martedì, Aprile 13

Le casalinghe e il Pil field_506ffb1d3dbe2

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E’ una realtà che ogni donna conosce fin troppo bene. Anzi, è una realtà che ogni donna ha praticamente incisa sulla pelle, ma vale in ogni anno la pena di ribardirla, visto che perfino degli studiosi di professione si sono presi la briga di quantificarla: il mondo si regge sulle donne che lavorano in casa.

Ovvero su tutte le donne.

Se lo diciamo noi donne, che bene o male mandiamo avanti il mondo, è una bufala bella e buona. Gli uomini non ci credono, sorridono, ci prendono in giro o nella più fortunata delle ipotesi riconoscono che di tante cose ci occupiamo noi, ma “che ci vorrà mai…“.

Ora a dirlo sono gli studiosi americani di Salary.com, il famoso sito statunitense che oltre a fungere da motore di ricerca per l’incontro domanda e offerta di lavoro, si occupa di ricerche e indagini nel mondo dell’occupazione.

Questa volta Salary.com ci informa che nel mestiere della casalinga ci sono in realtà nascoste ben dieci professioni differenti, tra le quali: cuoca, autista, manager, psicologa, contabile, colf, bambinaia e operaia. Una parola, “casalinga”, che vuole dire pertanto essere multitasking fin quasi all’isteria.

Se dovessimo quantificare le ore di lavoro di una casalinga all’interno delle mura domestiche, queste sarebbero ben 94 al mese, senza contare gli straordinari dovuti a incubi notturni dei figli, mariti stressati (loro) che sudano letteralmente sette camicie al giorno, quando non ci sono genitori e/o suoceri anziani da accudire.

Se tutto questo lavoro venisse svolto da una persona esterna alla famiglia e dovesse pertanto essere regolarmente retribuito, costerebbe qualcosa come 83.000 euro ogni anno. Ecco quindi quanto una donna in casa permette di risparmiare nel budget domestico, ed ecco anche la misura di quanto sia inadeguata una frase come “che ci vorrà mai…“: 83.000 euro l’anno ci vogliono.

In Italia ci sono oggi poco meno di cinque milioni di donne che lavorano come casalinga e che permettono alle rispettive famiglie di risparmiare, nel complesso, poco meno di 415 miliardi di euro.

Senza contare che anche le donne che lavorano fuori casa sono, quando tornano la sera e infilano le pantofole, delle casalinghe. Qualcuna più fortunata può contare sull’aiuto di una persona esterna per le pulizie più pesanti, mentre la maggior parte delle donne che lavora lo fa perchè altrimenti non avrebbe di che arrivare alla fine del mese e pertanto di pagare qualcuno perchè lavi e stiri non se ne parla nemmeno.

Per queste donne, pertanto, le 94 ore al mese dedicate ai lavori domestici si vanno a sommare alle 160 trascorse al lavoro (quello retribuito). Anche ipotizzando di dotare le donne di teletrasporto e al netto della pausa pranzo, una donna lavora quindi ogni mese qualcosa come 254 ore, cioè 63 ore la settimana, 9 ore al giorno (sabato e domenica inclusi).

Se non è ingiustizia sociale questa non so proprio che cosa lo possa essere. Se non è discriminazione di genere questa non so proprio che altro potrebbe esserlo.

Senza contare che le donne, stanti così i calcoli, costituiscono un necessario tassello del sistema del welfare, facendo risparmiare allo Stato una cifra che è stata stimata pari alla metà del nostro prodotto interno lordo sempre dagli studiosi di Salary.com. Sono le donne infatti che accudiscono i figli, spesso anche quelli della vicina che lavora fino a tardi, sono loro che si prendono cura delle generazioni più anziane senza che debbano pesare su strutture pubbliche, sono sempre le donne che si prendono cura dei figli, li aiutano nei compiti ed evitano che diventino dei delinquentelli di quartiere.

Ecco perciò perchè secondo me il movimento femminista degli anni sessanta e settanta ha creato a noi donne infinitamente più danni che benefici. In quegli anni le donne hanno alzato la testa fino a guardare l’uomo in faccia, si sono ribellate ad uno stato di sottomissione che era quanto di più inumano ci potesse essere all’interno di una coppia, ma hanno fatto le richieste sbagliate: hanno bruciato i reggiseni nelle piazze e hanno preteso di diventare come gli uomini.

Se invece di bruciarli, quei reggiseni, avessero costretto anche i mariti, i fidanzati e i figli ad indossarli sotto le camicie, ora la situazione sarebbe radicalmente differente e, mi piace pensare, più giusta. Se invece di pretendere il diritto di lavorare fuori casa come un uomo avessimo preteso il diritto di una divisione dei compiti più equa, adesso uomo e donna lavorerebbero fianco a fianco, sia dentro che fuori casa.

Mentre le donne chiedevano di poter lavorare come gli uomini, nessuna di loro si è chiesta chi avrebbe stirato le camicie di entrambi nel fine settimana. Da qui le nostre attuali 9 ore medie di lavoro al giorno sette giorni su sette.

Grazie, femminismo, grazie.

 

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