sabato, Luglio 31

L'Australia e l'estremismo islamico

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Sydney – Un gruppo di ostaggi trattenuto in una cioccolateria di Sydney e una bandiera islamica nera ben visibile a una finestra del locale, nel quartiere degli affari di Sydney, Martin Place.

I timori per l’estremismo islamico che l’Australia, dall’ingresso in scena dell’ISIS, lo scorso giugno, non ha mai nascosto, hanno preso forma in queste ore nella città degli affari australiana.

L’Australia è uno dei maggiori alleati degli Usa nella lotta contro lo Stato Islamico in Siria e in Iraq e da diverse settimane le Autorità avevano innalzato il livello di allerta nel timore di attacchi.

Il terrorismo di matrice islamica, ha più volte colpito l’Australia, le politiche regionali australiane vedano coinvolto il Paese in importanti rapporti con l’Indonesia, il più popoloso Stato islamico del mondo; la zona è  uno degli snodi economici più delicati, in cui il commercio di greggio risulta essere un sostenimento fondamentale per le economie e gli indotti  -di ogni sorta- locali; 480.000 persone di religione islamica sono attualmente residenti in Australia, una cifra pari a circa il 2,1% della popolazione totale, di questi, i due terzi sono nati in altri Paesi, principalmente Libano, Turchia, Afghanistan, Pakistan, Indonesia, Iraq e Iran, questi numeri, unita alla presenza radicata di gruppi fondamentalisti islamici in alcuni dei Paesi appena elencati, ha provocato negli anni una certa diffidenza tra i cittadini australiani, sentimento rinforzato dalla scoperta che circa 150 australiani di religione islamica si sono uniti alle milizie dell’ISIS in Iraq.

Il Paese ha avuto un ruolo importante nelle diverse coalizioni militari internazionali che sono intervenute in Medio Oriente nel corso degli anni.

Il contributo australiano è stato considerevole nell’invasione dell’Iraq nel 2003 – 500 elementi delle forze speciali, 2 fregate portaelicotteri, una nave da trasporto con 350 soldati, unità anti-aeree, sminatori, 14 caccia F-18, 3 C-130, 2 P-3, circa 500 elementi di supporto logistico ed un numero imprecisato di droni – ma anche nella Guerra in Afghanistan cominciata nel 2001, fino a risalire alla Guerra del Golfo del 1991.

L’Australia infatti, a dispetto dell’isolamento geografico rispetto ai Paesi di impostazione occidentale, è straordinariamente attiva in ambito di aiuti umanitari e missioni di pace. Nonostante il proprio impegno in tal senso sia maggiormente diretto verso il proprio contesto geopolitico, ad ogni modo, le attività australiane in Medio Oriente non sono assolutamente trascurabili per entità e conseguenti rappresaglie.

Il contributo più importante nell’ambito delle missioni internazionali australiane è stato e continua ad essere quello della ADF (Australian Defence Force), l’insieme delle forze militari australiane composte da marina militare (Royal Australian Navy – RAN), esercito (Australian Army) e aeronautica militare (Royal Australian Air Force – RAAF), per un totale di circa 58.000 unità di personale militare attivo. Nonostante l’attuale governo conservatore guidato da Tony Abbott abbia iniziato ad applicare una spending review trasversale, la quale ha interessato soprattutto le missioni di pace all’estero ed il contributo a missioni militari con alleati, il personale che l’Australia ha tuttora a disposizione per le missioni all’estero è di 3.000 tra militari e para-militari. L’Australia, inoltre, dedica alle proprie forze armate più di 29 miliardi di dollari australiani all’anno, una cifra pari al 1,8% del PIL nazionale, che la rende il dodicesimo Paese al mondo per spese militari, nonostante sia il cinquantunesimo Paese al mondo per dimensione della popolazione. A tal proposito, l’amministrazione australiana ha recentemente concluso un ordine di 72 caccia F-35 per un valore di circa 15 miliardi di dollari, riservandosi la possibilità di aumentare ancora il numero di caccia di quinta generazione.

I benefici che l’Australia ha tratto, nel corso degli anni, dal proprio incessante impegno sui fronti di guerra e nelle missioni di peacekeeping sono diversi, ma sostanzialmente sono distinguibili in quelli derivanti dai Paesi alleati e quelli derivanti dai Paesi oggetto dell’aiuto internazionale. I rischi di una presenza così attiva nello scenario internazionale, d’altro canto, sono numerosi e non hanno mancato di presentarsi.

 

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