lunedì, Maggio 17

L’Australia sfida la Cina nel Pacifico E’ guerra a colpi di finanziamenti e contratti per infrastrutture alle regioni del Pacifico tra Cina e Australia. La partita nel Pacifico è appena iniziata

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Lo scorso 8 novembre, l’Australia ha concesso circa 2 miliardi di dollari in prestiti e sovvenzioni alle isole poco popolate del Pacifico. La notizia del finanziamento è arrivata a margine dell’incontro, tenutosi a Pechino, tra il Ministro degli Esteri australiano, Marise Payne, e quello cinese, Wang Yi, i quali si sono trovati d’accordo sul fatto che i due Paesi potrebbero combinare i rispettivi punti di forza e intraprendere una cooperazione con i Paesi insulari del Pacifico. Al termine del meeting Wang ha dichiarato «non siamo rivali e possiamo assolutamente diventare partner di cooperazione». Dichiarazioni a cui hanno fatto eco le parole della Payne, la quale si è detta consapevole «delle enormi opportunità che la relazione presenta a entrambe le nostre Nazioni».

L’incontro sino-australiano, arrivato dopo anni di gelo nelle relazioni bilaterali tra i due Paesi, sembra, però, un paradosso. La concessione dell’oneroso prestito, infatti, voluta fortemente dal Primo Ministro australiano, Scott Morrison, è volto a limitare l’influenza sulla regione proprio della Cina.

«L’Australia sta reagendo a ciò che sta facendo la Cina. L’Australia ha bisogno di più strumenti per impegnarsi con il Pacifico», sono le parole riportate da ‘Reuters’ di Jonathan Pryke, esperto di politica estera delle Isole del Pacifico presso il Lowy Institute (LI), autorevole centro di ricerca australiano.

È proprio il Lowy Insitute nella ‘Pacific Aid Map’ a mostrare come e da chi, dal 2011, siano stanziati gli aiuti finanziari nelle aree del Pacifico. La Cina, nell’anno solare 2017, ha stanziato 4 miliardi di dollari di aiuti per le isole del Pacifico, puntando così ad aumentare sostanzialmente la sua influenza nell’area, in confronto all’Australia che, sempre lo scorso anno, ne ha commissionati 391,05 e che negli anni aveva ridotto costantemente gli aiuti per la cooperazione internazionale.

L’Australia, però, rimane in assoluto, nell’arco di questi ultimi anni, il primo partner commerciale della regione, con oltre 6 miliardi di dollari di finanziamenti. Infatti, se si guarda nella mappa del LI la voce ‘spent’ – cioè quanto degli aiuti promessi e/o stanziati sia stato effettivamente speso- si nota come la Cina, con solo 1,26 miliardi di dollari, sia ancora lontana dall’Australia, che ha finanziato con oltre 6,5 miliardi le regioni del Pacifico.

Nonostante ciò, è notevole l’aumento degli aiuti forniti dalla Cina alle popolazioni del Pacifico: nel 2011, la Repubblica Popolare Cinese figurava come quinto partner commerciale dell’area pacifica, dietro ad Australia, Stati Uniti, Nuova Zelanda e Giappone, mentre oggi è il secondo. Ciò denota non soltanto la forte crescita economica del Paese guidato da Xi Jinping, ma anche come sia crescente l’interesse di quest’ultimo sul Pacifico.

Tutto in linea con l’agenda degli aiuti finanziari sviluppata dalla politica cinese. Lo scorso aprile, infatti, la Cina ha inaugurato la sua Agenzia per la Cooperazione Internazionale allo Sviluppo. L’agenzia, che ricade direttamente sotto il controllo del Consiglio di Stato, è responsabile degli orientamenti strategici e delle politiche in materia di aiuti esteri.

Il nuovo istituto cinese -come riporta ‘China Daily’- intende dare pieno ‘gioco’ al ruolo degli aiuti stranieri come strumento chiave della diplomazia cinese come Paese principale: migliorare la pianificazione strategica e il coordinamento generale degli aiuti esteri, promuovere la gestione unificata delle missioni di assistenza straniera, riformare e ottimizzare i metodi del Paese di offrire aiuti stranieri sono gli obiettivi della CIDCA (China International Development Cooperation Agency). Al centro della nuova agenzia, la Cina metterà anche gli aiuti per sostenere la BRI (Belt&Road Iniziative), l’ambizioso progetto della Nuova Via della Seta, con la quale si aspetta di integrare la sua economia con quella dei Paesi partner, facilitandone così la strutturazione.

L’istituzione della CIDCA, però, avrà importanti implicazioni anche per il Pacifico, dove gli interessi diplomatici prevarranno su altre considerazioni quando la Cina fornirà assistenza alla regione. Negli ultimi anni, infatti, ha ripreso vigore la competizione diplomatica tra RPC e Taiwan, il quale, tra i 20 Paesi da cui è ufficialmente riconosciuto, può contare sul sostegno di sei Stati dell’area pacifica: Kiribati, Isole Marshall, Isole Salomone, Nauru, Palau e Tuvalu.

Questa regione potrebbe, dunque, divenire il fulcro della tensione tra i due Paesi e gli aiuti esteri promossi dalla Cina potrebbero giocare un ruolo di primo piano nel processo diplomatico e spostare gli equilibri regionali.

Intanto, lo scorso giugno, in Papua Nuova Guinea, Li Keqiang, Primo Ministro del Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Cinese, ha incontrato il suo omologo, Peter O’Neill, per supervisionare vari accordi e promuovere la cooperazione nell’ambito del progetto BRI. Dall’incontro, come riportata la CIDCA, è emerso che «la Cina vorrebbe allineare meglio l’iniziativa Belt and Road con le strategie di sviluppo della Papua Nuova Guinea e creare maggiori opportunità per rafforzare la cooperazione in settori come il commercio, l’energia, le infrastrutture e la capacità di produzione industriale, ha detto Li».

Sempre in area pacifica, la Cina ha dato un grande contributo per sostenere lo sviluppo di Vanuatu. Il ‘Daily Post’ vanuatuano ha pubblicato un articolo dell’ex ambasciatore cinese, Liu Quan, nel quale l’autore ripercorre le tappe e la solidità del rapporto tra i due Paesi. «Le relazioni Cina-Vanuatu sono in una forma eccellente e hanno dato il buon esempio per i legami della Cina con altri paesi dell’isola pacifica», scrive Quan, descrivendo tutti i progetti cinesi varati nell’arcipelago,  che poi puntualizza come «è noto che quando fornisce assistenza straniera, la Cina aderisce ai principi di non imporre alcuna condizione politica, senza interferire negli affari interni dei Paesi beneficiari e nel pieno rispetto del loro diritto di scegliere autonomamente i propri percorsi e modelli di sviluppo».

Dato lo stretto legame tra i due Paesi, la compagnia australiana ‘FairFax Media’, nei mesi scorsi, aveva dato la notizia che i cinesi starebbero progettando la costruzione di una base militare permanente nell’ex colonia franco-britannica. Cina e Vanuatu, però, hanno puntualmente negato e smentito quanto riportato dai media. Al di là della smentita, un evento del genere sarebbe di enorme importanza, in quanto permetterebbe alla Cina di espandere militarmente la sua influenza sul Pacifico, per di più in una posizione geografica strategicamente vitale per gli equilibri geopolitici. Una flotta ostile potrebbe inibire la libertà di movimento delle navi australiane e mettere in dubbio la sicurezza della fornitura di equipaggiamento militare e altro materiale strategico fornito dagli Stati Uniti.

Appare chiaro, dunque, come l’avanzata cinese nel Pacifico desti preoccupazione delle parti di Canberra ed è quasi lapalissiano evidenziare come quest’ultimo aiuto finanziario punti a ridurre l’incidenza della Cina nei rapporti con gli altri Stati della regione.

I  2 miliardi di dollari in finanziamenti e prestiti  che l’Australia concederà alle isole del Pacifico andranno a coprire telecomunicazioni, trasporti, energia, acqua e progetti simili. Oltre ai finanziamenti sono state annunciate da Morrison una vasta gamma di iniziative militari e diplomatiche. Le iniziative militari includono l’invio dell’Australian Defence Force Pacific Mobile Training Team e più dispiegamenti navali, mentre missioni diplomatiche saranno aperte a Palau, nelle Isole Marshall, nella Polinesia francese, in Niue e nelle Isole Cook. Timor Leste, inoltre, riceverà anche finanziamenti che potrebbero includere miglioramenti della sicurezza.

Nel discorso tenuto giovedì scorso alla base di Lavarack a Townsville, Morrison ha dichiarato che il «Governo sta riportando il Pacifico dove dovrebbe essere», e ha specificato che «l’Australia ha un interesse costante in un Pacifico sudoccidentale strategicamente sicuro, stabile economicamente e sovranamente politicamente».

Oltre a limitare il coinvolgimento della Cina, il Governo australiano è preoccupato anche per la crescente minaccia del terrorismo dello Stato Islamico nella regione indo-asiatica del Pacifico e i progetti militari sono anche predisposti per frenare l’instabilità che potrebbe presentarsi in alcuni Paesi dell’area.

Bisogna ricordare, poi, come l’Australia, attraverso l’operazione ‘Sovereign Borders’, abbia usufruito della collaborazione della Papua Nuova Guinea e della Repubblica di Nauru per dirottare nei loro territori i migranti che, dall’Oceano Indiano, cercavano di raggiungere le coste australiane e smistarli in centri d’identificazione molto contestati dalle organizzazioni umanitarie. Una perdita di influenza in quest’area significherebbe ricostruire la politica migratoria australiana.

Ma la ‘guerra freddatra Cina e Australia sta già vivendo dei teatri di scontriNelle Isole Salomone la sfida sino-australiana si era già palesata lo scorso giugno, quando Canberra, con l’allora premier Malcolm Turnbull, era intervenuta per contribuire alla costruzione di una rete di cavi sottomarini che collegherà le comunità remote alla capitale Honiara, la cui fabbricazione era stata affidata alla cinese Huawei, con la quale il Governo salomonese aveva inizialmente stipulato un accordo, facendo così allertare i servizi segreti australiani. Inoltre, come riporta il ‘The Guardian’, Huaweiche recentemente ha costruito un sistema di cablaggio sottomarino che collega Kribi (Camerun) a Fortaleza (Brasile)è stata bandita dai contratti governativi per la costruzione di infrastrutture in Australia per la preoccupazione che i suoi legami con il Governo comunista cinese possano mettere a repentaglio la sicurezza nazionale australiana.

In Papua Nuova Guinea, invece, l’Australia investirà nella riqualificazione di una base navale a Lombrum, sull’isola di Manus, in modo da contenere l’influenza cinese nel Pacifico meridionale. Sempre in Papua Nuova Guinea, l’Australia, coadiuvata da Stati Uniti e Giappone, sta per avanzare una proposta per il dispiegamento di cavi internet come alternativa all’offerta ricevuta dalla Huawei, così come già fatto nelle Isole Salomone. La partita nel Pacifico è appena iniziata.

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