mercoledì, Aprile 14

L’autorità palestinese e Hamas stanno per divorziare?

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I toni si alzano, ancora una volta, tra l’Autorità palestinese e Hamas, segno di un probabile divorzio all’orizzonte. Divorzio da un’unione precaria che ha dato origine, forzatamente, a un governo di consenso che rischia di esplodere in qualsiasi momento. Non è la prima volta che i palestinesi vivono una simile crisi che, a furia di recidive, diventa stancante, proiettando il paesaggio politico della Palestina nell’opacità più totale. Non si va più avanti né sul fronte con il nemico israeliano a causa del blocco del processo di pace, né sul piano interno dove si assiste a un ritorno alle accuse e invettive reciproche tra Hamas e l’AP insieme a misure coercitive sul campo. Il tutto a scapito della questione nazionale e della popolazione stanca e frustrata a causa del perpetuarsi di questa situazione e dei suoi corollari.

Questa settimana, il 2 dicembre, il mandato di questo governo transitorio doveva giungere a termine dopo aver compiuto la sua missione prioritaria di organizzare delle elezioni presidenziali e legislative, preludio alla formazione di un governo di unione nazionale in aggiunta alla ristrutturazione dell’OLP; la liberazione dei prigionieri politici di ogni campo, la riattivazione delle istanze di riconciliazione, ma anche e soprattutto suggellare la fine della divisione politica e della ripartizione di fatto tra la Cisgiordania e la Striscia di Gaza dove, da quando Hamas ha preso il potere nel 2007, l’Autorità palestinese non esercita più la sua autorità.

Sei mesi dopo la firma dell’accordo di riconciliazione, nessuno degli impegni presi è stato onorato per mancanza di intesa sulle modalità di applicazione e per le numerose difficoltà che ne hanno compromesso l’attuazione. È stato sì fissato un contesto e un calendario per lo svolgimento delle elezioni, tra l’altro non rispettato, ma non è stata stilata alcuna linea guida relativa ai principali punti di disaccordo come l’unificazione dei servizi di sicurezza palestinesi, la struttura delle nuove istituzioni nazionali e il controllo dei principali punti di passaggio frontaliero. Le conseguenze sono terribili, particolarmente nella Striscia di Gaza dove lo status quo catastrofico perdura e si aggrava di giorno in giorno, a causa della guerra israeliana in estate e la quasi totale distruzione dell’enclave. La popolazione, sempre sotto blocco, vive in condizioni difficili e resta in attesa che venga ricostruito quanto è stato demolito per condurre una vita degna di tale nome.

Attribuendo la responsabilità al presidente Mahmoud Abbas, Hamas ha annunciato che il governo di consenso non sarà riconfermato pretendendone, inoltre, lo scioglimento. Questo governo che doveva funzionare in Cisgiordania, come a Gaza, sin dalla sua formazione non è stato idoneo a unificare le istituzioni, provocando così un profondo vuoto nel funzionamento dei ministeri amministrativi di Gaza. Secondo Hamas tutto questo è intenzionale e dimostra la mancanza di volontà della leadership politica di Ramallah. Hamas, tramite la sua stampa e i suoi media, non smette di ripetere che questo governo non si è assunto le sue responsabilità nei confronti degli abitanti di Gaza, che li ha abbandonati al loro destino lasciando i loro problemi irrisolti.

In effetti, una delle ragioni di questo nuovo attacco è il mancato pagamento da parte del governo degli stipendi delle sue forze di sicurezza. Solo 24 000 dipendenti del settore pubblico hanno ricevuto un aiuto di 1 200 dollari alla fine di ottobre, tramite un meccanismo ONU. Il resto, stimato a 26 000 membri dei servizi di sicurezza, non hanno ricevuto nulla. Una mancanza che l’Autorità palestinese giustifica con le difficoltà di trasferimento del denaro e soprattutto con il timore di essere accusata di finanziare l’organizzazione, classificata come terrorista, privandosi così del sostegno di alcuni finanziatori esteri. E poi si deve dire che viste le tradizionali rivalità, l’AP non vuole, in fin dei conti, far uscire il movimento islamista dalla crisi finanziaria che, bisogna sottolinearlo, è all’origine della sua decisione di gettare la zavorra accettando di cedere il potere a Gaza e suggellando così la riconciliazione nazionale. Tanto più che Hamas ha guadagnato in popolarità quanto ha perso in capacità di attacco militare durante l’operazione “Barriera protettiva”, il che significa che è il principale beneficiario di tutti i programmi e che i suoi calcoli politici hanno portato i propri frutti a scapito di quelli dell’AP. Questo sentimento di vittoria si traduce non solo nelle parole ma anche nei gesti del movimento Hamas. Gettando benzina sul fuoco, il movimento ha annunciato il 7 novembre scorso, la creazione di un’“armata popolare” nella striscia di Gaza, di cui il primo contingente comprenderebbe 2 500 unità. Il suo obiettivo: prepararsi a un nuovo scontro con Israele e mobilitarsi per difendere la moschea Al-Aqsa, a Gerusalemme. Parallelamente, la direzione di Hamas a Gaza cerca di turbare la sicurezza in Cisgiordania apologizzando le operazioni armate e tentando di creare delle cellule militari. Essa si impegna considerevolmente per infiammare la Cisgiordania e Gerusalemme e aprire la strada per una terza intifada. I responsabili non lo nascondono e dichiarano apertamente i propri obiettivi mettendo in evidenza le divergenze esistenti con la politica di Mahmoud Abbas, che ha invece scelto la via diplomatica e giuridica per affrontare Israele. Tutto ciò rappresenta una contraddizione con lo spirito di riconciliazione e sarebbe invece ragionevole mostrare un discorso comune e una strategia comune.

Il movimento Hamas si spinge ancora oltre contestando la legittimità del Presidente Abbas, il cui mandato è effettivamente terminato nel 2010, ma è stato prorogato dal consiglio nazionale dell’OLP, pretendendo la convocazione di una sessione speciale del consiglio legislativo, anch’esso giunto a fine mandato, al fine di discutere la nomina di un nuovo governo, e invitando Abbas a organizzare delle elezioni il prima possibile. Queste dichiarazioni sono sinonimo di provocazione da parte della direzione palestinese che ha sottolineato come il protrarsi dello status quo catastrofico a Gaza sia da imputare ad Hamas e al suo rifiuto di cedere il potere, al suo rifiuto di rimettere la direzione dei terminali frontalieri nelle mani della guardia presidenziale, come anche all’applicazione degli accordi che consentono l’ingresso di materiali da costruzione, come convenuto al Cairo.

Una cacofonia che ha ulteriormente inasprito l’atmosfera deleteria che regnava dopo gli attentati perpetrati contro una decina di abitazioni e veicoli appartenenti ai responsabili del movimento Fatah, nonché l’esplosione del palco che doveva ospitare la cerimonia di commemorazione del decimo anniversario della morte del presidente Arafat. Dei festeggiamenti che, secondo le stime, dovevano riunire centinaia di migliaia di partecipanti che Fatah voleva presentare come dimostrazione di forza, sinonimo di un referendum anti-Hamas.

Il presidente Mahmoud Abbas ha sparato il primo colpo a salve, accusando i dirigenti di Hamas di essere responsabili degli attacchi prima che i suoi collaboratori comunicassero in seguito di possedere informazioni certe e prove tangibili in merito all’implicazione del movimento. I responsabili di Fatah hanno, in particolare, puntato il dito contro l’ex ministro degli interni di Hamas, Fathi Hamad, accusandolo di essere a capo di una fazione armata il cui scopo principale è di compromettere la sopravvivenza dell’unità inter-palestinese affinché lui e il suo movimento possano conservare il potere nella Striscia di Gaza. L’AP e Fatah hanno, peraltro, smentito i comunicati firmati dall’EIIL Daech a Gaza che rivendicavano gli attentati, qualificandoli come manovre, pure e semplici, di Hamas volte a intorbidire le acque. Secondo loro, l’ottima organizzazione e la grande coordinazione che hanno caratterizzato gli attentati non possono che essere opera di Hamas che governa Gaza con il pugno di ferro. Mahmoud Abbas spinge ancora oltre le accuse indicando, in un’intervista concessa a un’emittente televisiva egiziana, in risposta a una domanda sull’esistenza di Daech a Gaza, che tutti i gruppi islamisti presenti a Gaza derivano da Hamas e dai fratelli musulmani e che sono tutti assimilabili a Daech. Hamas ha immediatamente replicato sottolineando che si tratta di menzogne, insulti e disinformazione e che “il popolo palestinese ha bisogno di un presidente coraggioso”, dieci anni dopo la morte della sua icona nazionale.

Ed è così dunque che gli abitanti dell’enclave accerchiata devono affrontare minacce di un nuovo genere, a colpi di comunicati firmati Daech. La settimana scorsa gli studenti sono stati sorpresi nel vedere sui muri delle loro università dei manifesti firmati da questo gruppo integralista che invitavano le donne a coprirsi la testa e a vestirsi con abiti semplici e non trasparenti altrimenti avrebbero messo a repentaglio le loro vite e quelle dei loro tutor. Qualche giorno dopo sono stati gli scrittori e i poeti a ricevere minacce di morte mediante comunicati recanti la stessa firma in cui erano accusati di attaccare l’islam con i loro scritti.

Se queste minacce hanno fatto sprofondare una parte degli abitanti di Gaza nell’inquietudine, la maggior parte si dice certa che si tratta di una manovra di Hamas che punta a creare un’atmosfera di psicosi al fine di scoraggiare qualsiasi velleità di rivolta contro il suo regno, sempre più controverso, sulla Striscia di Gaza. Sviluppi a seguire.

 

Traduzione di Maria Ester D’Angelo Rastelli

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