sabato, Maggio 15

Lavoratori stranieri, opportunità o minaccia? 40

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Disperato per la mancanza cronica di lavoratori in alcuni settori fondamentali come quello delle costruzioni, il Giappone corre ai ripari allentando la severità delle regole sull’immigrazione e propone di estendere il controverso programma di apprendistato lavorativo per stranieri da tre a cinque anni.

 Il tempismo, con l’approssimarsi delle Olimpiadi di Tokyo 2020 e la ricostruzione post tsunami di Fukushima, getta però più di qualche dubbio sulla reale volontà da parte del governo di aprire realmente le porte del paese agli stranieri. Lo stesso primo ministro, il conservatore Shinzo Abe, ha voluto mettere in chiaro l’eccezionalità del provvedimento che non costituisce un cambiamento nella politica sull’immigrazione quanto piuttosto un adeguamento provvisorio alle richieste dell’industria edile. Questo comparto d’altronde, raggiunto un picco di 4,6 milioni di lavoratori nel 1997 è ora ridotto a 3,4 milioni, un ridimensionamento del 26% in meno di venti anni causato in buona parte dalla mancanza cronica di lavoratori.

 La politica giapponese recente sull’immigrazione risale al 1989. Il paese arrivava da anni di vorticosa crescita economica, la famosa ”economia della bolla”, che impose una più attenta riflessione su quale atteggiamento tenere nei confronti di un fenomeno totalmente nuovo nella storia del paese.

Sin dalla metà degli anni 80 la crescita e la dinamicità dell’economia aveva attratto una crescente ondata di lavoratori stranieri. Il Giappone, allora come adesso, si è trovato schiacciato tra due opposte pulsioni. Da una parte il bisogno di aprire il suo mercato del lavoro, anche quello non specializzato, ad una manodopera straniera giovane ed economica che sopperisse al drastico calo demografico del paese. Dall’altra l’ancestrale sentimento di preservare l’unicità e l’omogeneità della razza. La legge approvata nel dicembre 1989, tuttora legge riferimento in tema d’immigrazione, mantenne il vecchio principio di non accettare personale non specializzato ma introdusse delle significative eccezioni sulle quali poggia l’immigrazione del ventennio successivo.

 Questa si può distinguere in cinque grandi categorie: Nikkeijin, discendenti dei giapponesi, sono tutti quei lavoratori di origini giapponese i cui antenati emigrarono e a cui è permesso lavorare e risiedere in Giappone senza restrizione. I tirocinanti aziendali, ovvero persone che vengono assunte da ditte giapponesi per essere inserite in un programma di formazione lavorativa.. Studenti di lingua e cultura a cui viene permesso di lavorare quattro ore al giorno. Intrattenitrici femminili, “professioniste” sfruttate per il mercato del piacere. E infine una vasta schiera di lavoratori illegali senza visto disposti a fare i lavori più umili pur di guadagnare qualcosa.

 Questi lavoratori si trovano spesso in condizioni degradanti e senza nessuna tutela. Più di duecento compagnie nel 2012 sono state accusate di abusi nei confronti di lavoratori stranieri.

La strategia di allungare di due anni il visto è, secondo alcune sigle sindacali, solo un pretesto per il governo di assicurare all’industria edile una manodopera a buon mercato e che goda di diritti di serie B. Persone disposte a fare quei lavori noti come delle 3Kkitanai, kiken, kitsui – ovvero sporchi, pericolosi e umilianti. I tipici lavori che nessuno in patria è più disposto a fare.

 Il caso dei Nikkeijin è uno dei più esplicativi del rapporto tra il Giappone e i lavoratori stranieri.

Attratti dalla prospettiva di lavoro, vennero fatti entrare con visto permanente all’inizio degli anni ’90 in pieno boom economico per sopperire alla carenza di manodopera non specializzata. Trattandosi di discendenti giapponesi, per lo più brasiliani, si pensava avessero più possibilità di integrarsi nella chiusa società giapponese. Il tempo ha dimostrato quanto questa prospettiva fosse erronea. L’esperienza per ventiduemila di loro si infatti è conclusa nel 2008 quando, con la crisi finanziaria alle porte, il governo prese una decisione senza precedenti offrendo un servizio di assistenza per il ritorno a casa. Distribuì infatti 300.000¥  a tutti coloro che, disoccupati, volevano tornare nel loro paese di origine e altri 200.000¥ per ogni membro della famiglia che si fosse aggiunto. L’accettazione della proposta significava la perdita dei diritti di residenza acquisiti al loro ingresso con lo status di discendenti giapponesi”. Molti commentatori hanno trovato ”razzista” questo atteggiamento, mettendo in risalto il cinico sfruttamento a cui sono stati sottoposti. Chiamati per aiutare la crescita del paese, lavorando spesso più di sessanta ore a settimana, e infine rispediti a casa i Nikkeijin possono aiutare a comprendere quanto possa essere difficile il processo di integrazione tra giapponesi e stranieri.

 Sicuramente non migliore la situazione dei tirocinanti aziendali. Sulla carta l’obiettivo del ”Technical Internship Training Program” era quello di facilitare lo scambio di conoscenze lavorative con i paesi vicini dando la possibilità a questi lavoratori di imparare un mestiere in Giappone e, al termine di tre anni, tornare nel loro paese (per la maggior parte la Cina). Nella pratica si sono invece trasformati in una manodopera a buon mercato con scarse tutele lavorative. Sono spesso costretti a contrarre un debito per venire a lavorare in Giappone dove sono poi obbligati ad orari massacranti, restrizioni sulla possibilità di muoversi e paghe al di sotto dei minimi salariali. Il Ministro della Giustizia solo nel 2009 ha trovato più di quattrocento casi di maltrattamenti tra questi lavoratori. Colossi come Toyota e Sony hanno già da tempo delocalizzato la loro produzione in posti con una manodopera più economica. Ma le piccole e medie imprese trovano estremamente vantaggioso assumere uno straniero con la formula del tirocinio e questo, nonostante gli sforzi del governo, è una prassi difficile da cambiare.

 L’atteggiamento del Giappone sul tema dell’immigrazione rimane ambivalente. Quasi uno scontro tra razionalità ed emotività. Il bisogno di sopperire ad una popolazione che diventa sempre più vecchia, il Giappone ”perde” un milione di persone l’anno e il Ministero della sanità stima che per il 2050 la popolazione totale sarà di 87 milioni di persone di cui un terzo over 65, contro l’istinto ben sintetizzato nella frase dell’ex primo ministro Taro Aso di sentirsi come una nazione di «una razza, una civiltà, una lingua e una cultura».

A volte il simbolo di questa ”unicità” diventa proprio la lingua. Tra il 2008 e il 2009 il Giappone ha stretto  accordi per l’inserimento lavorativo di badanti con l’Indonesia e le Filippine. Alle badanti arrivate in questo modo in Giappone al termine dei tre anni concordati è stato richiesto un esame di lingua e cultura medica come requisito per poter rimanere. Delle circa 600 persone entrate solo diciannove hanno passato l’esame nel 2011 e 47 su 415 nel 2012. L’esame è parso più che altro un pretesto per poterle rispedire a casa.

 La situazione migliora leggermente quando si tratta di studenti e lavoratori specializzati. Per questi ultimi in particolare è stato introdotto nel 2012 una sorta di ”residenza a punti”. Il governo darà infatti un punteggio al lavoratore straniero calcolato sulle sue qualifiche accademiche, di carriera professionale e di salario. Con più di 70 punti si viene riconosciuti come ”straniero altamente professionale” e, trascorsi cinque anni, vi è la possibilità di ottenere una visto permanente.

 Molti nell’attuale governo, pur di non affrontare il tema dell’immigrazione, propongono di combattere la carenza di lavoratori con un maggiore utilizzo delle donne nel mercato del lavoro. Staremo a vedere, per adesso i risultati si sono dimostrati molto deludenti se è vero che il 60% delle donne lascia il proprio lavoro dopo la nascita del primo figlio e che il Giappone risulta al 134° posto su 153 nazioni a proposito di presenza femminile nei rispettivi parlamenti dopo Buthan e Benin.

Quello che sembra evidente è il fallimento di tutti gli esperimenti di integrazione sin qui attuati dai vari governi. L’incidenza degli stranieri sulla forza lavoro totale è infatti ancora sensibilmente inferiore al 2%, la peggiore performance tra i paesi industrializzati.

Qualsiasi sia la soluzione il Giappone sa che per continuare ad essere competitivo sulla scena internazionale e competere con Cina e Stati Uniti ha bisogno di più lavoratori ma per adesso non mostra di avere la reale volontà di affrontare la situazione. 

 

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