglio, ministro dell’Interno e leader della Lega, cosa vuole e cosa sa fare, perché alle persone normali siano evitate analoghe “complicazioni” a quelle che lui lamenta. Finora ha operato, e continua ad operare, perche’ queste “complicazioni” crescano. Quando poi va bene sono grida manzoniane.

   L’ultimo caso di questo comportamento contraddittorio e’ costituito dal decreto “sicurezza”, un piccolo pozzo di San Patrizio che in un unico testo accorpa misure appunto sulla “sicurezza” e sull’immigrazione.

    E’ un testo votato all’unanimita’, e dunque non e’ arbitrario chiamarlo decreto Conte-Salvini-Di Maio-Bonafede. Il decreto attualmente e’ all’attento e severo esame del presidente della Repubblica, cui spetta di stabilire se vi siano aspetti non conformi con la carta costituzionale. Giorni fa il Quirinale ha fatto sapere che le bozze di testi che preventivamente sottoposte all’attenzione di tecnici e giuristi presentavano aspetti palesemente incostituzionali: tali da rendere impossibile la firma del capo dello Stato. Sono stati giorni di febbrili e concitati tentativi di rendere compatibili le esigenze elettoralistiche degli “inquiline” di palazzo Chigi e Viminale con le perplessita’ piu’ volte espresso dal presidente Mattarella. Come lo stesso Conte fa sapere, “c’e’ stata un’interlocuzione al massimo livello“. Minimizza Salvini: «Piccole limature». Vedremo se le mediazioni, durate un paio di mesi, saranno sufficienti, e il Quirinale dara’ il suo via.

   Un decreto che comunque non avra’ vita facile. Superato l’attento e severo esame del Quirinale, sara’ accolto da un fuoco di sbarramento di ricorsi che quasi certamente approderanno alla Corte Costituzionale. Li’ tutti i nodi verranno inesorabilmente al pettine.

    Trentanove anni fa la Cosa Nostra massacrava il giudice Cesare Terranova, gia’ componente della commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia, firmatario, con Girolamo Li Causi, di una relazione che ancora oggi merita di essere letta. Torna in Sicilia, dopo essere stato parlamentare della Sinistra Indipendente. E’ utile ricordarlo con le parole di un suo grande amico, lo scrittore Leonardo Sciascia. Perché’ la memoria va coltivata, occorre impedire che si smarrisca il ricordo di quello che e’ stato.

   «Uno scrittore americano, Damon Runyon, un umorista, usa un termine mutuato dal gergo della malavita, “il dito’. Chiama così colui che indica le persone da uccidere, da sequestrare, da rapinare. Credo che in Italia, in ogni ambiente e in ogni categoria, ci sia un “dito”, e questo vale anche per certi omicidi del terrorismo. Il “dito” può funzionare per volontà, consapevolmente, e può funzionare incidentalmente; per esempio, lasciando sola la persona che vuole fare qualcosa. Negli ultimi giorni il procuratore deve essere stato molto solo. Questa può essere una spiegazione dell’omicidio, tenendo presente che la mafia compie dei delitti, dal suo punto di vista, sempre necessari. Non credo agli omicidi di mafia fatti sotto il segno della vendetta o della punizione. Quelli mafiosi sono delitti di prevenzione. E Costa doveva essere ormai un uomo pericoloso. Il magistrato, chiunque svolge un lavoro comunque pericoloso, dovrebbe tenere un diario in cui annotare tutto ciò che nelle carte d’ufficio non può scrivere: sospetti, impressioni, certezze non provabili».

   Valeva “ieri”, vale per l’”oggi”. Vale sempre.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore