domenica, Settembre 19

Lavoro e tutele nella Ue: l’ultima sentenza Intervista alla la dott.ssa Emanuela Zanrosso e alla la prof.ssa Gracy Pelacani

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In un momento di crisi dell’integrazione europea, tale decisione sembrerebbe piuttosto guardare a favore di un processo di riconoscimento di diritti nel campo del lavoro, derivanti dall’appartenenza all’Ue, specialmente nel caso di immigrazione economica? La dott.ssa Zanrosso ritiene che “il diritto che questa sentenza riconosce va oltre le previsioni del diritto Europeo e trova fondamento nel codice internazionale dei diritti umani. Quindi va molto lontano nel tempo, agli anni sessanta. Certo fa riflettere che una sentenza del genere produca dibattito, quando i diritti dei lavoratori sono ampiamente riconosciuti a livello internazionale ed europeo. Forse è proprio per via della crisi nell’integrazione europea. Ma, a mio parere, la crisi si rivolge più ad altri settori del mercato comune, non tanto a quello delle persone. Ovvero la crisi sta nelle politiche europee che sembrano lontane dalle reali necessità. Si pensi a tutte le polemiche nel mercato comune alimentare. Per tornare nella nostra materia, nel campo dell’immigrazione economica le ultime direttive si stanno muovendo nell’uniformare le procedure di ingresso per lavoratori altamente qualificati o appartenenti ad alcune particolari categorie (stagionali, lavoratori in formazione, lavoratori nell’ambito di trasferimenti intra-societari) Su questo c’è un completo allineamento tra gli Stati e le direttive vengono velocemente recepite. L’Ue si sta muovendo da anni per uniformare anche tutte le procedure per il riconoscimento e la gestione della protezione internazionale. Su questo ci sarebbe molto da riflettere, visto che, anche in questo campo, il lavoro UE è stato di estrema importanza. Peccato che l’opinione pubblica assimili tematiche emergenziali con altre di sviluppo economico”.

Fa invece notare la prof.ssa Pelacani che “qui si tratta della conservazione del diritto al soggiorno nello Stato membro di residenza da parte di una persona non economicamente attiva, che è stata un lavoratore e che, come si rileva (non a caso) al punto 17, al momento dei fatti non dispone più dell’aiuto economico da parte di terzi (i figli, in questo caso). Non credo sia rilevante la sua attività di lavoratore autonomo in sé, o le condizioni in cui l’ha svolta a suo tempo. Dall’altro, il favor verso il cittadino dell’UE economicamente attivo (lavoratore e categorie assimilabili) nella giurisprudenza della Corte mi pare una costante (pur con eccezioni ed oscillazioni). Le questioni più dibattute, piuttosto, si sono sempre poste in casi in cui si trattava di tutelare categorie altre di cittadini UE (minori figli di cittadini di paesi terzi, studenti, familiari cittadini di paesi terzi, pensionati)”.

Veniamo infine al tema degli effetti: tale decisione può incentivare la propensione alla mobilità internazionale all’interno dell’Ue? Secondo la dott.ssa Zanrosso, non avrà grossa influenza. Certamente, la normativa sul sostegno alla disoccupazione è diversa da Stato a Stato, ma vedo improbabile che ci si diriga verso Stati più tutelanti solo con il pensiero di essere poi aiutati. Non dimentichiamo che vige l’obbligo del lavoro per un anno, con conseguenti aspetti di integrazioni, basti pensare alla lingua, prima di poter accedere a tali benefici”. Del medesimo avviso la prof.ssa Pelacani: ”Non credo questa pronuncia possa provocare tale effetto. Trattasi pur sempre di un cittadino che, salvo i quattro anni di esercizio dell’attività autonoma, si è trovato sia prima sia dopo privo di risorse, e con una sentenza della Corte che arriva a fine 2017. Mi sembra (tra tutte le conseguenze possibili a cui posso pensare) una pronuncia, per gli effetti a livello nazionale che potrà avere, che può contribuire, in senso più ampio, a limitare l’utilizzo strumentale (e discriminatorio) del diritto dell’UE in materia di libera circolazione (e della conservazione o meno del diritto al soggiorno) al fine di limitare l’accesso ai cittadini UE non nazionali di avere accesso ad alcune prestazioni sociali”.

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