lunedì, Settembre 20

L’assassinio di Ninoy Contorni più chiari nell’uccisione di Benigno Aquino Jr che prolungò la dittatura dei Marcos

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Ninoy-Aquino-Day

Bangkok – Se l’ex senatore Benigno “Ninoy” Aquino Jr. non fosse stato ucciso, sarebbe diventato prima o poi il Presidente delle Filippine. Aveva solo 50 anni il giorno in cui fu ucciso, il 21 Agosto 1983, pochi minuti dopo che l’aereo che lo riportava a casa dopo l’esilio era atterrato all’Aeroporto Internazionale di Manila.

Avrebbe vinto con una certa facilità se Ferdinando Marcos, che conquistò il potere assoluto nel 1972, avesse permesso libere elezioni che si sarebbero tenute dopo il prolungamento formale della legge marziale nel 1981. Egli era il più fiero oppositore della dittatura, nulla si sarebbe opposto all’ascesa di Ninoy Aquino mentre la stella del regime di Marcos era diventata ormai una stella cadente.

Forse, nessun altro leader filippino dell’era moderna era così ossessionato dai legami e dai laccioli della politica nazionale. Aveva però un carattere da vero leader e sapeva tenere la scena, aveva una peculiare capacità di descrivere eventi anche minimali con una maestria della quale era capace solo lui, che ne era il vero copywriter. Aveva già fissato i termini di uno scenario alternativo nella sua mente, basato su ciò che egli aveva immaginato essere il complesso intreccio di motivazioni umane e capacità e trasse la conclusione su ciò che sarebbe dovuto accadere di lì a poco.

Aveva ben presenti i rischi connessi con le sue immaginate opzioni ma non ha mai esitato nell’andare incontro alle difficoltà che ne sarebbero derivate. Il suo modo di semplificare gli ostacoli gli diede modo di verificare gli scenari che aveva formulati tra i suoi amici più stretti.

Era di fatto migliaia di chilometri dal luogo dell’azione ma –allo stesso tempo- Ninoy era sempre attentamente e approfonditamente informato su quel che accadeva nelle Filippine, negli Stati Uniti ed in tutta la regione ASEAN. Aveva connessioni in tutti i luoghi anche in modi apparentemente inspiegabili. Amava parlare a molte persone. Una delle sue ultime conversazioni fu con Steve Psinakis, un ingegnere greco che lavorava col Gruppo Lopez, un gruppo di società ed aveva trascinato la famiglia nel suo esilio in giro nel Mondo. Ninoy chiamò l’amico Steve brevemente prima del suo viaggio fatale verso Manila. Nella rete oggi, si può anche ascoltare quella breve chiamata su Youtube.

Ninoy, nel corso di quella chiamata, disse che stava chiamando dall’aeroporto e spiegò come mai stesse facendo quel viaggio nonostante fosse conscio dei rischi. Aveva sentito dire –così disse- che Marcos era malato terminale a causa di una lunga e penosa malattia di tipo renale e che viveva attaccato ad una macchina per dialisi. Il suo dottore si ritiene avesse affermato che nelle sue condizioni un intervento chirurgico si sarebbe potuto rivelare fatale. Ninoy stava da tempo cercando un dialogo con il dittatore morente, sperando di riuscire a persuaderlo di assicurare un passaggio pacifico ad un governo eletto democraticamente. La sua più grande paura era che Marcos avrebbe potuto avere una specie di passaggio di eredità attraverso Imelda ed il suo più grande sostenitore, il Capo militare Generale Fabien Ver. Se ciò fosse accaduto, diceva, si sarebbe potuto certamente verificare il caos assoluto.

Ninoy era pienamente cosciente del fatto che avrebbe potuto o essere di nuovo portato in carcere oppure essere ucciso non appena avesse messo piede a terra. Infatti, ritenne benvenuta la prima delle due ipotesi poiché –egli disse- gli avrebbe dato tempo di giocare successivamente le sue carte. Mentre invece non avrebbe potuto far nulla contro la seconda delle due ipotesi. Sperava almeno che nessuno fosse così stupido da volerlo fare fuori in pieno mattino ed in pubblico.

Psinakis era preoccupato che -mentre Marcos avrebbe potuto anche essere pragmatico- avrebbero potuto esserci dei suoi sostenitori più realisti del re come il generale Ver il quale, credendo di essere il prossimo sulla linea di tiro avrebbe potuto minacciare Ninoy sulla strada del ritorno. Di rimando, lo stesso Ninoy rispose al suo amico di essere stato già allertato su tre scenari diversi. Il primo prevedeva che il Governo avrebbe tentato di intercettare l’aereo e di obbligarlo a rivedere la rotta e tornare indietro. Il secondo, prevedeva che l’aereo di Ninoy avrebbe anche potuto ottenere l’accesso all’atterraggio ma l’aeroporto avrebbe potuto essere oscurato al pubblico. Il terzo scenario, quello che poi si è effettivamente realizzato. «C’erano due tizi che mi avevano contattato fuori dall’aeroporto. Essi avrebbero tentato di uccidermi, c’era il rischio dell’arresto ma allo stesso tempo avevano già ottenuto rassicurazioni in merito».

Le informazioni che Ninoy aveva ricevuto si rivelarono stranamente accurate. Nel suo volume “Danzando con un dittatore. I Marcos e la creazione della politica americana”, Raymond Bonner  scrive: «Il Governo dei Marcos dapprima tentò di intercettare l’aereo di Aquino e di dirottarlo verso una base aerea locale, dove presumibilmente Aquino lo avrebbe potuto eliminare lontano dall’occhio pubblico. Due aerei F5 delle Forze Armate Filippine furono inviati in missione e tutti gli operatori aerei filippini monitorarono e cercarono a lungo l’aereo della China Airlines attraverso le console radar e I giroscopi nelle due basi a terra. Gli avieri americani di stanza nelle due basi che erano frutto degli accordi tra i due Paesi, trovarono le attività filippine altamente inusuali ma non erano stati informati su ciò che stava accadendo: semplicemente qualcuno gli rispose che non si trattava di affari loro».

Infatti, c’erano due uomini armati in attesa all’aeroporto. Uno colpì Ninoy non appena scese lungo la scaletta dell’aereo dalla parte dell’aereo scortata da due soldati. L’altro colpì Rolando Galman, il ragazzo che fu dipinto come colui che aveva colpito Ninoy. Tristemente, Ninoy fu informato male sulle condizioni di salute di Marcos. Era sì parecchio ammalato ma non era in punto di morte. Un trapianto d’organo, eseguito in segreto circa due settimane prima dell’arrivo di Ninoy a Manila, riuscì a prolungare la vita del dittatore di sei anni dopo l’assassinio all’aeroporto. Oggi non è più importante chi abbia colpito realmente Ninoy. La questione è: chi nel Governo Marcos ordinò la sua esecuzione? E’ facile puntare il dito verso il generale Ver, la cui reputazione era quella del fedelissimo protettore della famiglia Marcos. Ma è difficile immaginare che avrebbe potuto fare alcunché senza che i Marcos fossero dapprima informati e successivamente avessero approvato qualsiasi suo gesto o decisione.

 

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