sabato, Settembre 18

L’Australia e gli accordi di libero scambio Commercio sempre più libero: intervista ad Ian Irvine, a capo dello sviluppo della Borsa australiana

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SydneyL’economia mondiale si muove a rapidi passi verso una dimensione sempre più globale, fondata su accordi di libero scambio (FTA – Free Trade Agreements) in numero sempre maggiore. Gli FTA sono accordi economici che eliminano quasi del tutto tariffe, quote d’importazione e preferenze o incentivi su uno specifico tipo di prodotto di scambio, rappresentando uno stadio avanzato del concetto di integrazione economica. Per capirne l’importanza basti pensare che, qualora tra i Paesi firmatari fosse autorizzato anche il libero transito dei cittadini, questo comporterebbe un’apertura totale dei confini nazionali. Un tale tipo di integrazione economica viene quindi effettuato quasi sempre in presenza di complementarietà tra economie diverse, ovvero nel caso in cui tutti gli Stati coinvolti abbiano un vantaggio nel rimuovere ogni tipo di barriera reciproca al commercio. E’ in questo contesto che va inquadrato l’incessante impegno dell’Australia a progettare, promuovere ed implementare accordi di libero scambio con gli storici partner occidentali ed, allo stesso tempo, con i nuovi partner economici dell’Asia, interscambi economici che hanno permesso all’Australia di evitare le tenaglie della recessione internazionale sin dal 2007.

L’Australia, infatti, è un Paese sui generis che può vantare la sesta estensione geografica al mondo, un territorio estremamente ricco di risorse naturali, una popolazione esigua di soli 23 milioni di abitanti ed il più alto tasso al mondo per qualità di vita. Questi fattori, uniti alla posizione geografica che la vede incastonata tra Asia ed America, hanno fatto in modo che l’Australia, specialmente negli ultimi 10 anni, divenisse un Paese dal peso geopolitico sempre crescente, trainato da una poderosa crescita economicaIl recente rallentamento di economie fortemente legate a quella australiana, come quella cinese, hanno tuttavia spinto i governi di Canberra a cercare soluzioni parallele che salvaguardassero la continua crescita economica e geopolitica del Paese, ravvedendo nell’abbattimento selettivo delle barriere al libero scambio la chiave del problema.

In alcuni casi si tratta di una strada già percorsa, come nel caso della Nuova Zelanda, con la quale è stato stipulato nel 1983 l’accordo ANZCERTA (Australia – New Zealand Closer Economic Relations Trade Agreement), per un valore attuale di 11 miliardi di dollari australiani in esportazioni e di 10,6 miliardi in importazioni. Altro importante accordo di libero scambio è quello con gli Stati Uniti, in vigore dal 2005, con un valore di 15 miliardi di dollari in esportazioni australiane e di oltre 39 miliardi in importazioni. La rilevanza degli accordi commerciali nel continente americano ha poi portato, nel 2009, ad un FTA con il Cile, del valore di 700 milioni di dollari in esportazioni e di 1,2 miliardi in importazioni. E’ tuttavia in Asia che va cercato il maggiore flusso del commercio australiano: in Malesia è in vigore un trattato di libero scambio dal primo gennaio dell’anno scorso, il cui valore stimato è di 6,8 miliardi di dollari di esportazioni e di 11 miliardi di dollari di importazioni; l’accordo con la Tailandia, attivo dal 2005, vale quasi 8 miliardi di dollari di export e poco meno di 11 in import; quello con Singapore risale al 2003 ed ha un valore complessivo di circa 22 miliardi di dollari; mentre il FTA regionale con l’ASEAN denominato AANZFTA vale oltre 46 miliardi di dollari di esportazioni e quasi 64 miliardi di dollari di importazioni, cifre che comprendono, tuttavia, alcuni dei Paesi con i quali l’Australia ha già stipulato accordi bilaterali.

Risulta quindi evidente il peso sempre crescente degli interscambi economici nel contesto Asia – Pacifico ed il ruolo sempre più centrale dell’Australia, sia dal punto di vista commerciale sia per il suo ruolo di ponte tra Paesi americani ed asiatici. L’intenzione dell’Australia di giocare un ruolo sempre più centrale nel proprio contesto geopolitico si evince dal numero sempre maggiore di FTA in via di negoziazione, attualmente al centro dell’agenda politica ci sono quelli con: Cina (export 77,1 miliardi – import 44 miliardi), Indonesia (export 6,1 – import 8,5), India (export 17,4 – import 3), Giappone (export 52,4 – import 20) e Corea del Sud (export 21,6 – import 10,3). L’enorme rilevanza economica del commercio internazionale australiano ha portato allo studio di accordi di libero scambio anche con Paesi situati dall’altro lato del mondo, come nel caso del GCC (Gulf Cooperation Council), alla base di un potenziale FTA in blocco con Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Qatar, Oman, Kuwait e Bahrain, trattato del valore complessivo di oltre 10 miliardi di dollari. Sono attualmente in fase di discussione anche altri trattati come il RCEP (Regional Comprehensive Economic Partnership) ed il PACER Plus (Pacific Agreement on Closer Economic Relations Plus), accordi che entrerebbero in vigore nello cuore del contesto geopolitico australiano, assicurando all’Australia un ruolo ancora più importante nella propria regione. Ulteriori risultati della natura tentacolare del commercio australiano sono ravvisabili nel TiSA (Trade in Services Agreement), uno speciale accordo di libero scambio – limitato ai servizi – tra Australia, USA ed Unione Europea, e nel discusso TPP (Trans – Pacific Partnership), un imponente progetto per la creazione di un’area di libero scambio tra Australia, Nuova Zelanda, sud-est asiatico, Canada, USA, Messico, Perù e Cile. Il valore economico del commercio tra Paesi del TPP ed Australia viene attualmente quantificato in circa 214 miliardi di dollari all’anno, poco meno di un sesto dell’intero PIL nazionale australiano.

Degli evidenti vantaggi in termini economici delle politiche di libero scambio australiane – e dei possibili problemi non ancora sufficientemente approfonditi – ne abbiamo discusso con Ian Irvine, figura chiave della principale Borsa australiana (ASX), di cui è responsabile delle politiche di sviluppo e di espansione nazionale ed internazionale.

 

Mr. Irvine, l’Australia porta avanti con forza accordi di libero scambio con molti Paesi del mondo. Quali vantaggi portano tali accordi in termini economici?

I vantaggi sono innumerevoli, a cominciare dall’ulteriore sviluppo di cui può godere la propria economia. L’Australia è passata dalla fase, cominciata circa 12 anni fa, del cosiddetto ‘Mining Boom’ a quello che oggi va di moda definire il ‘Dining Boom’, il boom del settore agroalimentare. Non esportiamo più solamente oro, diamanti, ferro, carbone ed uranio, ma anche cibo e prodotti agricoli di altissima qualità, apprezzati in tutti i mercati dell’Asia.

Questo che risvolti ha in termini di rilevanza geopolitica?

Il fatto che l’Australia sia presente in mercati lontani ed estremamente affollati rappresenta un sicuro vantaggio per il nostro Paese. Se si considera la posizione geografica dell’Australia e la si proietta verso nord, si trova la zona del mondo dove vivono i due terzi di tutti gli esseri umani del pianeta. Avere rapporti privilegiati in tal senso si traduce sicuramente in un peso, anche politico, non trascurabile.

Che un ruolo ha avuto l’Australia come apripista nei rapporti prima economici e poi politici con il sud-est asiatico?

L’Australia, sostanzialmente, non si è mai posta quei vincoli di carattere politico che vedono gli USA ancora cementati, per esempio, con Cuba. Gli Australiani lavoravano in Vietnam decenni prima che gli Americani, assieme a noi, intervenissero militarmente. Lo stesso vale per Paesi come Malesia, Tailandia, Giappone, Indonesia, Singapore, India e Cambogia. E’ questa l’attitudine che ci ha portato, ad esempio, in Cina prima di tutti gli altri Stati occidentali.

Un tale numero di accordi di libero scambio che effetto avrà sulla Borsa Australiana?

E’ una mia opinione personale, ma non credo che causerà un boom di registrazioni di imprese straniere nei nostri indici. Sicuramente porterà un certo vantaggio in tal senso – d’altro canto stiamo vivendo un piccolo boom anche in questo momento – ma non saranno i grandi colossi a venire da noi. Il sistema australiano permette alle imprese di capitalizzare in modo efficiente e rimanendo nell’ambito di un contesto ben regolamentato e ben gestito. Credo che saranno soprattutto le medie imprese ad avvicinarsi al nostro sistema azionario, certe di investire su una Borsa produttiva ma anche molto sicura.

Quali sono i rischi di una così spiccata interdipendenza economica tra l’Australia ed i suoi partner commerciali?

I rischi ci sono. A mio avviso il più grande problema della nostra economia è il costo del lavoro, tra i più alti al mondo. Dobbiamo essere assolutamente certi che tutti gli accordi di libero scambio seguano il principio del vantaggio comparato: nessuno deve perdere perché tutti devono commerciare i prodotti o i servizi che producono in modo più efficiente. Il Giappone, la Corea del Sud, la Cina e l’India producono macchine nel nostro contesto geografico, noi, anche se è triste dirlo, non possiamo più farlo. Tra 5 o 6 anni la storica industria automobilistica australiana non ci sarà più perché non è più vantaggioso produrre automobili in Australia, questo fa parte di un sistema in cui le economie che commerciano tra di loro devono essere complementari.

Molte critiche, infine, sono state mosse agli accordi di libero scambio ed al TPP. I detrattori concordano nel dire che creerà una serie di effetti microeconomici derivanti dall’eccessivo vantaggio che ne trarranno le grandi multinazionali. Qual è la sua opinione al riguardo?

Ci saranno sempre delle critiche, è normale quando si parla di processi così grandi che comportano, per forza di cose, un investimento per riqualificare persone che hanno perso il proprio posto di lavoro, come nel caso degli operai dell’industria automobilistica australiana. La cosa importante da tenere a mente è che tali accordi sono il frutto di revisioni della durata di mesi – spesso di anni – da parte dei rispettivi governi, nulla è lasciato al caso.

 

I benefici del continuo impegno australiano a liberalizzare il proprio commercio internazionale sono dunque molteplici, nonostante siano ancora in tanti a chiedersi quali sarebbero gli effetti collaterali dell’applicazione di tali principi su larghissima scala. In Australia, in particolare, la maggiore voce contraria all’applicazione del TPP è quella del Wikileaks Party, partito politico derivato dall’omonima organizzazione fondata da Julian Assange nel 2006. I fatti che Wikileaks contesta riguardano conseguenze politiche, diplomatiche e macroeconomiche che dipenderebbero direttamente dall’applicazione del TPP, accordo che Americani ed Australiani sperano di concludere nell’ottobre di quest’anno. Nello specifico, si fa riferimento ad una progressiva perdita di sovranità economica nazionale dovuta al peso schiacciante delle multinazionali – le maggiori beneficiarie di questo accordo – al pari di un indebolimento dei confini giuridici, politici ed economici tra Stati, danneggiati dalla possibilità che grandi aziende denuncino gli Stati per eventuali politiche protezionistiche. Tali processi, inoltre, sarebbero condotti in tribunali sovranazionali e potrebbero aprire la strada per precedenti giudiziari che costringerebbero gli Stati a modificare le proprie leggi in funzione di una sentenza volta in tal senso. Ulteriori critiche riguardano l’applicazione di leggi più severe nei confronti del diritto d’autore e dei brevetti farmaceutici internazionali, a detta del partito australiano al fine di trarre un maggiore profitto rispetto alla situazione attuale. Dubbi arrivano anche da alcuni economisti, i quali suggeriscono di rivedere gli accordi in modo da non danneggiare eccessivamente il mercato australiano, caratterizzato da un costo del lavoro tra i più alti al mondo, suscettibile, dunque, di concorrenza con Paesi i cui beni e servizi hanno prezzi più bassi.

A prescindere da tali proteste, ad ogni modo, sia l’Australia che i Paesi membri delle negoziazioni sembrano avere l’intenzione di arrivare alla firma del TPP e dei vari FTA quanto prima. La Cina preme e si augura di poter firmare il FTA con l’Australia già ad aprile, durante la visita ufficiale del Primo Ministro australiano Tony Abbott a Pechino, mentre l’accordo con il Giappone potrebbe essere concluso entro un anno e quello con la Corea del Sud, già ultimato, dovrebbe essere ratificato dai rispettivi governi nei prossimi mesi. La nuova strada del commercio internazionale australiano, dunque, è tracciata: i prossimi anni ci diranno dove porta.

 

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