sabato, Ottobre 23

L’attivismo LGBT in Bielorussia field_506ffb1d3dbe2

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Belarus

Essere LGBT, nella società di oggi, non è facile. Nel mondo post-sovietico, l’omofobia delle credenze tradizionali è stata accompagnata dalle leggi staliniane, che bandirono l’omosessualità negli anni Trenta. Oggi, dunque, un mix di eredità sovietica e usanze continua a rendere difficile la vita per chi non gode dei diritti tipici delle famiglie ‘tradizionali’. A metà dicembre, una manifestazione LGBT è stata soppressa in Bielorussia, dove le comunità LGBT soffrono la mano pesante della dittatura di Olyaksandr Lukashenka. L’associazione ‘GayBelarus’ aveva pianificato una marcia per l’11 dicembre scorso e una dimostrazione pubblica per il giorno successivo, ma le autorità hanno sospeso il permesso adducendo problemi di tempistica. Tuttavia, secondo quanto detto a ‘L’Indro’ dal direttore del gruppo, Siarhei Androsenka, si tratta solo dell’ultima trovata del regime contro i diritti fondamentali di libertà di espressione e di identità sessuale.

La nostra è un’associazione per i diritti umani, fondata nel 2009, ma senza un profilo ufficiale stabile, visto che i nostri tentativi di registrazione presso le autorità finiscono per essere rigettati, allora non ci resta che la disobbedienza civile. Siamo contenti della solidarietà che ci arriva da tutto il mondo, quest’anno, in particolare da Milano. Al Pride dello scorso luglio, infatti, i ragazzi e le ragazze in Italia hanno espresso la loro solidarietà con il nostro movimento costantemente soppresso e oppresso, scrivendo anche una lettera ufficiale al ministro degli esteri italiano, Emma Bonino, e all’ambasciatore italiano a Minsk”, ci ha detto Androsenka. “Nel 2011, un brevissimo picchetto – autorizzato – contro l’omofobia, si è trasformato in un momento di panico dovuto all’arresto di parecchie persone, subito rilasciate, da parte degli ufficiali del ministero della difesa. Nel 2013, il Pride che doveva celebrarsi in ottobre è stato rimandato e il secondo tentativo di registrare l’associazione è fallito. L’oppressione di regime non ha limiti”. Il 18 dicembre scorso, l’associazione ha rilasciato una dichiarazione ufficiale sulle pressioni subite circa l’organizzazione di un forum sul mancato Pride di quest’anno. I problemi burocratici che sono sorti proprio nei giorni precedenti agli eventi programmati fa pensare a una vera e propria repressione della libertà di assemblea pacifica, secondo il comunicato.

La polizia ha spesso giocato un ruolo chiave nel contrastare l’attivismo di GayBelarus. I metodi usati non sono diversi da altri Paesi post-sovietici: chiunque sia sospettato di far parte del gruppo LGBT entra subito nel mirino delle squadre anti-narcotici; le manifestazioni vengono ostacolate; i luoghi di riunione vengono costantemente messi a soqquadro. Spesso, le autorità agiscono anche sui documenti di viaggio. Nel gennaio scorso, infatti, Androsenka si è visto il passaporto ritirato e sospeso, poco prima di un viaggio negli USA già programmato da tempo. L’apertura a occidente è ciò che il regime bielorusso teme di più.

Uscire allo scoperto, in Bielorussia, significa essere esposti allo scherno pubblico e incontrare problemi sul posto di lavoro. Uno tra coloro che hanno avuto il coraggio di farlo, per poco non veniva fatalmente massacrato dalla polizia, che lo ha prelevato dall’ospedale in cui si trovava per trasferirlo in cella, dove le percosse hanno gravemente peggiorato l’ulcera per la quale stava per essere operato. Il suo nome è Ihar Tsikhanyuk e il suo caso è stato portato alla luce da Amnesty International poco dopo l’accaduto, lo scorso febbraio. Quasi con morbosità, durante il trattamento violento, i malcapitati vengono anche torchiati sulle proprie preferenze sessuali, sulle loro esperienze e sui partner che hanno avuto. Le conseguenze, in caso di silenzio, sono facili da prevedere.

I problemi relativi ai diritti LGBT nello spazio post-sovietico non si limitano alla Bielorussia. Negli ultimi tempi, anche in altri Paesi si è verificata una specie di omofobia di stato, che aiuta a cristallizzare l’odio e a fomentare la repressione del ‘diverso’. Secondo quanto dichiarato qualche mese fa da Renato Sabbadini, co-segretario generale di ILGA (International Lesbian and Gay Association), «dopo il collasso dell’Unione sovietica la speranza era onnipresente, perché c’era un sentimento generale di libertà. In questo periodo, questi Paesi de-criminalizzarono l’omosessualità. Sfortunatamente, verso la fine degli anni 2000, il sentimento è cambiato. La chiesa e lo stato si sono riavvicinati, soprattutto in Russia. Questo ha portato a un’ondata di omofobia, che sfortunatamente è diventata via via sempre più istituzionalizzata. Il cambiamento c’è stato ed è stato in peggio».

Nel 2013, numerosi episodi di omofobia si sono verificati in tutta l’area post-sovietica, dalla Georgia all’Armenia, dall’Ucraina al Kazakistan. Tuttavia, ciò che ha fatto più rumore è stata la minaccia di boicottaggio delle Olimpiadi invernali di Sochi, in Russia, che si terranno il prossimo febbraio. L’uso del ‘soft power’ per modificare l’atteggiamento dei governi nei confronti dei gruppi LGBT non ha avuto un grande successo. Questo è anche dovuto al tessuto sociale (educativo e familiare), che è tradizionalmente ostile a pratiche amorose ‘non tradizionali’.

Intanto, centinaia di persone hanno inviato lettere di solidarietà a Tsikhanyuk, dopo la campagna di Amnesty International di dicembre. Sia Tsikhanyuk, sia Androsenka, hanno lasciato il Paese nell’attesa di un cambiamento. Il tentativo di affermare il ‘diritto umano’ a proclamarsi LGBT sta riscuotendo un discreto successo, vista la mobilitazione delle istituzioni europee e regionali, che si stanno battendo affinché la Bielorussia cambi rotta. L’omosessualità è tornata legale dal 1991, ma la percezione negativa a essa associata non si è mai spenta.

Lukashenka non è certamente un personaggio neutro o lontano dalla contesa: solo qualche anno fa aveva risposto alle critiche nei suoi confronti con un laconico: «meglio essere dittatore che gay». Lo chiamano ‘l’ultimo dittatore d’Europa’, ma il presidente non fa una piega. I 10 milioni di cittadini su cui governa incontrastato soffrono di ristrettezze economiche e della mancanza delle libertà fondamentali. Una delle lotte più accese è proprio quella iniziata dai gruppi LGBT. Chissà che non sia proprio questa a scatenare il cambiamento.

 

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