martedì, Luglio 27

L’Atleta di bronzo conteso field_506ffb1d3dbe2

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atleta vittorioso

Atleta vittorioso‘ con una storia tormentata. Lo scorso 25 febbraio, nuova tappa della lunga storia per il rientro in Italia della statua: la sentenza della Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione ha partorito un rinvio alla Terza Sezione della stessa  -Sezione che ha competenza sui reati relativi ai beni culturali e ambientali. La sentenza è relativa al ricorso dei legali del Jean Paul Getty Museum di Malibu (California), contro la sentenza del Tribunale di Pesaro che per due volte aveva ordinato la confisca della statua in bronzo, attribuita stilisticamente a Lisippo, ma in realtà più tarda di una o due generazioni, conservata nel museo americano. La Terza Sezione Penale, ora, dovrà fissare la data per una nuova udienza.

Il bronzo, alto un metro e mezzo, denominato come ‘Atleta vittorioso’, raffigura un giovane atleta nell’atto di incoronarsi per la vittoria. La statua era stata ripescata nel mare Adriatico, al largo di Fano, venerdì 14 agosto 1964, dal peschereccio Ferruccio Ferri, e ancora oggi si discute se il natante fosse in acque italiane o internazionali. Durante il ripescaggio la statua probabilmente perse i piedi, staccatisi a causa delle reti. Dapprima la statua venne ricoverata a casa dell’armatrice del peschereccio, poi, per timore dell’intervento della Guardia di Finanza, venne sotterrata in un campo di cavoli. I marinai, poi, la cedettero ai cementieri Barbetti di Gubbio per tre milioni e mezzo di lire. Il reperto venne messo al sicuro presso un prete, don Giovanni Nargni, che, a seguito di una denuncia ai Carabinieri, il 18 maggio 1966 venne processato insieme ai Barbetti. Sacerdote e cementieri saranno assolti nel 1970, perché non era stato possibile produrre l’oggetto in giudizio, essendo stato, nel frattempo, fatto uscire clandestinamente dal nostro Paese.

Per un certo tempo il destino della scultura resterà ignoto: forse venduta ad un antiquario milanese o finita in Brasile presso un religioso amico dei Barbetti, nascosta in una spedizione di medicinali. Nel 1971 la statua riappare in Germania, presso l’antiquario Heinz Herzer di Monaco di Baviera, che la sottopone a una serie di esami che ne attestano la datazione al IV secolo a.C. Nel 1977, il museo J.P. Getty di Malibu la compra pagandola quattro milioni di dollari, e la espone al pubblico.

Il contenzioso che si apre tra il nostro Paese e il museo californiano per l’attribuzione della statua non è breve, né semplice. Sono stati condotti quattro processi, uno dei quali annullato. Sotto il Ministro dei Beni Culturali Rocco Buttiglione si riapre la vicenda e col successore e vice Premier Francesco Rutelli l’Italia rivendica ben 52 oggetti del museo americano, tra questi la famosa statua di Venere di Morgantina, proveniente dalla Sicilia e a suo tempo acquisita dal Getty per diciotto milioni di dollari.

Il museo californiano in un primo momento accetta di restituire solo 26 opere, poi ha accolto l’intero elenco predisposto dalla nostra Magistratura, tranne questo bronzo, il tormentato ‘Atleta vittorioso‘. Il 4 aprile 2007 l’associazione ‘Le Cento Città’ presenta un esposto alla Procura di Pesaro per violazione delle norme doganali e contrabbando di opere d’arte. Viene richiesta al GIP la confisca della statua in bronzo. Il 19 novembre il GIP rigetta la richiesta, ma il PM e l’associazione fanno ricorso con il sostegno dell’Avvocatura dello Stato e il 12 giugno 2009 il nuovo GIP dichiara il bronzo «patrimonio indisponibile dello Stato». Essendo stato ripescato da una nave italiana e sbarcato a Fano, sarebbe stato soggetto all’obbligo di denuncia e lo Stato avrebbe potuto esercitare un diritto di prelazione o di acquisto coattivo.

Il 21 dicembre 2009, l’attuale responsabile delle collezioni del Getty Museum, Stephen Clark, viene interrogato a Pesaro e produce documenti sulla buona fede del museo in merito all’acquisto, ma il GIP decide ugualmente per la confisca del bene. Nel maggio del 2012 è stato fatto ricorso dal museo Getty contro la confisca, cosa che ha portato alla udienza dello scorso 25 febbraio, ancora una volta conclusasi con un rinvio a giudizio. Maurizio Fiorilli, è il Vice Avvocato Generale dello Stato, che curava gli interessi dell’Italia nella sentenza di ricorso del 25 febbraio scorso.

 

Avvocato Fiorilli, possiamo ripercorrere il procedimento giudiziario che ha portato alla rivendicazione dell’opera?

All’oggi c’è solamente la requisitoria del Pubblico Ministero che ha concluso il rigetto del ricorso del Getty. Questo processo ha avuto varie fasi. In una prima fase, a seguito di una denuncia fatta da un’associazione locale, la Procura della Repubblica di Pesaro che era già interessata alla questione ha iniziato un procedimento penale nei confronti di varie persone: i pescatori, il gallerista tedesco, un avvocato romano che aveva partecipato alle trattative per l’acquisto della statua da parte del Getty. Tenga conto che fino a quando sono iniziate le trattative, il Getty ha sempre contestato la corrispondenza tra la statua acquistata e quella che era stata trovata dai pescatori nel mare Adriatico. Le vicende del rinvenimento di questa statua sono oscure e si pone il problema di dove essa è stata pescata: se in acque territoriali o internazionali. Se fosse stata pescata in acque territoriali, la statua sarebbe stata trovata in territorio italiano, e quindi in base alla legge italiana sarebbe un bene appartenente come titolo originario allo Stato. Se la statua fosse stata invece pescata fuori dalle acque territoriali, sarebbe rinvenuta in quelle internazionali. Il problema è che la statua è stata pescata da un battello battente bandiera italiana, quindi in base alle norme del codice di navigazione sarebbe venuta alla luce in territorio italiano. Questa è la sentenza di un giudice siciliano, il quale aveva stabilito in una circostanza di questo genere che la nazionalità si estende anche alle reti, oltre che alla nave. È chiaro come questa ipotesi sia da scartare. Qual è la conseguenza di questo pescato? Ammettiamo che la statua fosse stata pescata in acque internazionali: a questo punto come relitto doveva essere acquistato dai pescatori, quindi a titolo originario dagli stessi. Cosa dovevano fare i pescatori? Nel momento in cui entravano nel porto di Fano, questo relitto, statua di Lisippo o a lui attribuita, oppure chilogrammi x di materiale di bronzo, doveva essere o avere un valore commerciale e quindi dovevano denunciarlo alla dogana. In più, avendo chiaramente un valore culturale, avrebbe dovuto essere denunciato anche alla Soprintendenza Archeologica di Ancona. Effetti di queste cose sono: primo, un’ipotesi di contrabbando e secondo, quella di introduzione illecita nel territorio nazionale di un bene culturale. L’introduzione illecita in un territorio nazionale, e soprattutto il suo occultamento, determina come conseguenza la nazionalizzazione del bene. Una volta che il bene è nazionalizzato, i pescatori che, seguendo la procedura che ho spiegato prima, avrebbero potuto mantenere la proprietà sul bene e quindi essere oggetti, eventualmente, di un provvedimento di vincolo o, comunque, soggetti alle norme sulla circolazione interna e internazionale di quel bene. Se essi, però, avessero venduto, come hanno fatto, in territorio nazionale questo bene, l’atto di compravendita non sarebbe stato punibile dallo Stato, dal Ministero, che avrebbe potuto acquistare la proprietà corrispondendo ai venditori il prezzo che loro ottenevano da questi atti. Se essi volevano esportare il bene, ci sarebbe stato lo stesso iter. L’interesse dei pescatori sarebbe stato comunque soddisfatto se loro avessero fatto questa operazione. La statua, invece, è stata occultata e nascosta presso un prete, poi è stata esportata in Brasile. Posto che non c’è una documentazione doganale dell’uscita dal territorio nazionale, come è entrata in Brasile? Come da questo Paese è uscita per andare in Germania? Come vi è entrata? Sono tre elementi che assumono rilievo per la legittimità e l’acquisto da parte del Getty.

Torniamo a monte….

Il problema è quello della opponibilità all’Italia di questo acquisto fatto dal Getty. Esso presuppone la risoluzione di un problema giuridico, che è quello di dire: siccome il Codice dei Beni Culturali, ripetendo una norma che è contenuta nella legge n.1089 del 1939 (che a sua volta ne ripeteva una contenuta nella legge del 1907, la prima che regola i beni culturali), dice che i beni che sono esportati illecitamente danno luogo ad una sanzione a carico di chi li esporta, e poi alla confisca di questo bene, salvo che esso non appartenga ad un terzo. Su questo si gioca tutto: i giudici di Pesaro hanno ritenuto, a nostro giudizio giustamente, che la valutazione della proprietà del terzo deve essere valutata in base alla legge italiana che protegge il patrimonio culturale, e che dà alla confisca una fisionomia non sanzionatoria, ma recuperatoria. Non è quindi una sanzione penale, ma civile, e riguarda un recupero di proprietà di un determinato bene. Questo è il tema della causa. Sta di fatto però che il Getty, che è stato invitato a partecipare al procedimento dell’incidente di esecuzione, promosso dalla Procura della Repubblica, si è presentato con un signore che dice di essere un delegato, membro del board del Getty, e di fare le sue difese. Di fronte alla pronuncia del GIP che risolve l’incidente di esecuzione nel senso di ritenere di aver accolto la domanda della Procura della Repubblica di confisca del bene (provvedimento che si assume nel contradditorio delle parti interessate, ossia di chi afferma di essere proprietario e di chi lo nega dicendo di essere a sua volta proprietario perché ha acquistato la statua legittimamente), il presunto delegato fa ricorso in Cassazione per motivi di carattere penale a titolo personale, e non quale rappresentante del museo.  A questo punto noi, ovvero il Ministero dei Beni Culturali, ci costituiamo e si percepisce il difetto di legittimazione. Cosa comporta questo? Siccome è spirato il termine per le impugnazioni, questo provvedimento di confisca risulta definitivo. La Corte di Cassazione addita una prima volta, non apprezza questa ricezione che sarebbe stata pregiudiziale, e reinvia al GIP di Pesaro affermando che questo provvedimento di confisca non era impugnabile in Cassazione, ma era oggetto di un’opposizione. Di fronte al terzo GIP io propongo nuovamente questa condizione: non di ammissibilità, ma di giudicato su questo provvedimento. Il giudice non ne tiene conto, però comunque conferma la confisca.  Adesso questo signore che si chiama Clark fa ricorso in Cassazione, si accorge dell’errore e dice di essere in veste di rappresentante del J. Paul Getty Trust. Io, ripeto, questa condizione di inammissibilità e in più affrontiamo tutti i problemi collegati. Questa in sostanza la causa che è ‘sub iudice’. La cosa della quale mi rammarico è che è passato un po’ di tempo da quando il Procuratore Generale ha depositato le proprie conclusioni ed è stata assegnata alla Prima sezione. Perché arrivare al giorno fissato per la Camera di Consiglio per decidere che essa è incompetente a favore di un’altra sezione, quando la competenza non mi risulta che sia funzionale (poi potrò anche sbagliare)? È solo un provvedimento interno di competenza e non qualcosa che, se la Prima Sezione si fosse pronunciata, avrebbe generato una sentenza anomala. Adesso aspettiamo questa decisione e vediamo cosa succede.

Come mai la vicenda è stata ‘sbloccata’ dalla associazione ‘Le Cento Città’ e non dall’azione del Mibact?

Il fatto che non si conoscesse e fosse stata sempre contestata l’identità tra questa statua e quella che era stata pescata, ha creato una serie di complicazioni. C’è stata anche una grossa disattenzione da parte delle autorità italiane. Tale disattenzione è rimasta fino al momento in cui la Procura della Repubblica di Roma non ha cominciato ad indagare su questi traffici clandestini dei beni culturali. Questo ha creato molto clamore, sensibilizzando l’opinione pubblica sia italiana ma soprattutto straniera (americana, inglese, francese, ecc.), la quale con molto più senso di responsabilità civile si è preoccupata del fatto che non è assolutamente accettabile che i musei divengano luoghi di esaltazione di reati. Questa nuova stagione che si è aperta a seguito di questi procedimenti giudiziari, ha fatto sì che il Ministro prima Buttiglione, poi Rutelli, ha costituito una commissione per il recupero dei beni culturali, presieduta da me e formata dai Carabinieri TPC (Tutela e Patrimonio Culturale), dal Segretario Generale del Ministero, dal Consigliere Diplomatico del Ministro, dai Direttori Generali interessati alla materia e dai Consiglieri del Ministro. Questa commissione ha adottato non uno stile burocratico, ma dei negoziati, cercando di acquisire gli elementi di prova, di conoscere quale era la legislazione dello Stato al quale ci rivolgevamo e la giurisprudenza dello stesso e operando negli stretti limiti della legalità, soprattutto con riferimento al parametro della Convenzione UNESCO del 1970, che ha avuto un grande merito, dare per primo una definizione di bene culturale condivisa tra tutti quanti. Prima di questa definizione lo Stato italiano qualificava un bene come bene culturale, poi passato il confine esso non era più definito come tale, ma era un bene normale. Dopo la Convenzione UNESCO le cose stanno diversamente: se definisco tale un bene culturale, anche gli altri stati devono riconoscerne il valore e quindi lo Stato a cui appartiene il bene deve individuarlo come culturale, proteggerlo e valorizzarlo. È un obbligo nei confronti della cultura. Lo Stato che ha in detenzione questo bene culturale deve assistermi nel suo recupero. In più gli istituti culturali debbono costruire, secondo le premesse della Convenzione, le proprie collezioni in base a criteri di moralità. Questo significa che io devo affrontare prima il problema se il bene culturale è un bene culturale secondo la Convenzione UNESCO, con tutti gli obblighi di cui parlavamo, e poi su questa base cercare di applicare la Convenzione stessa. Durante le trattative ci siamo trovati di fronte a queste eccezioni: il fatto di aver acquistato questo bene in buona fede, chiamata anche ‘new diligence’, che secondo l’ordinamento è quando lo Stato ha acquistato questo bene assumendo tutte le informazioni necessarie per assicurarsi che fosse di provenienza lecita; inoltre lo Stato è un cultore dell’arte, quindi deve sapere che se lo informano che questo pezzo è venuto dall’Inghilterra ed è per esempio una ceramica attica, ha un grande valore culturale perché indica che le popolazioni che erano in Inghilterra avevano rapporti commerciali con la Grecia o con la Magna Grecia. Un’altra cosa importante è che gli Etruschi o altri popoli aveva dei rapporti commerciali con la Grecia, o che i Romani quando andavano in Inghilterra usavano il Vallo di Adriano e si portavano dietro queste suppellettili. Sono tutti elementi che spiegano quale è il significato di bene culturale: è testimonianza di civiltà e fa leggere la storia o momenti della storia di un popolo. È come se lei andasse nella soffitta della casa della sua famiglia e trovasse un cassettone, dove trova un quaderno di scuola elementare appartenuto a sua nonna, che rivive in quel ricordo, come il bene culturale, che se avulso dal suo contesto, perché fuori del luogo in cui ora si trova, non significa nulla.

Il reato di esportazione illecita colpirà il Getty o i pescatori che hanno recuperato l’opera dal mare?

Il reato di esportazione non riguarda il Getty, se avessimo avuto le prove che il museo ha acquistato illecitamente il bene esportato dall’Italia allora ci sarebbe il reato, ma questa prova non c’è. La responsabilità non è neanche dei pescatori, perché dovrebbe risultare che hanno venduto il bronzo ad altri cittadini italiani. Chi ha esportato illecitamente sono gli altri appena citati.

Crede che oggi la sensibilità del pubblico e dei giudici nei riguardi del nostro patrimonio artistico e culturale sia cresciuta tanto da appassionare e rivendicare la restituzione dell’opera acquistata dal Getty Museum?

Io credo di sì, anche se purtroppo sino adesso abbiamo avuto un calo di interesse: dal governo Berlusconi fino al governo Letta non mi sembra ci sia stata una particolare attenzione al riguardo. Quelle che erano le punte del Ministero sotto Buttiglione e poi con Rutelli siano andate via via calando. È una questione di sensibilità, non è una questione di quattrini. Non costa niente: costa giusto la missione e i carabinieri che si muovono da una parte all’altra, ma insomma non è niente. Ritengo che l’opinione pubblica avverta questo. Dopo la pubblicazione su L’Espresso dell’articolo-intervista ci sono più persone che mi hanno contattato e tra l’altro alcuni studenti che mi hanno detto che erano molto contenti di sapere che certe opere erano state recuperate, proprio perché esse provenivano dal loro territorio d’origine e avevano capito che era stato recuperato un pezzo di quella storia. Sul tavolino di questa stanza c’è una croce, la croce di Trequanda. Quella croce ha accompagnato battesimi, matrimoni e funerali. Venduta dal parroco, è stata poi restituita e recuperata dalla città e c’erano tutte le scuole del paesino con bambini, anche di immigrati. Vi era una grande sensibilità perché quando ho detto cosa ha significato questa croce, hanno capito che era un elemento di unità. Il bene culturale è un elemento di collegamento, è un fatto identitario e di cultura.

Crede che se il pezzo non fosse stato attribuito alla mano di Lisippo avrebbe suscitato lo stesso clamore?

Io credo che un’opera parli di per sé stessa, Lisippo non Lisippo. Suscita interesse questo maestro perché era lo scultore di Alessandro Magno. La statua in questione è un’opera meravigliosa, bella. È chiaro che nel bene culturale c’è una parte materiale (il bronzo in questo caso) e una su come è stata realizzata che viene da noi apprezzata. Questo, però, si aggiunge al resto, perché posso avere anche una statua informe, come erano alcune statue primitive, o il graffito sul muro nell’età preistorica non artisticamente importante, che sono testimonianze. Il bene culturale ha il valore di testimonianza, che può comprendere anche un apprezzamento estetico ormai storicizzato. Prima della Convenzione UNESCO del 1970 e prima della Commissione Franceschini, il bene era tutelato in relazione alla sua bellezza, adesso se ne cura l’aspetto di testimonianza, che può essere bella o no, ma tale rimane.

Pensa che tutta la vicenda ci consentirà di riportare in Italia l’opera? e in che tempi?

Se la Corte di Cassazione confermasse questa confisca, si aprirà una stagione difficile. Una stagione nella quale per il recupero si richiederà una grossa collaborazione tra le autorità amministrative italiane, come di tutto il Governo. Dipende dall’impegno che si metterà nella risoluzione della vicenda, perché uno dei limiti è dato dal fatto che questa possa venire trattata sotto il profilo delle relazioni diplomatiche. Con esse non si fa mai nulla che possa essere considerato un atto ostile nei confronti di un altro popolo. Il fatto che questa statua stia al Getty, nella proprietà di un ente ricchissimo, che sia visitata da tante persone, comporta come primo punto delle lobbies per mantenerlo, il non privare il Getty di un suo bene; come secondo punto, di soprassedere al fatto che il museo per l’acquisto di questa statua ha avuto degli sgravi fiscali che non si potrebbero tenere per un comportamento illecito (se fosse accertato), in terzo luogo ci sono dei problemi giuridici da superare. A mio giudizio c’è un elemento, sul quale voglio sottacere, che dovrebbe essere la chiave di volta non per una sollecita restituzione, quanto per una restituzione in tempi ragionevoli.

Pare di poter dire che limmagine del Getty Museum esce male da questa vicenda, almeno dal punto di vista etico!?

L’intendimento della Commissione, alla quale si deve il valore questi recuperi di materiale, è la collaborazione fra tutte queste persone. Io come unico pregio ho quello di avere diretto questa operazione e di aver messo la mia professionalità a fianco della professionalità degli altri. Io non ho il sapere di un archeologo, né quello di un Carabiniere, né di un funzionario di Ministero, faccio l’avvocato dello Stato: tutti insieme abbiamo ottenuto un risultato. La riserva che ho fatto prima rispetto a qualcosa che potrebbe accelerarsi mi viene dai Carabinieri, ma da discorsi che si fanno così, prestando attenzione a certe cose che vengono dette. La mia professionalità si è manifestata nel fatto di avere le idee chiare sul risultato, e di saper cogliere tutto quello che mi veniva dall’esterno e che per gli altri non aveva un significato nel quadro generale e riuscire ad inserirlo in questo quadro. Noi non abbiamo mai gettato la croce addosso a nessuno, io ritengo che questa restituzione sarebbe un atto di grande responsabilità da parte del Getty che non avrebbe da perdere nulla. Il danneggiamento da parte del Getty non sussiste e la restituzione sarebbe un atto di grande disponibilità. Penso che il museo potrebbe fare questo passo: noi avevamo fatto un accordo culturale che ha funzionato e potremmo approfittare di questo per creare dei rapporti più stretti. È tutta questione di correttezza e comunque da parte nostra non c’è assolutamente animosità.

Lo stesso museo ha già restituito all’Italia altre opere che sono state dimostrate essere state acquistate illecitamente. Perché in questo caso dimostra una forte resistenza a fare altrettanto con il bronzo?

Resistenza l’hanno fatta per tutte le opere restituite ed è spiegata perché questo bronzo ha un carattere identitario. L’architetto che ha costruito la Villa di Malibu, ha realizzato questa costruzione ispirata a quella romana ponendola in funzione del bronzo attribuito a Lisippo. La volontà di Jean Paul Getty senior era proprio questa, di acquistarlo per questo luogo. È quindi logico da parte loro questa resistenza, anche se questo personaggio è stato tradito, perché aveva posto come condizione all’acquisto del bronzo l’assenso del governo italiano, che non è stato mai chiesto. Nel contratto di acquisto, infatti, c’è una clausola di risoluzione specifica nella quale se entro i termini di 48 mesi dalla sottoscrizione dell’accordo fosse risultato che il bronzo era di provenienza illecita, lo avrebbero dovuto restituire. Io ho chiesto in giudizio per quale motivo se si doveva usare questa riserva per ‘assoluta diligenza’, non era stata consegnata la documentazione doganale e il contratto di acquisto della statua, non sono state interpellate le autorità italiane per sapere se l’opera proveniva o meno dall’Italia? Questo è l’interrogativo che costituisce il presupposto per documentare la malafede del Getty nell’acquisto del bronzo.

 

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