giovedì, Settembre 23

Le cicatrici socio-economiche di Ebola

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Quest’estate, televisori e giornali di buona parte del mondo sono stati improvvisamente invasi da foto dell’Africa, un’Africa povera, un cliché un po’ datato di quando lo sfruttamento delle ricchissime materie prime del ‘continente nero’ ancora non procedeva così in fretta. Un’unica differenza: la presenza, insolita e inquietante, di uomini vestiti di tute ermetiche arancioni che si affaccendavano attorno a corpi in fin di vita. La ragione di tanta attenzione era quella che quest’estate è stata definita la più grante epidemia della storia di Ebola, febbre emorragica comparsa per la prima volta in Congo negli anni ’70.

Le immagini si sono andate diradando e i nostri media si sono concentrati sempre più sulle misure di sicurezza adottate dai paesi Europei per prevenire la diffusione del virus al di fuori dell’Africa e gestire gli sparuti casi di contagio dei loro cittadini. Proprio per questo, per tenere viva un’attenzione calante, e per ricordare che le cicatrici di Ebola non sono solo quelle dei corpi, il 18 dicembre Medici Senza Frontiere ha organizzato un incontro pubblico a Napoli durante il quale Stefano Zannini, direttore operativo di MSF, e Cristina Ercolessi, docente di Sistemi Politici e Sociali dell’Africa Contemporanea e di Relazioni Internazionali dell’Africa presso l’Università degli Studi di Napoli L’Orientale, hanno discusso dell’impatto socio-economico dell’epidemia.

Ebola ha colpito l’immagine dei ‘leoni africani’“, afferma CristinaErcolessi. Un recente rapporto della Banca Mondiale ha infatti riportato i dati sulla crescita economica dei tre paesi maggiormente colpiti, Liberia, Sierra Leone e Guinea, segnalando un crollo allarmante soprattutto per gli ultimi due, dove, spiega Zannini, “non siamo ancora riusciti a dare il colpo di grazia al virus come sta invece avvenendo in Liberia”. Secondo la Banca Mondiale, il tasso di crescita dei tre paesi si è molto più che dimezzato: la Liberia è passata da una crescita del 5.9% prima dell’inizio dell’epidemia ad una del 2.2% nel mese di dicembre, la Guinea è passata dal 4.5% allo 0.5% e la Sierra Leone dall’11.3% al 4%. Mentre la Liberia sembra in lenta ripresa, con una stima di crescita per il 2015 del 3%, la prospettiva degli altri due paesi non è affatto rosea: le stime di crescita sono in negativo, rispettivamente -0.2% e del -2%.

La Banca Mondiale stima che l’epidemia di Ebola tra il 2014 e il 2015 costerà più di due miliardi di dollari ai paesi della regione. Ma da che cosa dipende realmente questa contrazione, considerato che le vittime sono “solo” 6.400 (dati UNDP) contro i 4.300 di malaria solo il Sierra Leone (dati OMS 2013). La regione è reduce da una serie di conflitti transnazionali che si è conclusa solo nei primi anni 2000, lasciando una pesante eredità di distruzione e di esclusione sociale (soprattutto orfani ed ex-bambini soldato) da cui i tre paesi stavano cominciando a riemergere. Pur tenendo in considerazione questo contesto, secondo Zannini ed Ercolessi, l’emergenza Ebola non può non farci riflettere su un elemento: come può un paese con una crescita annua dell’11.3% come la Sierra Leone ritrovarsi con un sistema sanitario quasi inesistente, totalmente incapace di far fronte anche a malattie comuni (quindi figuriamoci Ebola)?

Se si guarda ai dati sull’aspettativa di vita, la mortalità infantile, l’analfabetismo, si ottiene un quadro deprimente di quasi tutti i paesi Africani che presentano alti tassi di crescita. Inoltre, le loro economie restano estremamente deboli e la crescita economica è dovuta all’esportazione di materie prime, che in quella regione sono soprattutto minerarie e diamantifere” spiega Ercolessi. “Questi dati non dipendono dall’epidemia, ma testimoniano una fragilità di fondo che viene affrontata solo con un approccio emergenziale quando emerge qualche problema che lo rende necessario”.

Che la crescita economica e i livelli occupazionali della regione dipendessero dallo sfruttamento delle risorse mineriarie da parte di compagnie straniere viene confermato anche da un altro rapporto della Banca Mondiale sull’Ebola in Liberia, in cui si legge che il 46% dei lavoratori liberiani ha perso il lavoro nel corso dell’epidemia a causa della chiusura di molti impianti di estrazione mineraria e dell’evacuazione del personale straniero qualificato.

L’evacuazione del personale qualificato delle aziende e delle agenzie di sviluppo, le restrizioni sulla circolazione di beni e persone, la brusca sospensione degli investimenti, sono elementi che contribuiscono ad uno shock economico non indifferente che ha impatto sui livelli occupazionali e sul reddito familiare”, continua Ercolessi, ricordando che la chiusura dei mercati per motivi sanitari ha avuto ricadute drammatiche sia sui commercianti che sugli utenti per l’approvvigionamento di beni di sussistenza, primi tra tutti cibo e medicinali.

Anche i sistemi sanitari nazionali subirano conseguenze molto gravi nel medio-lungo termine”, spiega Zannini. I decessi nel personale medico-sanitario locale sono stati moltissimi sopratutto nelle fasi iniziali dell’epidemia quando non era ancora del tutto chiaro cosa stesse succedendo. In situazioni come quelle dei tre paesi in questione, in cui il numero dei medici procapite è talmente basso da essere quasi irrilevante (Guinea 11 x1000, ma in Liberia sono appena 0.03 x 1000. Inoltre si stima che ci siano più medici della Sierra Leone nel Regno Unito che in Sierra Leone. CHEK DATA), ogni medico in più ha un valore inestimabile. Al di là delle risorse umane, anche quelle materiali sono state concentrate tutte sui centri Ebola, con il risultato di lasciare ‘scoperte’ altri settori medici altrettanto (se non più) importanti, come ad esempio la prevenzione e la cura della malaria.

Anche gli aiuti allo sviluppo hanno subìto l’impatto dell’emergenza. Come spesso accade, spiega Zannini, molti donatori hanno concentrato le proprie risorse sul settore sanitario per tamponare l’emergenza, non senza una punta di opportunismo: concentrarsi su Ebola presenta un indubbio vantaggio mediatico, nonché una notevole riduzione del rischio dal punto di vista delle probabilità di contagio del personale espatriato, dal momento che il personale sanitario è ben protetto.

La necessità di andare oltre un approccio emergenziale a questo tipo di problematiche sembra entrata nei discorsi delle organizzazioni internazionali. A metà dicembre, a Ginevra, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha organizzato un incontro sulla costruzione di sistemi sanitari resilienti nei paesi colpiti dall’epidemia. Il portavoce dell’OMS Tarik Jasarevic ha ribadito che la mancanza di investimenti e di riforme nel settore sanitario provocherebbe un ulteriore peggioramento delle condizioni dei paesi colpiti da Ebola. A causa della crisi economica che colpisce questi paesi, tuttavia, l’intervento internazionale è indispensabile, e infatti la Banca Mondiale ha stanziato 500 milioni di dollari per il settore sanitario e altri 500 per investimenti al fine di rilanciare l’economia e creare occupazione.

 

 

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