venerdì, Maggio 14

Le complessità dello Yemen field_506ffb1d3dbe2

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Yemen citta

Diviso tra pretese separatiste e minacce jihadiste, lo Yemen rimane bloccato nella sua difficile transizione verso la democrazia. L’incapacità mostrata dai rappresentanti dei maggiori gruppi di interesse attivi nel Paese nel portare a termine il Dialogo nazionale iniziato lo scorso marzo, ponendo le basi per costruire uno Stato nuovo e più inclusivo, sta frustrando le speranze della popolazione yemenita e aumentando le pressioni disgregatrici.

Mentre nel nord del Paese imperversa il potere dei ribelli Houthi, nella regione di Aden si alza sempre più forte la voce dei movimenti che chiedono la ricostituzione dello Yemen del Sud. La minaccia più grande continua però a provenire da al-Qaeda nella Penisola Arabica, l’offshoot di al-Qaeda che continua a consolidare il proprio potere in varie province del Paese, rafforzando il proprio controllo sulle aree più arretrate. Il fastidio provato da gran parte dei cittadini nei confronti della ribellione qaedista è però bilanciato dalla rabbia verso le istituzioni yemenite, viste come deboli se non proprio assenti, e verso gli Stati Uniti: sono esplose le proteste popolari nel Paese dopo il drone strike americano che nella scorsa settimana ha colpito un corteo nuziale nella provincia di Bayda, uccidendo 12 civili.

Non è chiaro quali prospettive si aprano oggi di fronte a un Paese che da anni si trova di fronte al rischio del fallimento, ma è senz’altro evidente che in assenza di un’azione decisa la strada verso il collasso statale sarà breve. Abbiamo contattato Francesca Biancani, Professoressa di Storia e Istituzioni dei Paesi del Mediterraneo e Sviluppo Politico del Medio Oriente presso l’Università di Bologna, per discutere le principali problematiche che affliggono oggi lo Yemen, definendo un possibile quadro delle scelte da intraprendere per porvi rimedio.

 

Nonostante mesi fa diversi analisti indicassero la National Dialogue Conference yemenita come una delle migliori forme di transizione ‘negoziata’ nel Medio Oriente ‘post-Primavere arabe’, i ritardi nella conclusione della Conferenza stanno aumentando i timori nei confronti della possibilità di una sua riuscita. Quali priorità dovrebbero porsi oggi i vari gruppi di interesse attivi nelle trattative?

Il motivo per cui, a oggi, la NDC non è riuscita a concludersi entro il termine fissato del 18 settembre 2013 e a raggiungere i risultati attesi, ha sicuramente a che fare con la scarsa inclusività della Conferenza, soprattutto per quanto riguarda le forze rappresentanti le istanze separatiste del Sud, organizzate in maniera fluida nel movimento al-Hirak, che tra l’altro riflette solo l’ala moderata dei gruppi esistenti nel meridione, avendo gli hard-liners da subito non riconosciuto la Conferenza come legittima. Proprio questo ha fatto sì che il primo obiettivo della Conferenza, ovvero la costruzione di condizioni minime di fiducia tra le parti, indispensabile per la riuscita di qualsiasi transizione ad una forma di governo solido, non sia stato affatto realizzato sinora.

Molti osservatori ritengono che uno dei principali elementi di fragilità dello Yemen sia l’eccessivo potere detenuto dai vari clan a scapito delle autorità centrali. A suo parere, in quale terreno storico affonda le proprie radici l’eccessiva fragilità delle istituzioni dello Yemen?

Il ruolo politico delle tribù in Yemen, pervasivo e importante, è da sempre legato alla scarsa legittimazione dello Stato centrale e alla sua natura patrimoniale, con il conseguente problema della capacità del centro di estendere un controllo efficace sul territorio, in particolare in aree remote e difficili da raggiungere. In questo contesto, lo Stato ha accresciuto il ruolo dei capi tribali, delegando loro la gestione del potere a livello locale (dalla redistribuzione delle risorse alla risoluzione dei conflitti) attraverso un complicato sistema di relazioni patron-client. Mentre il governo si avvantaggiò anche del fatto che il permanere del tribalismo poteva fungere da strategia di frammentazione e depoliticizzazione della popolazione (la nota tattica del “divide et impera”), il mancato consolidamento della presenza di uno Stato centrale forte ha costituito comunque una ovvia fonte di instabilità per il Paese.

Le pretese separatiste del movimento al-Hirak nel sud dello Yemen danno forma a un’esigenza fortemente sentita da parte della popolazione delle regioni meridionali. Com’è possibile rispondere a tali richieste senza ledere l’unità territoriale del Paese o eccedere in concessioni federaliste?

E’ proprio questo che l’ NDC dovrebbe esplorare: quali possibilità esistano per salvaguardare l’unità nazionale, sia pure attraverso l’implementazione di ampia decentralizzazione ( le proposte formulate vanno dall’unitarismo – francamente poco praticabile a mio parere – al federalismo multiregionale, fino all’opzione bi-nazionale che vedrebbe la confederazione di uno Stato del Nord e uno del Sud. Allo stesso tempo, di fronte allo scarso successo dei negoziati e del tentativo di concertazione nazionale, si rafforzano in seno alle organizzazioni del movimento del Sud, l’ Hirak, richieste non compromissorie che vorrebbero il ritorno allo status quo precedente al 1990, ovvero l’esistenza di due stati distinti. Per quanto l’NDC abbia finora avuto il merito di aprire un ampio dibattito pubblico sulla Questione Meridionale, le posizioni sembrano al suo interno ancora troppo conflittuali. Mentre i politici a San’a si confrontano in maniera caotica sui vari scenari non possibili, non dimentichiamo che l’Hirak richiede comunque, riflettendo così il sentire della popolazione meridionale, che al termine di un periodo di transizione binazionale di tre anni l’assetto permanente sia sottoposto a un referendum finale. Il successo dell’NDC porterebbe comunque unicamente ad una fase ad interim, lasciando aperta la possibilità di una secessione futura. Rimane molto difficile allo stato attuale delle cose potere immaginare un esito che preveda il successo dell’opzione unitaria, sia in base all’incapacità finora dimostrata dalle forze coinvolte nell’ NDC a trovare una base comune per il dialogo sia per la radicalizzazione dei sentimenti separatisti nelle province meridionali. Penso che l’NDC dovrebbe rivedere piuttosto la sua agenda, non ponendosi solo il problema della struttura definitiva dello Stato, ma piuttosto concentrandosi sulla costruzione di un framework inclusivo per il dibattito e il raggiungimento di un accordo su alcune questioni, fase necessaria per poi poter affrontare successivamente le red-lines del negoziato.

Nonostante al-Qaeda sia stata allontanata dalle aree in cui negli anni scorsi aveva detenuto il potere e i drone strikes americani abbiano decimato la sua leadership, il gruppo continua a essere profondamente radicato nel territorio yemenita. Cosa è possibile fare per impedire che le province più arretrate dello Yemen divengano luoghi di reclutamento e addestramento dell’organizzazione jihadista?

Una strategia potrebbe essere quella di sostenere un rafforzamento dell’unitarietà dell’ Hirak e della strutturazione della sua leadership, prevedendo anche una maggiore inclusione di giovani attivisti. E’ l’atomizzazione stessa dell’Hirak, (unitamente alla incapacità del governo centrale di mantenere il controllo sul territorio e alla incapacità di articolare specifiche politiche per il Sud in termini di occupazione, riforma del sistema terriero, devolution amministrativa) , infatti, che incentiva, insieme ad altri militanti provenienti dall’estero, in particolare dall’ Arabia Saudita, giovani frustrati e disillusi a cercare di realizzare le proprie aspirazioni in seno ad AQAP (al-Qaeda in the Arabian Peninsula) a partecipare alla sua lotta contro il nemico “interno”, lo Stato yemenita, in quanto alleato delle forse occidentali. Il recente attentato ad un complesso del Ministero degli Interni a San’a, il 5 dicembre scorso, che ha fatto 56 vittime, mostra il perdurare della capacità offensiva di al-Qaeda nonostante le strategie di contro insurrezionali con l’uso di droni messe in atto dagli Stati Uniti.

 Sull’attuale governo di transizione di Hadi continua a pesare l’ombra dell’ex Presidente Saleh, che continua a mantenere una decisa influenza nel Paese e pare intenzionato a correre alle elezioni presidenziali. E’ possibile immaginare una transizione di successo per lo Yemen se Saleh e la sua cerchia non decidono di farsi definitivamente da parte?

Assolutamente no. Una delle principali preoccupazioni di Hadi, a partire dal suo accesso alla Presidenza, è stata anche quella di limitare il permanere dell’influenza di Saleh all’interno delle istituzioni – in particolare l’esercito – e riorganizzare il sistema di power-sharing nella capitale, San’a. Ancora una volta, il problema è che tutto questo ha ulteriormente significato marginalizzare la questione che è al centro di qualsivoglia processo di stabilizzazione dello Yemen: la risoluzione della Questione Meridionale.

 

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