giovedì, Ottobre 28

Lavoro agile in Italia? Sì grazie…

0
1 2


Una scrivania in meno, nessun cartellino, più spazi comuni. In questi ultimi anni in Italia si moltiplicano i progetti delle imprese che provano a ripensare il lavoro in un’ottica intelligente, mettendo in discussione i tradizionali vincoli legati a luogo e orario, lasciando alle persone maggiore autonomia nel definire le modalità di lavoro a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati. Questa nuova filosofia manageriale che prende il nome di ‘Smart Working’ tradotto in italiano ‘Lavoro agile’ sta sempre più guadagnando terreno nel nostro Paese soprattutto nelle organizzazioni private, rispetto alle Pubbliche Amministrazioni, e nelle grandi aziende. Nel 2015 il 17% delle grandi imprese italiane ha già avviato dei progetti organici di Smart Working, introducendo in modo strutturato nuovi strumenti digitali, policy organizzative, comportamenti manageriali e nuovi layout fisici degli spazi (lo scorso anno erano l’8%). A queste si aggiunge il 14% di grandi imprese in fase ‘esplorativa’, che si apprestano cioè ad avviare progetti in futuro, e un altro 17% che ha avviato iniziative puntuali di flessibilità solo per particolari profili, ruoli o esigenze delle persone. Quasi una grande impresa su due, quindi, sta introducendo in modo strutturato o informale questo nuovo approccio all’organizzazione del lavoro.

Tra le pmi, però, la diffusione risulta ancora molto limitata: solo il 5% ha già avviato un progetto strutturato di Smart Working, il 9% ha introdotto informalmente logiche di flessibilità e autonomia, oltre una su due non conosce ancora questo approccio o non si dichiara interessata. Parallelamente, si diffondono fenomeni che riprendono ed estendono i principi dello Smart Working anche fuori dall’impresa. Su tutti, il coworking, (ossia uno stile lavorativo che coinvolge la condivisione di un ambiente di lavoro, spesso un ufficio, mantenendo un’attività indipendente) di cui si contano 349 spazi in Italia, 88 nella sola Milano1: strutture che offrono luoghi flessibili on demand e un’esperienza di lavoro ‘Smart’, rivolgendosi ormai non solo a liberi professionisti, startup e microimprese, ma anche alle aziende più grandi, con il 71% dei manager che li ritiene un’opportunità anche per organizzazioni strutturate. Sono alcuni risultati della ricerca dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano, realizzata attraverso un’analisi empirica e il confronto diretto con oltre 240 organizzazioni pubbliche e private in Italia. «Molte organizzazioni nell’ultimo anno hanno iniziato ad interessarsi e adottare questo approccio, con un effetto positivo su persone, aziende e società, soprattutto grazie all’opportunità di ripensare stili manageriali e modalità di gestione ormai superati»  commenta Mariano Corso, Responsabile scientifico dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano: «Le organizzazioni devono però evitare l’errore di farsi trascinare dall’effetto moda, introducendo un cambiamento solo superficiale, senza cogliere l’opportunità di ripensare profondamente cultura e modelli organizzativi per liberare nuove energie dalle persone. Fare davvero Smart Working, cioè, è un percorso lungo e profondo di continua evoluzione. Significa andare oltre l’introduzione di singoli strumenti e creare un’organizzazione orientata ai risultati, fondata su fiducia, responsabilizzazione, flessibilità e collaborazione»

Ad oggi non vi è ancora una legge approvata su questo tema. «Le indicazioni più aggiornate» riferisce Fiorella Crespi direttore dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano: «riguardano il ddl depositato dal Governo a fine gennaio e collegato alla legge di stabilità. Si tratta quindi di una versione non ancora approvata e che potrebbe subire affinamenti durante l’iter parlamentare. Facendo riferimento al testo attualmente diffuso si può dire che esso rappresenta un significativo passo in avanti nel processo di sensibilizzazione e supporto all’adozione dello Smart Working da parte di organizzazioni pubbliche e private rispetto al tema. Se approvato darà un impulso positivo alla diffusione di questo approccio perché smonta molti degli alibi che le organizzazioni avevano per non agire e soprattutto perché fa chiarezza e presenta lo Smart Working come strumento diverso dal telelavoro facendolo anche uscire dal recinto del welfare».

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->