venerdì, Settembre 17

Le antiche meraviglie di Gorga image

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 Gorga

Nel panorama delle collezioni archeologiche italiane costituitesi a cavallo fra il XIX e il XX secolo, quella di Evangelista Gorga (Broccostella 1865 – Roma 1957) si distingue per il numero di oggetti rappresentati. Si è infatti calcolato che il celebre tenore, primo interprete assoluto di Rodolfo ne La Bohème di Puccini, a partire dal 1899 abbia riunito 150.000 pezzi, 40.000 dei quali di interesse archeologico. L’esposizione della raccolta non è ancora del tutto ultimata e la mostra Evan Gorga. Il collezionista aperta a Palazzo Altemps fino al 12 gennaio non rappresenta affatto l’ultima fase delle ricerche sul tema.

Se la frammentarietà e la serialità degli oggetti collezionati, insieme alla straordinaria parabola di vita del collezionista, inducono a ritenere che la raccolta costituisca solo il prodotto di una mente ossessionata, alcuni indizi posti in luce dagli studi recenti, fanno invece pensare che Gorga abbia agito in sintonia con le esperienze del suo tempo. La sua esperienza giovanile come accordatore e riparatore di strumenti musicali, unita alla frequentazione delle mostre d’arte industriale, fecero maturare in lui un certo interesse tecnico per il manufatto, che sembra avvicinarlo, nelle scelte collezionistiche, più ai raccoglitori enciclopedici di impronta positivista che operavano in Europa e negli Stati Uniti (con cui egli era appunto in contatto) che ai raffinati selezionatori di opere d’arte dei salotti aristocratici romani che frequentavano il milieu culturale della regina Margherita di Savoia.

Con tutti costoro, però, era in comune l’approvvigionamento dal mercato antiquario dell’Italia centro-meridionale, e in particolare da quello romano, illecitamente alimentato anche dagli scavi che si andavano effettuando nella nuova capitale del Regno del periodo postunitario.

Della collezione di Gorga facevano parte: intonaci dipinti, classificati dallo stesso tenore tra i materiali provenienti da scavo, contraddistinti da una grande varietà stilistica che trova riscontro con la decorazione pittorica della Roma antica; i frammenti di stucco e di rivestimenti parietali marmorei, pertinenti a ricche dimore di famiglie illustri o di proprietà imperiale, tra cui la Domus Flavia sul Palatino; marmi pregiati e pietre dure relativi a lacerti di vasche e vasi di medie dimensioni; vasellame ed elementi decorativi di mobili in agata, granito verde, porfido rosso e serpentino verde rana; tabulae scriptoriae, ovvero tavolette per scrittura, in alabastro e serpentino; alabastra di varia foggia, una grande quantità di materiali in osso e avorio di piccole dimensioni e finemente lavorati utilizzati nelle decorazioni di mobili e di altri oggetti; 150 antichità egizie; un piccolo gruppo di ceramiche dell’area medio-italica e tirrenica, di fabbrica etrusco meridionale/laziale e soprattutto apula; terrecotte architettoniche databili tra il VI secolo a.C. e la prima età imperiale e falsi ottocenteschi delle stesse, raccolti secondo lo spirito antiquario del tempo; terracotte votive risalenti tra il VI e il I secolo a.C.; urne chiusine, arule e vasi a testa umana databili tra il V e II secolo a.C.; lucerne fittili di ambito punico fino a quelle di età imperiale romana; specchi, armi e thymiateria, ossia bruciatori per incensi; bronzetti figurati come offerenti, oranti, sacerdoti; vasellame in bronzo da banchetto e lo strumento musicale harpago; inoltre 300 epigrafi e fistule per l’acqua; lastre da colombario o da arredo parietale; monete rinvenute probabilmente in scavi clandestini e ammassate in attesa di altra collocazione per la mancanza di dati di provenienza, oltre a centinaia di vetri dall’antichità ai nostri giorni e pannelli di opus sectile. Poche le testimonianze scultoree accertate, tra cui una testa di efebo, pertinente forse ad un’erma e la parte inferiore di una statuetta femminile seduta. Molti invece i prodotti in serie, i cosiddetti giocattoli, realizzati con materiale povero e provenienti da sepolture infantili, come ex voto augurali a protezione del passaggio dei piccoli nel mondo degli adulti, oltre a pesi da telaio anche miniaturizzati offerti dalle tessitrici.

Abbiamo intervistato al riguardo la dottoressa Letizia RusticoAssistente museale della Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma, assegnata presso la Direzione del Museo di Palazzo Altemps, che è stata una delle curatrici della mostra e fra gli autori del catalogo relativo.

 

Può delinearci la figura del collezionista Evan Gorga?

Evan Gorga è stata una scoperta per molti di noi: lo si conosceva in quanto la sua collezione acquisita nel 1950era nota da moltissimo tempo, soprattutto dagli addetti ai lavori. Proprio la sua figura come collezionista è stata una sorpresa molto bella: era un tenore, una meteora che ha avuto un successo brevissimo, eppure molto intenso. È stato il primo Rodolfo della Bohème, il poeta innamorato di Mimì, nella prima assoluta di quest’opera al Teatro Regio di Torino del 1895. È stato proprio scelto da Toscanini, da Puccini stesso molto amato e molto apprezzato per la sua vocazione lirica, la sua voce, e ancor più per la sua capacità di calarsi nei personaggi delle opere di fine Ottocento. Alla fine i suoi compagni di scena dicevano che egli piangeva lacrime vere, perché era talmente immedesimato nella parte da commuoversi tutte le volte.

La scoperta di lui come collezionista è stata seguita da un certo scetticismo da parte della pubblica amministrazione, entrata in contatto con Gorga fin dai primi anni del Novecento. Egli aveva dieci appartamenti in Via Cola di Rienzo a Roma, affittati apposta per esporre la sua collezione di oggetti. Questi erano di ogni tipo, di uso quotidiano, archeologici, ma soprattutto spiccavano gli strumenti musicali.

La sua prima grande passione è stata la lirica, la musica in genere, cosa che viene esplicitata benissimo dalla sua raccolta di strumenti musicali rarissimi, e addirittura inventore, insieme al fratello (con il quale gestiva un negozio per la vendita di pianoforti a Via del Corso), di uno strumento particolare, la lira-chitarra, dal suono molto particolare, che espose per la prima volta nel 1911 in una mostra a Castel Sant’Angelo in occasione del Cinquantenario dell’Unità d’Italia.

La collezione di strumenti musicali di Evan Gorga è stata alla base dell’apertura, negli anni settanta del secolo scorso, dell’omonimo Museo Nazionale a Santa Croce in Gerusalemme, di cui formava il nucleo costitutivo.

Il nome stesso di Gorga nasce da un’abbreviazione: il suo vero nome era Gennaro Evangelista, detto Evan fin dall’inizio, proprio da quando era piccolo. Verrà per antonomasia conosciuto così: lo ‘zio Evan’ come ce lo descrive la pronipote, Maria Cristina Gorga, che è ancora viva e che ci ha aiutato moltissimo fornendo molti documenti d’archivio, molte lettere private inedite, per ricostruire la personalità del tenore. Evan Gorga era soprattutto colpito dal funzionamento tecnico degli oggetti, dall’aspetto e dalla cultura materiale degli stessi, esempi di un artigianato artistico anche minore. Egli non cercava il grande capolavoro nella sua collezione, che comunque capitava di trovare perché nell’acquisire questi oggetti direttamente da scavo, o anche tramite il mercato antiquario, è chiaro che poi alla fine si trovava anche il pezzo raro, l’oggetto particolarmente significativo, che forse però nemmeno lui era consapevole di avere.

Per il resto si trattava di un personaggio eclettico: voleva fare un Museo Enciclopedico, un tipo di collezionismo il suo, che trova spazio nell’allestimento della mostra a Palazzo Altemps, diverso da quello rinascimentale e settecentesco completamente appannaggio dell’aristocrazia (nel caso di Roma, quella di alto rango ecclesiastico). Lui era, invece, un membro della borghesia medio alta, che ha disperso tutta la sua fortuna in denaro per alimentare questa sua mania di collezionismo.

Dopo l’acquisizione da parte dello Stato, la collezione era dispersa in varie sedi a Roma: come avete fatto a riunirle insieme?

La collezione è stata sempre tenuta insieme, anche se collocata in più sedi; si è arrivati, dopo ventuno anni di lavoro amministrativo, all’acquisizione della collezione mediante un sequestro quando la collezione era ancora negli appartamenti di proprietà di Evan Gorga nel 1929. Da lì lo Stato ha cercato di mantenerla intatta, o comunque di mantenere la consapevolezza della sua consistenza attraverso gli elenchi con le stime redatte per tutti questi materiali presenti nella casa museo di Gorga; poi nel 1950 è stato fatto l’atto definitivo di acquisizione grazie ad un decreto legge da parte dello Stato. Dal 1929 il sequestro ha protetto questa collezione anche dagli eventi bellici, tanto che durante la seconda guerra mondiale la collezione, sia pure separata provvisoriamente, è stata collocata ‘al sicuro’. La collezione Gorga fu tutelata veramente nonostante i fatti storici intercorsi, ed ha subito vari spostamenti in casse di legno. Gli strumenti musicali sono stati ricoverati a Villa d’Este presso Tivoli, e prima ancora erano a Palazzo Venezia, poi per un periodo furono al Vittoriano, ed alla fine dopo la guerra tutto è stato raggruppato nell’Antiquarium del Palatino per volere di Valerio Cianfarani che è stato anche il curatore della collezione, colui che ha stilato gli elenchi delle stime finali definitive, confluite nella pubblicazione edita a cura dell’Istituto Poligrafico dello Stato nel 1948.

C’erano liste ben individuabili anche tra le carte di archivio che abbiamo esaminato: lo stesso Cianfarani si lamentava dei continui spostamenti della collezione! Cianfarani è colui che pensò con grandissima lungimiranza, dopo che l’acquisizione statale era stata perfezionata, ad assegnare il materiale (soprattutto quello ceramico, di cui c’erano moltissimi esemplari a coprire un arco cronologico immenso) ai musei statali, a istituzioni universitarie, ad enti anche stranieri, ma sempre di carattere pubblico, che ne avevano fatta domanda.

Alle università gli oggetti furono dati soprattutto a scopo didattico: a quella di Cagliari andò un nucleo di 150 vasi integri di produzione magno-greca e siceliota (che qualche anno fa sono stati fatti oggetto di una mostra in loco), perché lì gli studenti non ne avevano a disposizione diretta, e soltanto sui libri potevano vedere queste produzioni così particolari. Altri esempi furono il Museo delle Ceramiche di Faenza, che distrutto dai bombardamenti voleva ricostituire un po’ delle sue collezioni di ceramica, oppure gli istituti d’arte a cui vennero donati i vasi integri per farli disegnare dal vero.

In questo Cianfarani è stato molto lungimirante perché ha trovato una giusta collocazione per molti pezzi, che altrimenti sarebbero stati dispersi nei depositi. Inoltre ha favorito gli scambi culturali con musei esteri della Thailandia, del Giappone (la città di Osaka ha dato addirittura dei kimono in cambio di vasi in bucchero), dell’America.

Come mai non sono presenti gli oggetti musicali appartenuti al tenore?

Questo problema ce lo siamo posto come Soprintendenza fin dall’inizio: ma gli strumenti musicali del Museo a Santa Croce, ora chiuso al pubblico, per la loro delicatezza e il ridotto spazio a disposizione in mostra non erano tali da poter essere aggiunti. Ciò avrebbe anche comportato una grossa spesa a livello conservativo ed una esposizione molto più grande di quella che abbiamo affrontato. La musica è comunque presente: c’è un filmato che ho ideato io stessa e costituito soprattutto con ritagli di giornali d’epoca, con documentazione archivistica e fotografica ritrovata durante le nostre ricerche e che da gennaio avrà come sottofondo musicale delle musiche appropriate e appositamente scelte, come il brano di Liszt che ha conosciuto in vecchiaia un giovane Gorga che faceva il pianista accordatore ed era molto ben accreditato perché interessato alla tecnica degli strumenti musicali e suonava come accompagnatore nelle feste che si svolgevano a corte; poi vi è il tema principale della Bohème di Puccini: purtroppo non quello con la registrazione di Gorga come tenore, ma una cosa più antica, la registrazione di un grammofono degli inizi del Novecento, rievocativa di questo periodo; infine come terzo brano l’intermezzo della Cavalleria Rusticana di Mascagni, che fu amico e coetaneo di Gorga. Mascagni ha potuto apprezzare sia le qualità canore di Evan Gorga come tenore, sia la sua amicizia quando Evan lasciò dopo tre anni la carriera lirica rimanendo però in contatto con Toscanini ed altri compositori.

La cosa più imbarazzante in mostra è stato fare le vetrine e selezionare il materiale soprattutto per quanto riguardava i frammenti di affresco, di stucco colorato, i marmi, le terrecotte votive e quelle architettoniche, ecc. Sono studi che non abbiamo iniziato noi, ma abbiamo proseguito su quello che era stato avviato negli anni novanta a cura del nostro attuale Soprintendente, Maria Rosaria Barbera.

Come avete fatto a fare raffronti iconografici dei reperti se molti di essi hanno provenienza ignota e sono degli unicum?

Anche quello è stato un lavoro abbastanza lungo, durato due anni. E non è ancora terminato: la mostra non è il punto di arrivo, ma solo un’altra tappa, un altro passo importante, perché la letteratura corrente adesso, la bibliografia di confronto di questi materiali, è molto cresciuta rispetto agli anni Cinquanta. Si hanno a disposizione anche i risultati degli scavi che sono molto incrementati.

Io mi sono occupata di un settore molto particolare, che non è una classe in sé, come i giocattoli. Dalla fine degli anni Novanta questi oggetti, magari rinvenuti come oggetti di compagnia deposti dai genitori nelle sepolture di infanti morti e comunque in tombe infantili di bambini prematuramente scomparsi, hanno avuto particolare attenzione soltanto da poco. Gli oggetti Gorga provengono essenzialmente da scavi archeologici ed è stato più facile trovare i riferimenti ora che gli scavi archeologici sono stati approfonditi sul piano degli studi e la letteratura archeologica è molto più ampia. È stato un lavoro lungo, però è come un puzzle che mi sento di poter ricostruire per la maggior parte degli oggetti.

Altri oggetti poi sono talmente rari, non come capolavori, ma come cose dalla difficile attestazione perché provenienti da scavi archeologici tra la fine Ottocento e gli inizi del Novecento, quando la legislatura era molto carente e consentiva quindi la dispersione di molti materiali. Tutti i singoli oggetti della collezione Gorga hanno trovato comunque una loro collocazione nel tempo e anche un inserimento in un ambito di produzione ben rintracciabile.

I numerosi giocattoli antichi presenti nella collezione che particolarità presentano? Erano ex-voto?

Gorga li collezionava come giocattoli. Abbiamo tenuto presente nell’esposizione una lista che lui stesso ha fatto, un elenco di classi di materiali del suo Museo Enciclopedico. Ed è singolare osservare che molte cose lui le aveva selezionate come fossero giocattoli: per esempio i dadi, delle pedine, delle cose anche oggi inequivocabilmente considerate come giocattoli, le marionette oppure i sonagli zoomorfi, oppure le stoviglie miniaturistiche che poi sono una riproduzione in piccolo di oggetti di uso quotidiano da parte degli adulti. Gorga forse aveva trovato questi ultimi attraverso lo scavo di un sacello votivo, di una stipe votiva in particolare. C’è stato bisogno di un approfondimento particolare perché questi materiali non sono oggi classificabili come giocattoli.

In questa categoria ci sono anche delle offerte alimentari, delle pizzette o focacce miniaturistiche che sono tipiche della stipe votiva dell’Acquoria di Tivoli, che va dalla fine del VI secolo fino al II secolo a.C. e che fu appunto depredata e scavata alla fine dell’Ottocento con la dispersione di molti materiali. Essa è stata studiata più approfonditamente soltanto di recente e sulla base dei confronti tra i materiali si è potuto stabilire questa possibile provenienza. Ho pensato di mettere in mostra queste piccole focacce su un tavolino a tre zampe miniaturizzato, che costituisce in sé la rappresentazione e la rievocazione di un oggetto in terracotta considerato un giocattolo, presente nella collezione Sambon di Milano, che comprende anche  anche materiale ludico, ed è alla base della raccolta del Museo del Teatro alla Scala di Milano. Tale oggetto in sé era forse un ex voto, dato in offerta alla divinità, Demetra in questo caso, competente perché protettrice dei lavori casalinghi e della fabbricazione del pane; un ex voto che salutava il passaggio dall’infanzia all’adolescenza delle ragazze.

Ci sono poi i crepundia in piombo, assegnati al Museo delle Antichità Etrusche ed Italiche dell’Università La Sapienza di Roma, come riproduzioni di oggetti degli adulti, che si trovano in genere nei santuari dedicati ad Afrodite come offerte votive alle divinità che proteggevano il delicato passaggio all’adolescenza. È straordinario come Gorga, che non era un archeologo, li tenesse distinti da altri tipi di oggetti, a parte rispetto alle statue votive da noi esposte in un’altra vetrina, perchè abbiamo tentato di mantenere questa diversità anche in base al fatto che la letteratura archeologica tendeva a distinguere questi oggetti. La collezione purtroppo non ci fa risalire a contesti archeologici certi e sicuri, ma consente a volte di delineare una possibile area di produzione.

Sono presenti anche pesi da telaio: alcuni di essi possono considerarsi doni offerti alle divinità?

Certamente sì, quelli miniaturistici possono essere considerati tali, come pure quelli forniti di iscrizione.

Ne abbiamo due con iscrizione etrusca, recanti dei gentilizi femminili e che sono molto grandi e privi dello scopo pratico di tenere tesi sul telaio i fili dell’ordito. Erano così degli ex-voto, forse offerti alla divinità dalle proprietarie del telaio, dalle tessitrici che presentavano copie degli oggetti relativi al loro lavoro. La profonda religiosità che permea il mondo antico traspare dagli oggetti della collezione Gorga, e i pesi da telaio, specie quelli miniaturistici, improponibili per la lavorazione, è possibile che provengano proprio da santuari.

In Italia meridionale, particolarmente da Taranto, e anche nell’Italia centrale in epoca antica sono attestati centri di produzione per tessuti di altissima qualità, noti anche dalle fonti letterarie, soprattutto di IV secolo a.C. La tessitura è una lavorazione esclusivamente femminile, di lunghissima durata nella vita delle donne: procede infatti dall’infanzia avanzata fino alla vecchiaia.

Gorga si serviva all’epoca di mercanti d’arte per incrementare la sua collezione e se sì, come sceglieva i materiali?

Dalle lettere che abbiamo, egli andava e comprava a casse, in base più alla quantità, che alla qualità degli oggetti. A lui giungeva il materiale soprattutto dai grandi scavi dell’Italia meridionale, ad esempio la ceramica proveniva da certe zone precise del meridione, e molti erano gli antiquari famosi del tempo, come Jandolo, o Donati, che gli mandavano a chiedere se si fosse assicurato un certo lotto di casse con vetri o altri reperti, ad esempio da Napoli. Poi Gorga divideva i materiali contenuti in queste casse: e le gigantografie di foto dell’epoca esposte oggi a Palazzo Altemps mostrano che negli appartamenti dove egli teneva i pezzi acquistati essi avevano un qualche ordine, come ad esempio i bronzi tutti da una parte, gli ex voto da un’altra, gli strumenti chirurgici (acquisiti poi dal Wellcome Historical Medical Museum di Londra) tutti insieme, le statuette di una certa divinità raccolte vicine: insomma un ordine proprio di Gorga, tutto suo, ma che dava alla collezione un’impressione di sistematizzazione. E le immagini riprodotte vogliono dare proprio questa suggestione, come a farci entrare nei suoi appartamenti di via Cola di Rienzo per vedere i pezzi quasi in scala 1:1.

Che cosa è stato trovato di particolare tra questi reperti e che apporti hanno dato alla storia degli studi del mondo antico?

Ci sono certamente esemplari il cui studio vorremmo approfondire, come frammenti di marmo tagliati appositamente secondo forme prestabilite e destinati a formare parti di decorazione in opus sectile, tarsie marmoree che recano tracce sulla superficie di lamine d’oro; oppure frammenti di affreschi, che sono stati ricondotti a contesti precisi come quello del Palatino o della Domus Aurea, anche se non attaccano bene fra di loro, ma fanno parte di uno stesso nucleo originario, e inoltre dall’area dell’Esquilino, quartiere romano eretto attorno alla fine dell’Ottocento con gravi dispersioni e distruzioni di nuclei archeologici interessanti, di cui restano soltanto pochi lacerti. Ci aspettiamo perciò molto sia dall’approfondimento degli studi e delle analisi su certi pezzi che hanno confronti molto ristretti o che sono esemplari strani e molto rari, sia dalla ricomposizione di moltissimi reperti costituiti da resti di affreschi e stucco dipinto raccolti in oltre duecento casse! Inoltre vi sono i vetri, argomento di ricerca di Lucia Saguì, che ha avuto la bravura e insieme la fortuna di identificare una iconografia particolare di una serie di pezzi in pasta vitrea riconducibili ad un contesto archeologico, che è quello della villa di Lucio Vero all’Acquatraversa. Insomma da tutti i materiali ci si aspettano risposte e scoperte che saranno di certo sorprendenti.

Ho osservato la presenza di molti frammenti in osso relativi alla decorazione di letti antichi: che connessione c’è, se esiste davvero, con il bell’esemplare di Navelli recentemente esposto a Roma?

La classe dei materiali decorativi in osso e avorio era molto cara a Evan Gorga. Anche se non me ne sono occupata io direttamente, posso comunque dare qualche dato numerico di riferimento: i soli aghi crinali in osso con decorazione sono 2268; ugualmente numerosi i resti di letti funebri in osso, frequenti negli scavi di aree sepolcrali di area centro-italica, che rifornivano gli acquirenti come Gorga, ma sempre come serie di frammenti che egli poi amava disporre nel suo museo su vassoi foderati di stoffa. Tuttavia c’è da dire che egli non sapeva distinguere tra resti di letti funebri o rivestimenti del mobilio antico, non riusciva a identificare tra i diversi reperti in questione, come fa oggi la moderna scienza archeologica, che però ha ancora molto da approfondire al riguardo. Ci sono comunque altri oggetti molto particolari di questa stessa classe: i coltelli dal manico in avorio, i dadi, ecc.

Dove pensate di esporre in maniera permanente tutti questi materiali?

La mostra allestita a Palazzo Altemps con tutta probabilità avrà una proroga e comunque difficilmente sarà smontata; il Palazzo come sede museale si presta all’accoglimento di questi materiali, sia pure in forma differente da quella dell’attuale esposizione, ma come presentazione permanente almeno di una parte di essi; senza dubbio molti finiranno nei depositi, ma pensiamo di fornire una strutturazione di dati facilmente rintracciabili per essi mediante un database, dando a ciascun reperto un codice elettronico che ne permetta la tracciabilità e un facile ritrovamento anche se in magazzino, grazie all’inventario, per consentirne la pulitura, il restauro, lo studio e il confronto a scopi scientifici con altri esemplari.

 

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