mercoledì, Giugno 16

L’Autunno Arabo dell’Algeria: il Paese resta fermo a Bouteflika Con Francesca Caruso (IAI) analizziamo gli scenari politici dell'Algeria che si avvia al voto

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Dopo mesi di incertezze, finalmente la riserva è stata sciolta: il Presidente della Repubblica Algerina, Abdelaziz Bouteflika, si è candidato ufficialmente per un quinto mandato alle elezioni del prossimo aprile. Bouteflika, esponente del Front de Libération National (FLN: Fronte di Liberazione Nazionale), ha ottantuno anni, è al potere dal 1999 e, nel 2013, è stato colpito da un infarto che lo ha fortemente debilitato. Nonostante le sue precarie condizioni di salute, il Presidente sembra avere tutta l’intenzione di continuare a governare il Paese.

Tra il 2010 e il 2011, l’Algeria è stata tra i primissimi Paesi da cui è partita la stagione delle cosiddette Primavere Araba. Nonostante ciò, oggi gli effetti di quella stagione di rivolte sull’economia e sulla politica sembrano molto deboli: a differenza degli altri Paesi protagonisti della Primavera Araba, in Algeria non si è avuto un cambio di regime né un sostanziale cambiamento di rotta della politica del Governo in carica.

La candidatura di Bouteflika, è sostenuta, oltre che dal FLN, il principale partito protagonista della guerra d’indipendenza contro i francesi tra gli anni ’50 e ’60 del XX secolo, anche dal Rassemblement National Democratique (RND: Raggruppamento Nazionale Democratico) del Primo Ministro, Ahmed Ouyahia. In pratica, i due principali partiti del Paese, assieme a numerose altre formazioni politiche e alla maggior parte delle élite economiche, sostengono la candidatura dell’attuale Presidente, rendendo un suo quinto mandato molto più che probabile. La scelta di un candidato ottantunenne, per di più abbastanza malandato, segnala un problema della dirigenza politica: è come se quei gruppi che hanno guidato il Paese negli anni della Guerra d’Indipendenza Algerina (1954-62) e della Guerra Civile Algerina (1991-2002) siano stati totalmente incapaci di formare una generazione di successori.

Il ruolo del Paese, situato al centro del Magreb, nell’ambito dell’imponente fenomeno migratorio degli ultimi anni, rende il futuro politico dell’Algeria molto importante per l’Unione Europea, in generale, e per l’Italia, in particolare.

Per tentare di fare chiarezza sulla situazione politica algerina, abbiamo parlato con Francesca Caruso, analista dell’Istituto per gli Affar Internazionali (IAI).

 

L’Algeria è stata tra i primi Paesi da cui sono partite le cosiddette Primavere Arabe: quale è, oggi, la situazione politica, economica e sociale del Paese?

 È importante ricordare che l’Algeria sia stato tra i Paesi da dove sono scoppiate le rivolte sociali che hanno scatenato la cosidetta Primavera Araba. Ma è anche ricordare che, a differenza di Tunisia, Egitto, Yemen e, relativamente, anche rispetto al Marocco, dove è stata comunque cambiata la Costituzione, in Algeria ha vinto lo status-quo. E questo principalmente per due motivi: da una parte, la popolazione algerina era ed è tutt’ora traumatizzata dalla guerra civile; dall’altra, essendo un Paese produttore di petrolio, il Paese ha calmato gli animi attraverso delle recompense economiche, come per esempio quella del logement pour tous, con cui ha garantito una casa a tutti i cittadini algerini. D’altro canto, l’Algeria è da poco uscita da una guerra civile e questo ha influito moltissimo nel calmare gli animi in quanto la popolazione è ancora traumatizzata.
Ora, rispetto al 2014, quando Bouteflika si è candidato per un quarto mandato, la situazione economica è peggiorata a causa del prezzo del petrolio che ha prosciugato le casse dello Stato: giusto per fare un esempio, le riserve in valuta estera sono passate da le riserve dello Stato sono passate da 178 miliardi di dollari, nel 2014, a 90 miliardi di dollari alla fine di maggio. Inoltre, metà della popolazione è al di sotto dei trent’anni e il tasso di disoccupazione giovanile è arrivato attorno al 27%.
Nonostante I prezzi stiano risalendo, questa volta la campagna elettorale sarà sicuramente più difficile rispetto a quelle del passato.

Come mai si è deciso di ricandidare l’attuale Presidente, Abdelaziz Bouteflika, nonostante l’età e lo stato di salute? È possibile che il Front de Libération National, lo storico partito che guidò la lotta contro i francesi, non sia stato in grado di formare una nuova generazione di politici per sostituire la vecchia guardia?

Durante le Primavere Arabe, nel 2012, due giorni prima delle elezioni legislative, in occasione della commemorazione dei massacri di Sétif e Guelma del 1945, Bouteflika ha parlato alla Nazione dicendo per la prima volta che la classe dirigente dei Mujahidin, ovvero quella di cui lui fa parte, avrebbe dovuto farsi da parte perché era arrivato il momento di dare spazio alle nuove generazioni. Dopo le Primavere Arabe, infatti, nonostante lui avesse elargito denaro pubblico per venire incontro alle richieste della popolazione e concesso delle aperture democratiche, come la rimozione dello Stato di emergenza in auge da diciannove anni, Bouteflika sapeva che, anche a livello internazionale, il percorso di democratizzazione doveva andare oltre: una sorta di strizzata d’occhio alle nuove generazioni che, però, non ha avuto seguito. Dopo due anni, infatti, il Presidente si è ripresentato alla testa del FLN alle presidenziali dimostrando che non c’è assolutamente la volontà di rigenerare le élite. Questo dimostra che, da una parte il potere non hai mai avuto intenzione di favorire un ricambio generazionale. Dall’altra, che l’opposizione è praticamente inesistente: infatti, se da una parte etc Bouteflika ha volute rendere il Paese formalmente più democratico, assicurando che si svolgessero regolarmente delle elezioni, dall’altro bisogna dire che i partiti non si sono assolutamente modernizzati, le strutture non sono migliorate e, anzi, c’è stata una specie di anestesia della classe politica dirigente che da una parte è stata cooptata e dall’altra fortemente repressa: infatti, anche oggi I rappresentanti di Mouwatana, un movimento civile contrario alla candidatura di Bouteflika, d’altronde, non riescono a fare la campagna elettorale perché vengono sistematicamente fermati dai servizi di sicurezza.

Quali sono gli interessi rappresentati da Bouteflika in Algeria? Quali quelli internazionali?

Bouteflika adesso si ricandida. Nonostante questo, non bisogna considerarlo l’uomo onnipotente dell’Algeria, da una parte perché è un uomo molto malato che oramai appare in pubblico molto raramente, non più di tre volte dal 2014 e, in occasione del voto, si presentò su una sedia a rotelle. Gli algerini hanno la sensazione di non avere nemmeno il diritto di sapere come sta il loro Presidente e questa sua malattia ha completamente paralizzato i lavori interni allo Stato e cancellato l’Algeria dalla scena internazionale. Se in Algeria l’unomo onnipotente non esiste più, perché, quindi, nonostante tutto Bouteflika ha deciso di ricandidarsi? Perché il sistema di potere, composto dai partiti vicini al regime (FLN e RNC), Esercito ed imprenditori, è stato ed è tutt’ora incapace di trovare un candidato che garantisca la ‘continuità’. In questo Bouteflika è più che altro una pedina.

Durante l’era Bouteflika, inoltre, ci sono stati investimenti infrastrutturali enormi, che oggi sono molto spesso finanziati dalla Cina (il 40% degli investimenti cinesi in Africa sono in Algeria), e cha hanno favorito la nascita di una classe di imprenditori ricchissima. Se un tempo erano unicamente i politici e i militari a gestire il Paese, con Bouteflika, oltre all’Esercito e ai partiti politici storici (come FLN e RNC), anche gli imprenditori sono entrati nel sistema di potere. Come dicevo, però, Bouteflika non è un uomo onnipotente e fa parte di un sistema composto da Esercito, partiti politici storici ed élite economiche: in questo sistema, l’uomo forte a tutti i costi non c’è, perché anche quelli che sono stati vicini al Presidente sono caduti o tornati in auge; si tratta di un sistema molto dinamico di alleanze.

Quale è il ruolo dell’Esercito nella politica algerina?

Bisogna sottolineare come il mito dell’Esercito comandante supremo sia crollato da tempo. Infatti, in questi mesi, c’è stato un rimpasto ai vertici dell’Esercito molto importante e quasi inedito, nei metodi, nella Storia dell’Algeria. Questo è successo sulla scia di uno scandalo per cocaina scoppiato a maggio quando, nel porto di Oran, hanno sequestrato settecento chili di cocaina: da lì il Governo ha fatto iniziare una operazione ‘mani pulite’ inquisendo e mettendo in stato di fermo diversi Generali, cosa che non era mai successa. Secondo alcuni, da una parte dietro tutto questo c’è la volontà di Bouteflika di dimostrare la propria estraneità alla corruzione in questione; dall’altra si tratta dell’espressione di una guerra tra Bouteflika e l’Esercito, che dura da vent’anni. Bouteflika, infatti, ha sempre cercato di trasformare, in qualche modo, il sistema algerino da militare a civile. Bouteflika ha sempre tentato di ridimensionare il ruolo dell’Esercito algerino che, naturalmente, durante la Guerra Civile aveva preso le redini. È una lotta iniziata alla fine degli anni ’90, durante il periodo di riconciliazione e riappacificazione dopo la Guerra Civile. All’epoca Bouteflika, nonostante avesse permesso delle inchieste sul ruolo dei Generali e dei Servizi Segreti, aveva comunque fatto in modo che le stesse inchieste non arrivassero a nulla. In ogni caso, il conflitto è continuato e si è arrivati, nel 2015, alla destituzione del Generale Mohammed Mediène, detto Toufik, che era stato a capo dei Servizi Segreti per venticinque anni ed era considerato il successore di Bouteflika, il secondo uomo più potente dell’Algeria; nel 2016, il Presidente ha completamente tolto l’autonomia ai Servizi Segreti ponendoli sotto il comando della Presidenza.

Quali sono i principali oppositori politici dell’attuale Governo? Su quali forze può effettivamente contare?

Il punto è proprio questo; da una parte, l’opposizione è molto blanda, perché durante l’era Bouteflika, nonostante ci sia stata questa formale democratizzazione dal Paese, in realtà i partiti non si sono modernizzati, non si sono strutturati e hanno perso moltissima efficacia: lo storico Parti de la Révolution Socialiste (PRS: Partito della Rivoluzione Socialista) oramai ha perso qualsiasi tipo di influenza; ci sono poi dei movimenti civili, come ad esempio al-Mouwatana, che però non hanno ancora un candidato ufficiale e, in realtà, non hanno una grande influenza sulla popolazione che è totalmente depoliticizzata e a cui interessa soprattutto che ci sia da mangiare e che il Paese sia sicuro. La popolazione, dunque, non mira ad un cambio di regime. Inoltre i giovani algerini sono totalmente depoliticizzati e non ci sono movimenti, come in Marocco o in Tunisia, fatti di ragazzi che scendono in strada a protestare: in Algeria c’è una popolazione apatica in cui i giovani vengono chiamati ‘quelli che stanno appoggiati al muro’; molti ragazzi, infatti, sognano di partire.

Un altro aspetto importante è quello che riguarda il ruolo degli islamisti. I partiti islamici hanno perso molto consenso ma, i leader religiosi (come per esempio gli imam nelle moschee) hanno sempre più potere sulla popolazione. C’è infatti chi parla di una «sorta di patto con il diavolo» tra regime e islamici secondo cui il regime dovrebbe occuparsi dei cardini dello Stato (economia, finanza, sicurezza etc…) mentre I leader religiosi dovrebbero occuparsi della società facendo, nelle moschee e nelle scuole, una predicazione che porti la popolazione a non rivoltarsi.

A proposito di islamisti, come si pone la politica algerina rispetto a questioni come il terrorismo di matrice religiosa?

Nel 2001, dopo l’attacco alle Torri Gemelle, l’Algeria era rientrata sulla scena internazionale con l’incontro tra Bouteflika e Bush: gli Stati Uniti, infatti, consideravano l’Algeria uno dei principali Paesi alleati nella lotta al terrorismo. Gli algerini in questo sono molto efficaci e, inoltre, hanno una politica contro il radicalismo che, secondo gli esperti, è piuttosto all’avanguardia.

Cosa c’è da aspettarsi dal futuro del Paese?

Bouteflika sarà Presidente finché le alleanze di potere che reggono il sistema algerino non troveranno un nuovo candidato. L’unica forza di opposizione è nella regione della Cabilia ma, al momento, non è sufficientemente grande da rimettere in discussione l’intero sistema. È difficile fare previsioni, ma di certo si può dire che questa quinta candidatura non porterà nulla di buono al Paese: l’Algeria non migliorerà e, anzi, sparirà completamente dallo scenario internazionale.

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