martedì, Ottobre 26

‘Latin lover’, o della superiorità delle donne

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Tanti buoni motivi mi hanno condotta ad andare alla Multisala Barberini per vedere l’ultimo film di Cristina Comencini Latin lover.
In realtà l’ho scelto dopo una certa riflessione in loco, perché in altre sale dello stesso policinema si proiettavano pellicole che mi attraevano: ‘Ho ucciso Napoleone‘ di Giorgia Farina (di suo, avevo già visto ‘Amiche da morire’, divertendomi assai) e il francese ‘La famiglia Belier‘, opera su cui i giornali si sono scatenati nei giorni scorsi con oceani di recensioni favorevoli.
Alla fin fine ho optato per la Comencini e non me ne sono pentita, anche per la soddisfazione di fare la bastian contrario (il mio ruolo preferito) con un mio duellante, che lo aveva definito ‘tristissimo’; come se lui non appartenesse alla genia maschile egocentrica che viene sollecitato dall’ansia di conquista che imperversa oggidì.
Sì, le vicissitudini delle plurifamiglie, allargate, intrecciate e complicate del grande divo pugliese protagonista occulto della vicenda e rappresentato, tal Saverio Crispo (interpretato da Francesco Scianna che, vi assicuro, pur pieno di ironia, non è proprio il mio tipo), nel decennale della scomparsa, erano una specie di antologia da ‘Chi‘ e mi stupisce che la regista non abbia chiamato sul set Alfonso Signorini nella parte di sé stesso, perché sarebbe proprio stato la ciliegina sulla torta.
Le donne (due mogli, una pletora di figlie sempre lievitanti nel numero) ci fanno una gran figura, sia per la misericordia che usano verso quest’omuncolo vanesio, continuamente alla ricerca di gratificazioni sessuali estemporanee e assolutamente incapace di offrire affetto ‘vero’, pur essendone un’idrovora; sia per la capacità di sopportare i colpi a sorpresa riservati loro dalle esistenze matrioska della buonanima.
Emblematico un particolare marginale eppure così aderente alla personalità del ‘caro’ estinto: ognuna di loro era convinta di conoscere il piatto preferito del loro padre (riconosciuto o non riconosciuto) o marito, tutti comunque appartenenti alla grande, appetitosa cucina pugliese o spagnola. Perché questo cittadino celebrato di San Vito dei Normanni  -è lì che avvengono i festeggiamenti ed è anche la residenza della prima moglie, interpretata da un’adorabile Virna Lisi, mai abbastanza rimpianta e qui di una sottile perfidia, e della prima figlia, un’Angela Finocchiaro, stralunata come lei solo sa esserlo, dunque Saverio Crispo è un mistificatore della più bell’acqua. Una specie di guitto che era uno, nessuno e centomila.
Molto divertente è, nel finto d’ocumentario celebrativo’ la cui proiezione costituisce il clou dei ‘festeggiamenti’, la ricostruzione che Cristina Comencini fa dei film che lui avrebbe interpretato e che si richiamano tutti a capolavori del cinema di cui erano stati protagonisti Rodolfo Valentino, Vittorio Gassman, Marcello Mastroianni, persino Alberto Sordi, dei quali Saverio è una sorta di patchwork sulla scena.
Il suo egoismo rappresenta una sorta di monumento a sé stesso e perciò lui odiava funerali e celebrazioni.
Ha comunque lasciato in quelle donne un segno indelebile: la figlia ‘spagnola’ Segunda appare zavorrata ad un personaggio altrettanto tarato dalla fissa della seduttività a tutti i costi (per quanto solo etero) e dunque schiacciata (ma anche le altre sorelle non scherzano) da un complesso di Edipo a distanza (questo padre, anche prima di morire, era per lo più assente dalla vita di mogli, amanti e prole) che l’ha condotta a ricercare un marito ‘altrettanto bello e mentitore’, tutto simulacro e niente sostanza.
Nel ritmo dell’ironia, alla figura del non-caro estinto viene dedicata una sorta di dissacrazione progressiva che lo denuda in tutte le sue miserie e lo fa sembrare quasi un prototipo dell’homo infidelis, del quale il genero spagnolo è emulo e, pur se scialbo e un po’ tonto, epigono.
Piuttosto, se c’è una figura maschile che si salva, è quella dell’eterno innamorato della primogenita, Walter, interpretato da un tenerissimo Neri Marcoré  -conoscerlo, uno così!- che, se copre le magagne del suo potenziale suocero ormai seppellito con tutti i suoi peccati, lo fa per non deludere la donna che ama.
Le due mogli (quella della gioventù, interpretata, appunto, da Virna Lisi, che lo ha riaccolto all’ovile quando, dopo tanto peregrinare erotico, s’è ammalato, e la ‘spagnola’ Marisa Paredes, anche lei molto brava e credibile) appaiono fare fronte unico contro le avversità procurate dal comportamento sessualmente disordinato del loro ‘caro’, introdotto da un colpo di scena finale. Anzi, la moglie ‘italiana’ ha anche lei un asso nella manica segreto, che confessa in un momento di sbornia ridarola.
Poi ci sono ben sei figlie (una delle quali apocrifa, lo si dice e non lo si dice, che sta di contorno come laboriosa colf): due legittime, ovvero riconducibili ad una moglie, due illegittime, presenti fin dal primo momento nel film; infine un’ultima, ‘seminata’ negli Stati Uniti  -poteva mancare una carriera hollywoodiana, per Saverio Crispo? – che arriva a festa finita, oltretutto riconosciuta solo dopo una tormentosa analisi del DNA, dunque verso la fine della vita.

Vi chiederete come mai mi sia venuto in mente di cimentarmi in una recensione cinematografica, come se mancassero valenti giornalisti molto più esperti di me in materia.
Fatto è che sono rimasta assai colpita da questo personaggio che, nelle esasperazioni dei tratti che stanno ad indicarne l’appartenenza allo star system, è in nuce ciò che piacerebbe essere ad ogni uomo, che lo dichiari oppure no. Che si possa permettere la giostra dei bunga bunga o che si limiti soltanto a sbavare sulle fantasticherie o a concedersi miserevoli avventurette o tappe lungo le strade con le lucciole.
Se poi l’uomo messo sotto il microscopio fa l’austero, diffidate ancora di più; a parte che è sempre quello che cade nella rete di giovani predatrici che sanno usare magistralmente gli specchietti delle allodole per succhiargli qualcosa (soldi, lavoro, semplice vanità di vedersi accoppiate a costui), purtroppo sulla mia pelle ho imparato che, come un Saverio Crispo (o come il marito della tenera Segunda), son sempre pronti a seguire… il richiamo della foresta: magari agendo di soppiatto e facendo pure i sepolcri imbiancati!

Sì, ‘Latin loverha sprigionato tutte le mie acredini, frutto di delusioni lungo l’itinerario della vita. Bisogna avere nervi ben saldi per non cadere in queste riflessioni al femminile così sconsolate e io, evidentemente, non li ho.
Come per Saverio, poi, i latin lover vanno in disarmo e si attaccano come le cozze  -quelle dell’amato riso, patate e cozze- a donne accoglienti e comprensive. Ma un rapporto ‘normale’, anche senza arrivare all’andropausa da quiete (ci sono anche quelli che non si arrendono, malgrado tutto: ce li ricordiamo, no?) è soltanto un’utopia?

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