sabato, Ottobre 16

Le bizzarre sentenze della Corte di Cassazione

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Nicola Cosentino, dice nulla questo nome? E’ un ex parlamentare, di Forza Italia. Coinvolto in quattro inchieste, viene arrestato. Le imputazioni sono pesanti: concorso esterno in associazione mafiosa, reimpiego di capitali illeciti con l’aggravante mafiosa; estorsione, abuso d’ufficio, corruzione… Insomma sono andati giù pesanti gli inquirenti, ed è da credere che per aver scomodato mezzo codice penale, dispongano di solide prove, di concreti elementi di colpevolezza. E’ comunque un fatto che Cosentino da ben 850 giorni si trova in stato di detenzione: un centinaio li ha trascorsi agli arresti domiciliari, il resto in carcere. 850 giorni in attesa di giudizio, di almeno una prima sentenza. Sono trascorsi più di due anni e ancora non è dato sapere se Cosentino sia o no colpevole. Questo è il fatto. Le indagini cominciano nel 2008; nel 2011, cinque anni fa, inizia il primo processo (le inchieste, come abbiamo detto, sono quattro). Nel corso di oltre centoventi udienze, sono stati ascoltati i testimoni dell’accusa. Ora si comincerà con quelli della difesa. Insomma, siamo più o meno a metà del procedimento. E’ evidente che qualcosa non va.

Caso isolato? Proprio no. Fino al 2009 i detenuti senza una condanna definitiva erano 29.809: il 46 per cento dell’intera popolazione carceraria. Il dato è cambiato negli ultimi anni, ma rimane abnorme. Nel 2015 i detenuti in attesa di giudizio erano 18.622, il 34,5 per cento di tutti i detenuti. Negli ultimi 50 anni sono stati incarcerati 4 milioni di innocenti; dal 1991 lo Stato ha pagato 580 milioni di euro a più di 23mila persone per riparare l’ingiusta detenzione.

Ora i paradossi in nome del popolo italiano. Paradossi sugellati dal solenne “timbro” della Corte di Cassazione, il vertice della giurisdizione italiana. La Cassazione ha una funzione importante, essenziale: deve assicurare l’esatta osservanza e l’uniforme interpretazione della legge; l’unità del diritto oggettivo nazionale; il rispetto dei limiti delle diverse giurisdizioni… A differenza di quanto accade nei paesi anglosassoni, le sue pronunce non sono vincolanti che per il giudizio cui si riferiscono. Se le sue sentenze non fanno legge, costituiscono comunque precedenti di cui si tiene conto.

Fatta questa premessa, ne occorre un’altra: che è sempre buona regola leggere con attenzione le sentenze. A volte possono sembrare frutto di bizzarria; se però si leggono le motivazioni, se ne coglie poi senso e logica. Non sempre, tuttavia. Vi sono sentenze che sembrano davvero contraddire il senso comune.

Una delle ultime, per esempio: stabilisce che l’accusa di stalking viene meno se la persona perseguitata al telefono o con gli SMS risponde alla telefonata o al “messaggino”. In sostanza: se i contatti indesiderati non vengono lasciati cadere nel vuoto, in qualche modo si asseconda il comportamento del molestatore; viene “viene meno il requisito indispensabile del mutamento radicale delle proprie abitudini e la situazione di ansia che segna in modo irreversibile la vita della vittima”. Traduciamo il giuridichese e vediamo il caso pratico: il molestatore chiama; la ragazza risponde, accetta un ultimo incontro chiarificatore con l’ex fidanzato; l’incontro ha un epilogo violento. Il comportamento poco coerente della ragazza – parole della Cassazione – fa venir meno lo stalking. In punto di diritto sarà tutto ineccepibile. Dal punto di vista concreto, evidentemente c’è di che restare perplessi.

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