domenica, Maggio 9

L'avanzata del nazionalismo cinese field_506ffb1d3dbe2

0

Il 30 giugno del 1997, in una cerimonia simbolica trasmessa dalle televisioni di tutto il mondo, il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord cedeva la sovranità di Hong Kong alla RPC (Repubblica Popolare Cinese). Dopo 150 anni di dominio coloniale, l’enclave europea, strappata alla  dinastia cinese dei Qing con la forza della tecnologia militare occidentale, diveniva parte della dittatura comunista, chiudendo l’ultimo capitolo della storia dell’impero britannico. Con rassegnata malinconia gli ex imperialisti dicevano addio alla loro amata colonia, mentre in Cina la gente esultava per la fine del secolo dell’umiliazione, che era iniziato proprio con la prima guerra dell’oppio in cui la Gran Bretagna si era impadronita di Hong Kong.

Gli abitanti di Hong Kong avevano dei sentimenti contrastanti nei confronti dell’imminente ritorno alla Cina. Benché non si sentissero britannici, essi non si identificavano con il PCC (Partito Comunista Cinese). Molti cittadini della colonia erano immigrati a Hong Kong dalla Cina per sfuggire alle guerre civili e al terrore comunista. Alcuni di loro erano ricchi capitalisti di Shanghai che, dopo il 1949, temevano le rappresaglie dei rossi di Mao Zedong. Dopo la Seconda guerra mondiale, Hong Kong contava circa 600,000 abitanti. Nel 1955, l’afflusso di rifugiati dalla Cina portò la popolazione a 2,5 milioni, un numero che continuò ad aumentare negli anni successivi. Oggi, Hong Kong ha circa 7 milioni di abitanti, il 95% di cui è di origine cinese.

Da un lato, Hong Kong è sempre stata una città culturalmente ed etnicamente cinese. Ma essa si sviluppò all’interno di un sistema giuridico, sociale e politico creato dai britannici, in un contesto globale in cui la città era culturalmente ed economicamente aperta al resto del mondo, e in uno stato di diritto che tutelava le libertà individuali e la proprietà privata. Dunque, nonostante i cittadini di Hong Kong si sentissero cinesi da un punto di vista culturale ed etnico, essi apprezzavano i benefici del sistema britannico, nel quale cercavano protezione dal caos, dalla violenza e dalla povertà della Cina continentale.

Nel 1989, la popolazione di Hong Kong vide con sgomento, terrore e preoccupazione le immagini del massacro di Piazza Tiananmen. Quello era, dunque, il paese di cui Hong Kong avrebbe fatto parte a partire dal 1997. La promessa del governo comunista di lasciare inalterato il sistema economico e sociale di Hong Kong, e di mantenere tutte le libertà ereditate dal regime britannico, secondo la formula di «un paese, due sistemi», rassicurava solo in parte i cittadini di Hong Kong. Molti si dichiaravano ottimisti, ma chi poteva permetterselo teneva aperta l’opzione dell’emigrazione; una piccola precauzione, nel caso in cui Pechino dovesse dimostrarsi inaffidabile. Si stima che prima del 1997 circa un milione di abitanti di Hong Kong avesse un passaporto straniero, un permesso di soggiorno in un altro paese, o i mezzi economici per emigrare. «A pochi anni del trasferimento di sovranità al regime comunista, Hong Kong professa ottimismo, ma internamente è incerta e ha paura del futuro,» scriveva nel 1987 George L. Hicks. «La calma esteriore maschera la tensione interiore.»

Ma il terremoto politico che molti si aspettavano non si verficò. La maggior parte degli abitanti di Hong Kong guardò la cerimonia del 1997 in televisione, e il giorno dopo si risvegliò in una città con una bandiera diversa, ma in cui tutto era come prima. Nelle parole di Rowan Callick, nel 1998 gli eventi di un anno prima apparivano già «remoti come le guerre dell’oppio.» Le persone continuavano a vivere come avevano fatto in passato, e i problemi che preoccupavano la gente comune non avevano tanto a che fare con la Cina, ma con la crisi finanziaria asiatica che colpì Hong Kong duramente. Che cosa è, dunque, veramente cambiato dopo il trasferimento di sovranità del 1997?

Uno dei problemi principali dell’integrazione di Hong Kong nella RPC è la questione dell’identità nazionale. Quanto «cinese» è Hong Kong? Qual è il rapporto dei cittadini dell’ex colonia nei confronti della «madrepatria»? E soprattutto, si può amare una «patria» dominata da un partito comunista che si considera l’unico e solo rappresentante dell’intera nazione cinese? Questi sono i dilemmi con cui Hong Kong è stata confrontata dopo il 1997, ed essi hanno un significato fondamentale per il futuro della città. Se vi è un rischio per l’ex colonia dopo il ritorno alla Cina, è che il nazionalismo cinese, propagato dallo stato nella versione ufficiale ideata dal PCC, costringa Hong Kong a perdere la sua unicità e a trasformarsi in una città cinese come tutte le altre.

La nazione si può definire come una comunità di individui che condividono lo stesso territorio, la stessa cultura, e che hanno la percezione di un’identità comune. Dato che il nazionalismo, in quanto ideologia, è nato durante lo sviluppo dello stato moderno, esso è stato spesso propagato attraverso le istituzioni statali, quali la scuola, i mezzi di comunicazione, la letteratura, la storiografia etc.

La particolarità di Hong Kong è che prima del 1997 non vi era alcuna identità nazionale istituzionalizzata, e che quindi l’identità di Hong Kong si era sviluppata in modo del tutto spontaneo, naturale, pluralistico e non ideologico. Il cittadino di Hong Kong poteva identificarsi con la cultura cinese, con la città di Hong Kong, con l’occidente, con il subgruppo etnico al quale apparteneva (Hakka, Guangdong, Shanghai, Fujian etc.). Insomma, in quanto parte dell’impero britannico, l’identità di Hong Kong era flessibile, mista, e fluida, e la sua definizione era una questione privata, individuale, esattamente come l’identità religiosa o di classe. Quindi, si può dire che la società di Hong Kong fosse apolitica, poiché nessuna ideologia collettiva (religiosa, di classe, o nazionalistica), veniva imposta dallo stato coloniale.

Il motivo di questa assenza di indottrinamento è semplice. Lo scopo dello stato coloniale britannico era quello di mantenere l’ordine, la sicurezza dei residenti e di creare un clima favorevole alle attività economiche. Il governo di Hong Kong era sotto molti punti di vista minimalista. Inoltre, esso doveva mantenere l’equilibrio fra i vari elementi etnici della colonia, soprattutto la maggioranza cinese, l’elite dei funzionari pubblici e dei capitalisti britannici, e le minoranze indiane e parsi. Per raggiungere questo obiettivo, il governo scoraggiava la diffusione del nazionalismo etnico, il quale avrebbe, ovviamente, messo in discussione la legittimità di un regime coloniale dominato dai «bianchi» di governare una maggioranza di cinesi. Perciò, i curricula scolastici marginalizzavano la storia contemporanea della Cina e non prevedevano discussioni su questioni politiche.

Come spiega lo storico Steve Tsang, l’identità di Hong Kong che emerse a partire dagli anni ’60, quando di fatto la città era relativamente isolata dalla Cina e viveva un boom economico senza precedenti che la trasformò in una delle regioni più ricche del mondo, era pragmatica e variegata. Elementi tradizionali della cultura cinese, quali l’etica confuciana e la religiosità locale, si fondevano con concetti occidentali come lo stato di diritto, la libertà di stampa e di parola, e il sistema giudiziario britannico. Il cittadino medio di Hong Kong restava culturalmente cinese, ma non provava imbarazzo nell’accettare alcune caratteristiche della cultura occidentale o nel viaggiare con un passaporto britannico rilasciato dal governo coloniale. Inoltre, lo sviluppo economico creò un denominatore comune nell’orgoglio per la ricchezza, la laboriosità e il successo di Hong Kong. Cinesi, occidentali, indiani, parsi, ebrei etc. potevano tutti considerarsi membri di un’unica comunità in cui alcuni valori condivisi fungevano da elementi di coesione.

Da questo punto di vista, il 1997 ha rappresentato una profonda cesura nella storia di Hong Kong. L’assenza di un’identità nazionale è stato uno dei punti di frizione maggiori fra l’ex colonia e la Cina continentale, dove il nazionalismo ha sempre di più sostituito la vecchia ortodossia comunista come ragion d’essere del regime. Molti abitanti di Hong Kong facevano fatica ad accettare il fatto che la Cina fosse la loro nuova patria. Persino Tsang Yok-sing, uno dei membri fondatori dell’Alleanza Democratica per il Miglioramento e il Progresso di Hong Kong, un partito filopechinese, dichiarò nel 1998 che provava ancora un certo disorientamento nel compilare i moduli in aeroporto ed «esitava» a scrivere la parola «Cina» come paese d’origine.

Ma il governo di Pechino non vuole accettare ambiguità. Secondo i politici comunisti e chi li sostiene, Hong Kong deve abbracciare entusiasticamente l’identità cinese, e il nazionalismo deve essere propagato. Durante il primo anniversario del ritorno di Hong Kong alla Cina, l’allora leader cinese Jiang Zemin incoraggiò i suoi connazionali dell’ex colonia a mettere da parte il passato. «Non vi è nulla di strano se alcune persone fanno fatica ad abituarsi al cambiamento a causa delle opinioni e concezioni che si sono formate durante un lungo periodo di tempo,» disse il politico. «Ma alla fine si abitueranno, se hanno un profondo amore per la madrepatria e Hong Kong, se apprezzano il loro status come padroni del proprio paese, e se hanno cara la propria dignità di cinesi.»

Instillare l’amore per la madrepatria è diventato un mantra dei politici cinesi e filopechinesi. E il luogo in cui questo amore può essere meglio coltivato è la scuola. Per questo motivo, il governo di Hong Kong ha, negli ultimi anni, cambiato i curricula scolastici in modo tale da insegnare ai giovani ad identificarsi con la Cina e ad essere patrioti.

Il primo passo è stata l’introduzione di cerimonie negli asili nido per creare nei bambini un senso di identificazione con la bandiera della Cina comunista e con il suo inno nazionale. Gli insegnanti fanno capire ai bambini che l’inno e la bandiera sono sacri e devono essere rispettati. Un’insegnante, intervistata per uno studio sull’integrazione di Hong Kong nella Cina, ha dichiarato che, per spiegare agli alunni il rapporto fra i due territori, gli dice che «Hong Kong è come una bambina e la Cina è come sua madre. La bambina deve tornare da sua madre. Ecco perché Hong Kong è parte della Cina

Tung Chee-hwa, il primo Capo dell’Esecutivo della Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong, fu il primo leader della città a tenere un discorso inaugurale in cantonese, la lingua madre della maggioranza della popolazione. Prima del 1997, i governatori britannici mandati da Londra parlavano solo in inglese, una lingua che molti a Hong Kong, soprattutto chi non aveva un alto livello d’istruzione, non capivano. Tung Chee-hwa ha poi dato il via ad una riforma della scuola per dare più spazio al cantonese rispetto all’inglese.

Nel 2004, fu lanciato il progetto «Io amo la Cina», per sviluppare nei bambini «un senso di appartenenza alla nazione» e insegnargli a «valorizzare e rispettare la cultura cinese tradizionale.» Nelle scuole primarie e secondarie, l’«educazione nazionale» è entrata a far parte del programma. Molte case editrici hanno modificato i testi scolastici per renderli più consoni all’ideologia di Pechino. Ad esempio, dopo il 1997 Taiwan ha cominciato ad essere chiamata «Provincia di Taiwan», cosa che riflette la posizione del regime comunista che l’isola è parte della RPC. Temi come lo status coloniale di Hong Kong e il massacro di Piazza Tiananmen del 1989 vengono trattati, ma si tende a rappresentarli in un modo da non suscitare le ire di Pechino.

Le riforme scolastiche non sono, però, state accettate in silenzio. Molti genitori temono che ai loro figli venga fatto il «lavaggio del cervello» (un termine inventato da Mao Zedong che entrò a far parte del vocabolario occidentale negli anni ’50). Nel 2012, 90,000 persone protestarono contro l’introduzione di una disciplina chiamata «Educazione Morale e Nazionale.» In particolare, un opuscolo distribuito dal governo, intitolato «Il Modello Cinese», fece infuriare l’opinione pubblica. In esso si descriveva il PCC come «progressista, altruista e solidale», e si criticavano i sistemi parlamentari come cause di disastri, citando gli Stati Uniti come esempio.

Fra i programmi più controversi, ma anche meno conosciuti, vi sono gli scambi studenteschi fra Hong Kong e la Cina continentale. Secondo Michael Suen, ex Segretario per l’Istruzione di Hong Kong, gli scambi sono parte delle politiche del governo di coltivare nelle giovani generazioni un senso di dedizione alla nazione e di identità nazionale, e, attraverso il contatto diretto con la Cina continentale, di sviluppare il loro «amore per la madrepatria».

Ma alcuni di questi scambi, organizzati da gruppi giovanili vicini a Pechino, hanno qualità di vero e proprio indottrinamento. Un reporter del giornale ‘Apple Daily‘, infiltratosi in un gruppo di studenti di Hong Kong in viaggio in Cina, ha descritto come membri del PCC propagassero l’ideologia del partito, le guide invitassero gli studenti a scandire lo slogan «Amo la Cina», e il regime comunista venisse elogiato per i suoi successi. Secondo il giornalista, un membro del PCC gli disse che il partito era stato costretto a usare violenza nel giugno del 1989 perché molti studenti avevano «spellato poliziotti» e li avevano «appesi alle porte della città».

I tentativi del governo di riscrivere la storia di Hong Kong secondo i dettami del nazionalismo cinese si sono visti anche in occasioni più triviali. Nel 2009, il governo commissionò il Centro di Studi della Cina Meridionale (South China Research Center) dell’Università della Scienza e della Tecnologia di Hong Kong di compilare una lista del patrimonio culturale intangibile della città, secondo i criteri stabiliti dall’UNESCO. Nel giugno del 2014, 480 beni intangibili sono stati annunciati. La lista include il dialetto Wai Tau, la danza del leone, l’opera cantonese, il festival del Dio della guerra, e la tecnica per fare i wonton, tutti elementi fondamentalmente cinesi della cultura di Hong Kong. Ciò che manca, però, è il riconoscimento del contributo e dell’influsso culturale britannico. «La lista non riflette davvero l’eredità biculturale di Hong Kong», ha dichiarato John Carroll, professore di storia all’Università di Hong Kong. «Non capisco in che modo essa rappresenti veramente Hong Kong, e non la cultura cinese in generale.»

Sembra che i 150 anni di simbiosi fra la cultura britannica e quella cinese a Hong Kong debbano essere dimenticati e marginalizzati, e che Hong Kong debba essere omologata al resto della Cina. Se tutto va come previsto dal governo cinese, in pochi decenni Hong Kong sarà a malapena distinguibile da città come Shanghai, Guangzhou e Shenzhen, e l’era britannica apparirà lontana come le guerre dell’oppio che la inaugurarono.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->