martedì, Luglio 27

Le 5 stelle di Beppe Grillo Potere a Di Maio e Di Battista. Il guru M5S spiazza i Media concentrati sul caso espulsioni

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La notizia del giorno è sicuramente quella della disoccupazione che sfonda il tetto del 13%, record storico dal 1977. Dato fornito dall’Istat che Matteo Renzi, contestato oggi a Catania, Reggio Calabria e Avellino, riesce a leggere al contrario. Apriamo però con il ‘caso M5S’, con i mass media ‘di Regime’ che puntano ancora l’indice su Beppe Grillo dopo le espulsioni di Paola Pinna e Massimo Artini. Il guru pentastellato riesce ad uscire dall’angolo mediatico con un colpo di teatro dei suoi, proponendo alla rete un direttorio  di 5 fedelissimi che lo affiancheranno nella gestione del Movimento. Polemiche. Grillini che intascano anche una vittoria al Senato: calendarizzato per il 3 dicembre in commissione Lavoro il ddl sul reddito di cittadinanza. L’Europa approva con molte riserve la legge di stabilità da oggi alla Camera. Blocco dei contratti della Pubblica Amministrazione: Cgil, Cisl e Uil depositano un ricorso al Tribunale di Roma per illegittimità costituzionale.

Caso M5S: una mobilitazione generale di questa portata dei mass media non si era vista nemmeno ai tempi della Prima Guerra del Golfo, quando il direttore dell’appena nato Studio Aperto, Emilio Fede, svegliava gli italiani in piena notte con il leggendario «hanno attaccato», riferito ai raid aerei contro Baghdad della coalizione a guida americana. Rombi e lampi di bombe simili a quelli scatenati dall’odierna copertura mediatica delle nuove espulsioni nel M5S, quelle dei ‘cittadini’ Paola Pinna e Massimo Artini, colpevoli di non aver restituito parte del loro stipendio da parlamentari. Senza scendere nei particolari, è palese che nel Movimento siano entrati una quota non indifferente di ‘furbetti’ ed ‘incapaci’ (così come pronosticato da Grillo). Altrettanto lapalissiana è, però, la conclamata incapacità politica del duo Grillo-Casaleggio. Dare in pasto agli squali mediatici i resti del M5S squarciato dalle faide interne proprio nel momento di massima difficoltà del governo Renzi ‘amico di Confindustria’, è stato un assist da dilettanti.

Ieri il guru pentastellato è stato addirittura assediato nella sua casa di Marina di Bibbona (LI) da alcune decine di parlamentari ed attivisti inferociti. Alla loro testa proprio il ‘condannato’ Artini che ha negato gli addebiti, apostrofato Grillo con un «così mi rovinate la reputazione», ma non è riuscito a scalfire la posizione del capo. Una manna per i giornalisti filorenziani del Tg3 e di quasi tutte le altre emittenti orientate contro ‘l’orco Grillo’. Oggi alcuni rappresentanti del Movimento (Cristian Iannuzzi, Patrizia Terzoni, il sindaco di Livorno Filippo Nogarin) hanno provato a chiedere la sospensione della procedura di espulsione.

Ma Beppe Grillo, ancora una volta, ha spiazzato tutti, pubblicando sul suo blog un post che chiude un’epoca, segna la storia del M5S e che, per questo, merita di essere riportato quasi integralmente. «Il M5S ha bisogno di una struttura di rappresentanza più ampia di quella attuale. Questo è un dato di fatto», posta Grillo, «io, il camper e il blog non bastiamo più. Sono un po’ stanchino, come direbbe Forrest Gump. Quindi pur rimanendo nel ruolo di garante del M5S ho deciso di proporre cinque persone, tra le molte valide, che grazie alle loro diverse storie e competenze opereranno come riferimento più ampio del M5S in particolare sul territorio e in Parlamento». E chi sono i ‘magnifici 5’ proposti per un tutt’altro che scontato voto on-line? Alessandro Di Battista, Luigi Di Maio, Roberto Fico, Carla Ruocco, Carlo Sibilia. Innegabilmente, la ‘mejo gioventù’ espressa dal Movimento, ma che i neo espulsi Artini e Pinna, colpiti dalla ‘sindrome della poltrona’, definiscono con invidia «nomi imposti dall’alto». Dubbi palesati anche da qualche ortodosso come Alessio Villarosa. Aria tesa nel Movimento: prevista in serata un’assemblea dei deputati.

Il caso Grillo non è bastato però a coprire la drammatica notizia del record storico della disoccupazione nel nostro Paese dal 1977 (anno di inizio delle serie storiche) che tutti i giornalisti di Regime sono stati costretti, loro mal grado, a riportare in prima pagina. I dati li fornisce come sempre l’Istat secondo cui ad ottobre «il tasso di disoccupazione è pari al 13,2%, in aumento di 0,3 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 1,0 punti nei dodici mesi». 55mila occupati in meno rispetto al mese precedente e un numero di disoccupati pari a 3 milioni e 410mila; 90mila in più rispetto a settembre, e ben 286mila dall’inizio dell’anno.

Con buona pace delle ‘sparate’ di Matteo Renzi che ha raccontato una verità esattamente contraria in più occasioni, ultima quella di stamane a Catania (prima tappa della visita odierna al Sud). Il premier è riuscito nell’impresa di prendere in esame solo i dati trimestrali e  ha ricominciato a fare a pugni con la realtà affermando che «da quando ci siamo noi ci sono più di 100 mila posti di lavoro in più», continuando poi con la solita ‘supercazzola’ sul fatto che «in Italia più persone lavorano rispetto a quando si è insediato il governo ma per riuscire a recuperare c’è ancora tanto da fare». Come se non bastasse questa confusione di numeri, fa quasi sorridere (se non ci fosse da piangere) anche la reazione ufficiale del ministero del Lavoro guidato da Giuliano Poletti che in una nota riesce a scorgere «un andamento positivo dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato, pari ad oltre 400 mila nuovi contratti, con un aumento del 7,1% rispetto ad un anno prima». E il sottosegretario Graziano Delrio affonda il coltello nel ridicolo quando afferma che «le chiacchiere stanno a zero, i posti di lavoro aumentano». Roba da chiamare un’ambulanza. Il forzista Giovanni Toti ne approfitta, invece, per twittare ironico «ma non era #lasvoltabuona?» e per lanciare il No tax Day di Forza Italia in programma questo fine settimana.

Stamattina alla Camera ha preso avvio la discussione generale sulla legge di stabilità, proprio nel giorno in cui la Commissione europea dà un sostanziale via libera al provvedimento. Promozione con riserva perché secondo i burocrati di Bruxelles il governo italiano «deve compiere ulteriori progressi». Per questo è stato fissato un ‘tagliando’ già nel marzo 2015. È stato lo stesso presidente Jean Claude Juncker a lasciare intendere che è stata una ‘scelta politica’ per evitare ‘contestazioni’. Nonostante questo, il ministero dell’Economia con una nota ufficiale si mostra entusiasta, ma il forzista Renato Brunetta lo gela definendo il suo «canto semplicemente ridicolo e paradossale, visto che la Commissione sospende il giudizio per l’Italia e lo rimanda a marzo 2015». Per il ‘berlusconiano d’assalto’, convinto del giudizio negativo della Ue sulla manovra, il ministro Pier Carlo Padoan dovrebbe controllare meglio i suoi collaboratori «prima di diffondere note surreali, perché ne va della sua credibilità». Anche in questo caso, come in quello Renzi-Istat, assistiamo al confronto tra due visioni della realtà ‘schizofreniche’, completamente agli antipodi.

 

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