mercoledì, Ottobre 27

Le alternative per l'Ucraina Federalizzazione e neutralizzazione o separazione del Sudest filorusso dal Centro e dall’Ovest filo-occidentali

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Molti media di ogni parte del mondo continuano a parlare, da mesi, di un’Ucraina sull’orlo della guerra civile. Altri, più audaci, si avventurano fino a riscontrare una guerra civile ormai in atto, e sembra difficile non condividere. Gli scontri e le vittime aumentano di giorno in giorno mentre le parti in causa non accennano in alcun modo ad abbassare né le armi né i toni bellicosi. Ognuna intima all’altra di desistere dall’uso della forza come condizione per farlo essa stessa, e nessuna appare disposta a farlo per prima.

Dovrebbero farlo insieme e più o meno concordemente, ma ciò presuppone un minimo di dialogo del quale non c’è per il momento, o almeno non traspare, alcuna traccia. Anche perché, tra l’altro, il Sudest ucraino, generalmente definito filorusso, manca di una visibile rappresentanza unica. Dietro questa parte del Paese c’è naturalmente Mosca, ma la Russia da un lato e l’Occidente, ovvero Stati Uniti e Unione europea, all’altra si comportano esattamente come i rispettivi protetti, addossando alle parti opposte ogni responsabilità per una situazione che si aggrava di ora in ora.

E’ un comportamento la cui eventuale logica potrebbe risiedere solo nell’intento di rafforzare al massimo le rispettive posizioni sul campo in vista del negoziato, con relativi compromessi, indispensabile per una soluzione pacifica della crisi. Ma ogni giorno che passa rischia di rendere più difficile il raggiungimento di questo traguardo e più vicino e probabile il divampare di un conflitto a tutto campo e non necessariamente limitato al territorio ucraino.

Vladimir Putin ha già in mano l’autorizzazione del suo Parlamento a mandare le divisioni russe oltre confine in caso di bisogno, ossia qualora la prestazione di aiuti più o meno abilmente occultati in uomini e mezzi non bastasse più a difendere gli ucraini russofili dagli attacchi dell’esercito regolare di Kiev. Neppure un simile sviluppo, a rigore, dovrebbe provocare un controintervento militare da parte della NATO che USA e UE concordemente (almeno in questo caso) escludono.

Altre contromisure occidentali non solo di carattere economico e non solo nell’area della crisi potrebbero però contribuire ad inasprire la tensione internazionale con esiti imprevedibili oltre che a prolungare un conflitto locale a sua volta non certo spegnibile su due piedi. I precedenti storici dell’Ucraina sono eloquenti, in particolare quello del secondo dopoguerra. L’Armata rossa di Stalin vittoriosa sul nazismo impiegò parecchi anni a stroncare la resistenza dei guerriglieri ucraini che avevano collaborato con il Terzo Reich.

Putin, incontenibile quanto si voglia, non mira sicuramente a scatenare una terza guerra mondiale, e così pure Barack Obama per non parlare dei suoi maggiori alleati europei. Data questa premessa, anche le distinzioni o vere e proprie divergenze esistenti nello schieramento occidentale non bastano a giustificare l’apparente astensione dal premere sul governo di Kiev affinché opti decisamente per la via negoziale anziché per un ricorso alla forza dagli esiti per lo meno dubbi e al limite catastrofici.

Non meno enigmatico è il comportamento russo, del quale si fatica a comprendere il reale obiettivo. Lungi dallo scoraggiare i tentativi dei russofili di assumere di fatto il potere nel Sudest ucraino come è già accaduto in Crimea, Mosca continua ad appoggiarli materialmente, per quanto risulta, nonché politicamente e sul terreno della propaganda. Non sfruttando, invece, gli appigli per sbloccare un processo negoziale che pure esistono.

I dirigenti di Kiev, infatti, hanno sì ripristinato il servizio militare obbligatorio e promosso la formazione, nelle zone centro-occidentali che meglio controllano, di unità di difesa territoriale destinate ad operare anche in aiuto di “altre regioni”. Si sono però, nel contempo, dichiarati disposti a concedere a queste ultime, modificando la Costituzione, un’autonomia forse non tanto distante dalla federalizzazione della Repubblica da esse reclamata e da Mosca formalmente proposta agli interlocutori occidentali. Il premier provvisorio Arsenj Jazenjuk preferisce parlare di “decentramento”, ma alla resa dei conti la differenza potrebbe rivelarsi più che altro terminologica.

Lo stesso Jazenjuk assicura inoltre che il declassamento della lingua russa decretato in un primo tempo dal nuovo governo è stato un errore prontamente riconosciuto e corretto. Ha comunque reso noto (in un’intervista al settimanale ‘Die Zeit’ del 30 aprile) che i suoi tentativi di portare avanti un dialogo appena abbozzato con il suo omologo russo, Dmitrij Medvedev, sono stati vani.   

Diventa quindi verosimile il proposito attribuito a Putin e compagni di impedire o frustrare innanzitutto l’elezione presidenziale del 25 maggio prossimo, essenziale per conferire una base legale e democratica agli uomini e forze ascesi al potere a Kiev grazie alla rivoluzione o rivolta di Maidan e nel loro insieme più o meno invisi a Mosca. La consultazione dovrebbe naturalmente svolgersi nell’intero Paese ma data l’attuale situazione bellica o prebellica nel Sudest sarà probabilmente possibile e probante soltanto nelle province (o “regioni”) occidentali e centrali.

Prima ancora, del resto, almeno due province dell’Est dovrebbero invece pronunciarsi nei prossimi giorni, a partire da quella di Donezk, pro o contro (ma più prevedibilmente pro) la “sovranità” (ovvero indipendenza) di rispettive “repubbliche popolari”, mediante referendum che, ricalcando il modello Crimea, potrebbero aprire la strada verso l’annessione alla Russia. Ovviamente considerati illegali da Kiev, che farà a sua volta del proprio meglio per impedirli, sanciranno o comunque approfondiranno una divisione del Paese che da tempo aleggia all’orizzonte.

Se nella Russia in generale, però, prevale il gradimento per una simile soluzione finale della crisi ucraina, secondo alcuni osservatori il Cremlino perseguirebbe piuttosto un obiettivo diverso. Anziché assicurarsi in un modo o nell’altro il pieno controllo di una porzione del Paese, preferirebbe il permanere della sua unità e indipendenza almeno formali perché la sua disomogeneità e precaria governabilità ne perpetuerebbero l’instabilità e l’esposizione ad influenze e condizionamenti esterni.

In altri termini, Mosca non gradirebbe che il grosso (almeno territorialmente e demograficamente parlando) dell’Ucraina finisse nelle braccia della UE e della NATO, ritrovandosi quest’ultima più vicina ai propri confini, quasi sicuramente nel caso che alla divisione si arrivasse per via conflittuale ma forse anche per via negoziale. Le converrebbe invece una conferma dello status quo, corretto con una riforma del sistema interno tale da appagare un po’ i russofili, e quindi la conservazione di un controllo parziale diretto o indiretto sull’intero Paese e sull’area circostante nonché sui collegamenti anche economici, gasdotti in testa, con l’Europa occidentale.

Si tratta di un disegno, per ora solo ipotetico, che anche dal punto di vista russo dovrebbe presentare non poche controindicazioni e che, d’altra parte, potrebbe spiegare alcuni aspetti nebulosi del modo in cui il Cremlino sta gestendo la crisi. Ma anche se esistesse davvero rimarrebbero più che mai aperti tutti gli interrogativi e le incognite, e giustificati gli allarmi, riguardo all’ulteriore corso degli eventi. Il quale, del resto, potrebbe anche essere tale da indurre Putin e compagni a modificare i loro programmi.

La popolarità in patria del presidente russo, oggi così travolgente e per lui così importante in una congiuntura economica sfavorevole, potrebbe ad esempio risultare effimera qualora la prova di forza nel Donbass e sulle rive del Mar Nero si inasprisse fino al punto da evocare sul serio lo spettro di una terza guerra mondiale, che non fa certo gola neppure ai russi più sciovinisti.

A mostrarsi più prudente e più flessibile Putin dovrebbe naturalmente essere aiutato anche dalle controparti, e in particolare dai governi occidentali finora ostacolati nella ricerca di una linea adeguata e coerente non solo, si direbbe, dalla loro pluralità e varietà di interessi. Un aiuto verosimilmente apprezzabile sembra provenire dalla decisione del Fondo monetario di stanziare a favore dell’Ucraina, sull’orlo della bancarotta, somme persino superiori a quelle promesse nello scorso autunno da Putin a Viktor Janukovic.

Politicamente l’FMI è certo soggetto a prevalente influenza occidentale, ma la sua nuova (e sospetta) disponibilità va incontro, in fondo, anche all’interesse di Mosca a non doversi sobbarcare da sola all’eventuale onere del risollevamento economico-finanziario anche di un solo spezzone del proprio vicino e “fratello” meridionale. E’ una prova di ottimismo, inoltre, circa il futuro unitario, pacifico e vitale del Paese, che contrasta con la linea sinora seguita dall’Occidente:  intransigente almeno nei modi e comunque tale da spingere nella direzione opposta.

Un più valido motivo di ottimismo circa la sopravvivenza di un’Ucraina unita e indipendente potrebbe semmai riscontrarsi nei sondaggi demoscopici, che nonostante le apparenze continuano a dare una netta maggioranza a sostegno di questa causa. La separazione da Kiev risulta interessare solo il 15% della popolazione delle province orientali, comprese quelle più secessioniste di Luhansk e Donezk dove soltanto il 30% è attratta dall’annessione alla Russia.

Quanto credito possano meritare peraltro i sondaggi anche più accurati ed equanimi in una situazione come quella attuale è difficile stabilire. In ogni caso, ammesso che gli esiti riflettano la realtà, si dovrà appurare se esistano persone e forze in grado di interpretare costruttivamente le aspirazioni popolari, che su altre questioni sono assai più contrastanti, convogliandole verso indirizzi sufficientemente condivisi.

Maggiori indicazioni al riguardo verranno forse dalla fase conclusiva della campagna elettorale e, se si potrà davvero votare e come e dove, dal verdetto delle urne. Rimane intanto da annotare che non c’è da farsi troppe illusioni neppure circa un’agevole praticabilità dell’alternativa al permanere di uno Stato ucraino unito e indipendente, e ciò a prescindere, in una certa misura, dalla buona volontà o meno delle parti in causa.

L’intesa sulla federalizzazione o sul decentramento non sarà comunque facile, e la sua eventuale irraggiungibilità in sede di negoziato spalancherebbe le porte ad una divisione materiale che a sua volta si presenterebbe però oltremodo problematica sia a livello negoziale sia, ovviamente, se affidata ad ulteriori prove di forza. A dimostrarlo basta quanto sta accadendo in questi giorni a Odessa, la grande città sul Mar Nero spesso definita “cosmopolita”, legata alla storia e alla cultura russe non meno della Crimea eppure etnicamente e culturalmente mista e più contesa di altre del Sudest ucraino tra le opposte fazioni.

Mosca, al limite, potrebbe far valere buoni titoli per rivendicarla. Ma come toglierla ad un’eventuale Stato dell’Ucraina centro-occidentale che senza Odessa perderebbe ogni sbocco al mare e il suo naturale porto commerciale e militare? In altri termini, qui come in altri casi meno vistosi per la ripartizione territoriale potrebbe non bastare un pronunciamento a maggioranza degli abitanti, della città o della provincia. Ma in fondo si tratta poi sempre di una ragione in più per non lasciare nulla di intentato prima di sacrificare l’unità nazionale, per quanto controversa possa essere l’identità nazionale ucraina e improba la salvaguardia della sua espressione statale.

 

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