giovedì, Settembre 23

L’attacco di Trump contro l’Opec (e la Russia) Gli interessi Usa dietro la presa di posizione contro i giganti del petrolio

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Lo scorso 20 aprile, Donald Trump ha sferrato un duro attacco all’Organizzazione dei Paesi Produttori di Petrolio (Opec) accusandola di mantenere i prezzi artificiosamente alti. L’offensiva si è dispiegata tramite uno dei soliti tweet che recitava: «ci risiamo con l’Opec. Nonostante quantità record di petrolio dappertutto, anche nelle navi a pieno carico in mare, i prezzi del petrolio continuano a rimanere molto alti! Non va bene e non sarà accettato».

La mossa è stata effettuata con un tempismo studiato nei minimi dettagli, visto e considerato che proprio per quel giorno era previsto un vertice a Jedda tra i Paesi Opec e i produttori esterni al cartello (come la Russia) in cui si prevedeva sarebbe stata decretata un’ulteriore stretta alla produzione (pari 1,8 milioni di barili giornalieri). Il tweet di Trump non ha prodotto alcun effetto sostanziale sulla quotazione del petrolio, come dimostrato dal fatto che il Brent e il West Texas Intermediate (Wti) sono saliti rispettivamente a 73,6 e 68,3 dollari per barile, ma ha suscitato forti reazioni da parte di alcuni ‘pezzi da novanta’ del mondo petrolifero. Il segretario generale dell’Opec Mohammad Barkindo (nigeriano) ha replicato che l’accordo rappresenta un contributo fondamentale al salvataggio dell’industria petrolifera che dal 2014 è costretta a macinare utili nonostante un prezzo del petrolio insolitamente basso, mentre il ministro dell’Energia russo Aleksandr Novak ha ricordato che dall’aumento dei prezzi scaturito dall’intesa trarranno beneficio in primo luogo i fracker del Texas, alle prese con una tipologia di petrolio la cui estrazione richiede investimenti alquanto sostanziosi.

In realtà, il patto tra l’Opec e i produttori esterni – che secondo gli esperti di Goldman Sachs potrebbe portare la quotazione del greggio a 80 dollari per barile entro la fine del 2018 – va interpretato come una mossa strategica compiuta da Arabia Saudita e Russia e basata sul mutuo interesse. Mosca raccoglie i dividendi del ruolo da protagonista costruito da Putin con l’intervento in Siria, mentre Riad ha modo di mitigare il pesantissimo deficit che grava sulle finanze saudite come conseguenza della combinazione tra bassi prezzi del petrolio, elevati costi della guerra in Yemen e incremento delle ‘spese di mantenimento’ della famiglia reale. La rivalutazione del greggio consentirà inoltre all’Arabia Saudita di incassare liquidità in vista dell’Initial Public Offering (Ipo) del 5% di Saudi Aramco, da cui il principe Mohhammed bin-Salman conta di ottenere non meno di 100 miliardi di dollari.

Nel novembre del 2017, Trump aveva invitato l’erede al trono a quotare la società a Wall Street, ma da allora non è trapelata alcuna nuova informazione a riguardo nonostante l’incontro faccia a faccia con lo stesso Salman del marzo scorso. Da tono del tweet postato dal tycoon newyorkese sembra che i rapporti tra i due siano meno idilliaci rispetto al previsto, quantomeno per quanto riguarda la possibilità iscrivere Saudi Aramco al New York Stock Exchange.

Quel che Trump omette di rivelare è che fin dagli anni ’70 il prezzo del petrolio non è più appannaggio esclusivo dei Paesi produttori. Il processo di deregolamentazione avviato sotto Carter portò infatti allo sdoganamento dei future su valute, tassi di interesse, titoli di Stato e soprattutto commodity. Autorizzando la contrattazione di future su oro, petrolio e altre materie prime fondamentali, gli Usa innescarono un processo che – con l’entrata in vigore del Commodity Futures Modernization Act del 2000 – avrebbe strappato ai Paesi produttori il potere di fissare in maniera pressoché unilaterale il prezzo delle commodity e riassegnarlo in gran parte ai ‘mercati’, egemonizzati come sempre dalle banche di Wall Street. Alcune stime rivelano che banche e fondi speculativi siano arrivati a controllare l’80% del mercato dei future energetici, a fronte del 30% registrato nel 2000, acquisendo così la possibilità di determinare forti variazioni del prezzo del petrolio. Michael Greenberger, professore alla facoltà di legge del Maryland ed ex regolatore della Commodity Futures Trading Commission (Cftc), ha rivelato l’esistenza di «50 studi che mostrano come la speculazione aggiunga un incredibile sovrapprezzo al petrolio […]. L’egemonia degli speculatori trasforma inevitabilmente il mercato in un grande casinò». Nel 1986, quando la Guerra Fredda volgeva al termine, gli Usa sfruttarono sia la propria capacità, appena acquisita, di influenzare il prezzo delle commodity che il rapporto iper-privilegiato con l’Arabia Saudita, istituito nel 1945 in base al patto Franklin D. Roosevelt e Ibn-al-Saud, per deprimere il prezzo del petrolio così da privare l’economia dell’Unione Sovietica, già provata dai costi della guerra in Afghanistan, di una fonte primaria di introito.

Ma non è tutto. Nel 2003, con la guerra all’Iraq, Washington ebbe modo di conseguire il duplice obiettivo di eliminare un leader, Saddam Hussein, che aveva messo in discussione il primato del dollaro – seguito a ruota dal Venezuela di Chavez, dall’Iran di Ahmadinejad e dalla Russia di Putin – convertendo il fondo Oil for Food (attraverso il quale si espletava l’export petrolifero iracheno) in euro e originare allo stesso tempo un aumento esorbitante del prezzo del barile (da 38 a 149 dollari) che sarebbe inesorabilmente coinciso con un aumento proporzionale della domanda internazionale di dollari. Esattamente come accadde durante la Guerra del Yom Kippur, la svalutazione del dollaro fu compensata dall’incremento astronomico del prezzo del petrolio.

È quindi probabile che gli attacchi di Trump contro l’Opec rispondano all’esigenza di costringere l’Arabia Saudita a riallinearsi alle necessità di Washington (che nel caso specifico coincidono con una presa di distanza da Mosca e con la quotazione di Saudi Aramco a Wall Street) e scongiurare allo stesso tempo rialzi del prezzo del petrolio che vanifichino qualsiasi speranza di crescita economica, con conseguente aumento dell’inflazione e ulteriore stretta creditizia da parte della Federal Reserve. D’altro canto, Trump intende consolidare la presa del petrolio statunitense sul mercato europeo a scapito di Russia e Opec, così da rinforzare i legami euro-atlantici e alleggerire la dipendenza del ‘vecchio continente’ dalle importazioni energetiche russe. Come ha dichiarato Ehsan ul-Haq, direttore del Resource Economics, «i raffinatori europei hanno cominciato a sperimentare il greggio americano solo l’anno scorso. Ora ne sanno molto di più su come trattarlo».

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