mercoledì, Ottobre 27

Lavoro, resa dei conti nel Pd field_506ffb1d3dbe2

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L’argomento principe della giornata è naturalmente il confronto sempre più duro tra Matteo Renzi e ciò che rimane dell’ideologia italiana di sinistra sul tema della riforma del Lavoro; Beppe Grillo pubblica un video di due anni fa quando il ‘rottamatore dei diritti dei lavoratori’ era contrario all’abolizione dell’articolo 18; Scontro di cifre anche sui debiti della Pa: il premier giura di aver messo a disposizione 60 mld, ma Confindustria e il solito M5S lo smentiscono; Denis Verdini rinviato a giudizio a Roma con l’accusa di finanziamento illecito; Ancora stallo sulle nomine di Consulta e Csm, tutto rinviato a domani.

L’appuntamento per la minoranza Pd è fissato per domani nella sala Berlinguer di Montecitorio. Bersani, Civati, Damiano, Orfini, Cuperlo, la cosiddetta ‘sinistra dem’, pensa addirittura di proporre un referendum fra gli iscritti. L’intenzione è quella di contarsi e di trovare una strategia comune prima di dare battaglia a colpi di emendamenti sulla riforma del Lavoro, considerata un attacco ai residui diritti dei lavoratori. Intanto, il premier si trova già in California da dove ha preso il via il suo primo viaggio ufficiale negli Stati Uniti. Le tappe del tour americano sono l’università di Stanford a San Francisco, la Silycon Valley, il Palazzo di Vetro dell’Onu a New York (dove Renzi interverrà alla Conferenza sul clima e poi all’Assemblea generale delle Nazioni Unite) e la sede della Fiat-Chrysler di Detroit per fare una visita di cortesia all’amico Sergio Marchionne. Dagli States, vetrina ideale per offrire ulteriore visibilità ad un primo ministro protagonismo-dipendente, Renzi ‘l’amerikano’ ha promesso che farà di tutto per «cambiare l’Italia».

Dunque, sul tavolo dello scontro politico c’è sempre il dossier Lavoro e la polemica interna al Pd sulla questione dell’articolo 18. Renzi ieri è stato chiaro: o il disegno di legge delega sui nuovi contratti (il Jobs Act che approda domani nell’aula di Palazzo Madama) viene approvato celermente, oppure l’Esecutivo potrebbe procedere con la mannaia del decreto legge (concetto ribadito oggi dal sottosegretario all’Economia Pier Paolo Baretta). Scopo di Renzi è mettere con le spalle al muro la minoranza ‘di sinistra’ nella direzione del partito fissata per il 29 settembre, per poi presentarsi con mezza riforma in tasca al vertice Ue sul Lavoro dell’8 ottobre a Milano. Ma gli ex comunisti per il momento non mollano, anche se hanno scoperto troppo tardi che, a forza di rinnegare il loro passato, il partito è finito nelle mani di uno che comunista non è mai stato.

Questa mattina ad aprire le danze ci ha pensato Stefano Fassina. «Se il presidente del consiglio vuole affrontare i problemi della precarietà ci sono tutte le condizioni per risolvere le differenze tra di noi e i problemi», ha detto ‘Fassina chi?’, «se invece vuole lo scontro perché magari vuole andare alle elezioni, allora è davvero un altro problema». Il sospetto dell’ex viceministro all’Economia è che Renzi voglia stanare il nemico interno (sinistra Pd e Cgil) per coprire i fallimenti economici del governo e prepararsi il terreno per un ricorso anticipato alle urne. Anche Beppe Grillo affonda il coltello nella piaga della riforma del lavoro e in un’intervista rilasciata a Piazzapulita definisce un «ricatto» quello della BCE sull’articolo 18. Il leader del M5S pubblica sul suo blog un video del 2012, quando il sindaco di Firenze, ospite di Michele Santoro, dell’articolo 18 propugnava una visione completamente opposta a quella odierna. «Ho detto sull’articolo 18 e lo ripeto qui», dichiarava orgoglioso Renzi, «che non ho trovato un solo imprenditore, in tre anni che faccio il sindaco, che mi abbia detto: “Caro Renzi, io non lavoro a Firenze o in Italia, non porto i soldi, perché c’è l’articolo 18” Nessuno me l’ha detto».

Oggi, con il potere in mano, al premier evidentemente non conviene più stare dalla parte dei lavoratori, ma piegarsi agli amorevoli consigli di Bruxelles, del FMI e del governatore della BCE, Mario Draghi (che nel pomeriggio, di fronte alla Commissione affari economici del Parlamento europeo ha dovuto ammettere che la ripresa nella zona UE è «debole»). Renzi è costretto anche ad ingoiare il rospo delle critiche del ‘Financial Times’. Scrive oggi Wolfgang Munchau: «È un po’ ingenuo pensare che l’economia ripartirà miracolosamente una volta che le imprese potranno licenziare il loro personale». Ma, in compenso, l’abile oratore fiorentino può contare sull’appoggio di Forza Italia. «Politica economica. Noi ci siamo. Da sempre abbiamo sostenuto la necessità di liberalizzare il mercato del lavoro», si legge nell’odierno Mattinale berlusconiano, «Bene dunque Renzi, se lo fa davvero e non cede a compromessi».

Altra vicenda di rilievo è quella dei debiti della PA che a tratti sta assumendo dei caratteri paradossali. Sempre il logorroico primo ministro, ieri, di fronte alla telecamera del Tg2, ha giurato e spergiurato di aver vinto la scommessa fatta con Bruno Vespa sul pagamento di 60 mld di debiti della PA alle imprese entro il 21 settembre. Peccato che la realtà descritta da Renzi sia lontana anni luce da quella vissuta dal resto del mondo. A smentirlo ci hanno pensato il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, la Cgia di Mestre e il già citato Beppe Grillo. Sempre sul blog pentastellato si raccontano «Le balle di Renzi sui debiti della pubblica amministrazione». Secondo il comico genovese «basta farsi un giro sul sito del Mef o leggere i giornali per scoprire che siamo a circa 30 miliardi effettivamente erogati. Tra l’altro si tratta di soldi in gran parte stanziati dai governi precedenti». Il M5S chiede a gran voce al governo «di sbloccare il decreto attuativo già scaduto per la compensazione delle cartelle Equitalia con i crediti verso la Pa».

La risolutezza di Renzi nel voler assegnare «più diritti e uguali per tutti i lavoratori» con una riforma che, invece, i diritti li comprime, va a nozze con le novità che arrivano dall’inchiesta per bancarotta che coinvolge il papà Tiziano. Renzi senior avrebbe aperto e chiuso una decina di società in 30 anni di lavoro. Ebbene, mai assunti dipendenti a tempo indeterminato, tranne uno: il figlio Matteo alla Chil Post pochi giorni prima che il pargolo fosse eletto presidente della Provincia (con annesso pagamento dei suoi contributi da parte di Pantalone). Quello che il ‘Fatto Quotidiano’ ha definito il ‘Tiziano Act’ potrebbe adesso essere esteso a tutti i lavoratori italiani: mai più contratti a tempo indeterminato, tranne che per i figli di papà che si buttano in politica. Una soluzione pratica.

 

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