lunedì, Ottobre 18

Le 4 spine di Renzi

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In apparenza, tutti sono in guerra contro tutti. Sotto sotto, si parlano, e si lanciano segnali, messaggi: perché hanno tutti da perdere in una resa dei conti definitiva. Come Maria Campi, la diva del varietà diventata celebre per aver ‘inventato’ il movimento d’anca chiamato ‘mossa’, tutti cantano ‘Ninì Tirabusciò‘; e, appunto, ‘ancheggiano’.

Lamossa‘, in casa del Partito Democratico, comincia con la Direzione del Partito. Doveva tenersi il 21 marzo scorso. Rimandata, in segno di lutto per il terribile incidente in Spagna che ha fatto strage di studenti dell’Erasmus. E’ convocata per il 4 aprile. I due Matteo, il Renzi Presidente del Consiglio e Segretario del partito, e Orfini, che del PD è il Presidente più che di fioretto sembrano intenzionati a procedere a colpi di sciabola. Una ‘mossa’ anche questa. Renzi ancora non si può permettere l’affondo definitivo, la minoranza del partito, per quanto fastidiosa, gli è comunque utile. In quanto agli oppositori, restano nelladitta‘. Sanno bene che fuori dal partito c’è il nulla fatto di niente.
Sono tre i punti su cui la minoranza del PD impernierà la sua polemica e cercherà di dare battaglia: a) i rapporti tra la maggioranza di Governo e il gruppo ALA che fa capo a Denis Verdini; b) il bilancio delle primarie del partito in vista delle elezioni amministrative; c) il referendum sulle trivellazioni in mare.

Cominciamo dal referendum: è stato richiesto da nove regioni: Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania, Molise. E’ fissato per il prossimo 17 aprile. I promotori, in sostanza, chiedono che non siano più prorogate le concessioni estrattive entro le dodici miglia dalle coste italiane. La linea ufficiale del PD è per l’astensione; i renziani sono mobilitati da settimane per convincere gli elettori a restare a casa. Se, infatti, non andrà a votare il 50 per cento più uno degli aventi diritto al voto, il referendum verrà annullato; quello che è accaduto con il referendum sulla legge 40 sulla procreazione assistita, all’epoca furono le gerarchie ecclesiastiche e il centro-destra a spingere per l’astensione. Questa volta sono Renzi e i suoi sostenitori. Un bel pasticcio: la maggior parte dei consigli regionali che hanno indetto il referendum sono di centro-sinistra; ancor più pasticcio se si considera che la decisione è stata presa senza che nessuno degli organi deliberativi del partito abbia deciso nulla. Questi sono, sostanzialmente, i due punti su cui la minoranza del PD, guidata da Pierluigi Bersani e Gianni Cuperlo darà battaglia.

Il secondo punto sono i rapporti con il gruppo di Verdini, che di fatto è entrato a far parte della maggioranza di Governo. La minoranza è in fibrillazione, denuncia quello che definisce «un cambio della ragione sociale del partito», denuncia una «deriva che porta il PD a diventare il Partito della Nazione, con conseguente abbandono della prospettiva di centro-sinistra», e invoca il Congresso.

Infine, l’esito delle primarie. Hanno provocato lacerazioni profonde. Se a Roma, di fronte all’emergenza Cinque Stelle, il PD si stringe attorno a Roberto Giachetti e il rivale Roberto Morassut è più impegnato a far ‘pesare’ il consenso raccolto sul suo nome, che ad accendere polemiche, è a Napoli che non c’è pace: Antonio Bassolino continua a denunciare i brogli di cui sarebbe stato vittima, e i tre ricorsi da lui presentati, inesorabilmente bocciati, alimentano tensioni e rancori mai sopiti.

Queste le tre ‘mosse’ della minoranza PD. Per forza di cose, comunque, la polemica si limiterà a uno stop and go. Non è il fronte interno, a impensierire il Presidente del Consiglio.

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