venerdì, Settembre 17

Le carceri italiane d'estate: un inferno

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Vale per tutti: insondabili sono le ragioni che possono indurre una persona a farla finita; e giudicare è qualcosa di impossibile, e chi, alla fine, è abilitato a farlo? Anche in questo caso, dunque, non ci si può che limitare a registrare l’ennesimo caso; e osservare che forse, chissà, in altre condizioni le cose sarebbero andate diversamente. Forse, chissà. Ad ogni modo Giovanni G., 41 anni, pescarese, detenuto dallo scorso 6 maggio nel carcere «Castrogno» di Teramo con l’accusa di omicidio, di notte, profittando della ridotta sorveglianza, da un lenzuolo ricava una corda, l’annoda all’inferriata della cella, e si lascia andare. Prima di farla finita scrive una lettera per l’anziana madre. E’ evidente, comunque, che qualsiasi cosa abbia lasciato scritto per «giustificare» questo suo gesto, ha ormai poca o nessuna importanza. Quello che conta è che si tratta dell’ennesimo suicidio in carcere. L’ennesima morte avvenuta in una struttura dello Stato: in un luogo – il carcere – dove lo Stato, che a torto o a ragione ti toglie la libertà, massimamente dovrebbe essere responsabile della incolumità fisica e psichica del cittadino.

Ogni giorno la cronaca ci ricorda che così non è, così non accade; e senza arrivare a situazioni estreme come il suicidio. Ascoltate, per esempio, quello che dice il cappellano del carcere fiorentino di Sollicciano don Vincenzo Russo: «Sollicciano è peggio di una serra. Nelle celle la temperatura arriva fino a 35 gradi»; e provate a stare in una cella di pochi metri quadrati in due, tre, quattro… Rinfrescarsi in qualche modo? E’ una parola: la doccia si può fare soltanto durante l’ora d’aria, e «l’unica acqua da bere fuori dai pasti è quella della cannella». Il sovraffollamento complica la situazione: in quel carcere dovrebbero starci al massimo 494 detenuti; ce ne sono stipati 683.

Nonostante gli ottimismi esibiti, la situazione delle prigioni italiane, e della giustizia in generale, continua a essere molto al di sopra dei livelli di guardia stabiliti dalle giurisdizioni europee. Così, a volo d’uccello: a Locri si registra il record delle cause di lavoro e previdenza in rapporto alla popolazione: più di trenta ogni mille abitanti. Cagliari detiene il record delle separazioni e dei divorzi giudiziali. Vallo della Lucania conquista il primato per durata dei processi: oltre quattro anni e mezzo. L’arretrato dei tribunali civili al 31 dicembre oscilla sui tre milioni di cause. Si calcola che se si mantiene l’attuale ritmo, occorreranno nove anni, per azzerare l’arretrato. C’è chi dice sia un risultato tutto sommato positivo. Punti di vista; certo se questo è da valutare come un miglioramento, chissà come stavano le cose prima…

Ad avere il maggior numero di fascicoli pendenti sono il tribunale di Roma, 115mila; e quello di Napoli, 100mila; vengono poi Foggia, Bari, Catania, Milano: 50 mila cause di arretrato. E ancora: situazioni critiche a Patti (Messina), Foggia e Locri (Reggio Calabria) con più di cento cause pendenti ogni mille abitanti. Poche di meno a Salerno e Lamezia Terme.

Torniamo alle questioni specifiche delle carceri. Ora nulla di più giusto dell’uguaglianza. Per dire: è un diritto di ciascuna persona, quella al cibo, a non soffrire la fame. Su questo non si discute. E’ giusto, in base a questo indiscutibile principio, dare la stessa porzione di salciccia e fagioli a un bambino di sei mesi, un uomo di quarant’anni, un’anziana di novant’anni? Ovvio che no. A ognuno il suo pasto, caso per caso. Per uscir dalla metafora: è giusto che chi deve ricoprire l’incarico di Garante dei Detenuti debba esibire una fedina penale immacolata; ma anche qui, un po’ di discernimento non guasterebbe. L’ex parlamentare radicale (e attuale segretaria di Radicali Italiani), Rita Bernardini, tra le poche «politiche» ad essersi occupata con competenza e continuità unanimemente riconosciute delle questioni legate al carcere, è stata dichiarata ineleggibile come Garante dei Detenuti abruzzesi. La sua «colpa»? La fedina penale sporca. Concussione, furti, peculati? Ma no. Condanne in seguito ad azioni di disobbedienza civile perchè non siano piu’ punibili col carcere i consumatori di hashish, e perchè la cannabis diventi «legale». Insomma: la battaglia e l’impegno per i diritti umani e civili diventano un boomerang. Un impedimento per combatterne altre a fianco di chi vive ogni giorno in condizioni disumane. Si sfiora il paradosso: per la legge Rita Bernardini può essere eletta al Parlamento, sia quello nazionale che europeo; può anche essere eletta garante nazionale dei detenuti; non lo può essere della regione Abruzzo… «E’ uno spaccato dell’Italia in cui viviamo», dice l’avvocato Vincenzo Di Nanna, segretario di Amnistia, Giustizia e Libertà Abruzzi, che annuncia ricorso: «Riteniamo di dover impugnare questo provvedimento sollevando questioni di legittimità su una legge assurda, che diventa ancor più tale se si considera che l’esclusione non ci sarebbe stata per altro tipo di reati e che le condanne sono state riportate per disobbedienza civile».

Chiudiamo con un po’ di cifre. Sapete quante sono le vittime della «giustizia italiana» dal 1992 a oggi? Ventiquattromila. Tante sono le condanne che lo Stato ha dovuto risarcire per gli errori dei magistrati. Solo quest’anno si calcola un complessivo risarcimento pari a 35 milioni di euro. Dal 1992 lo Stato ha pagato risarcimenti pari a qualcosa come 567 milioni di euro. Sono i magistrati a sbagliare, chi paga è lo Stato; alla fine della fiera, tutti noi. Con la ripresa dei lavori parlamentari anche questo dovrebbe essere uno dei temi in agenda. Chissà.

 

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