domenica, Settembre 26

L’assassinio di Donald Trump nel palazzo di Cesare

0

«Le ferite, le ferite… del dolce Cesare… Povere bocche mute… Perché se io fossi Bruto e Bruto Antonio, qui ora ci sarebbe un Antonio che squasserebbe i vostri spiriti e che ad ognuna delle ferite di Cesare donerebbe una lingua così eloquente da spingere fin le pietre di Roma a sollevarsi, a rivoltarsi».

Così termina l’orazione funebre di Marco Antonio sul corpo esanime di Cesare, alla fine della seconda scena dell’atto terzo di una delle opere più attuali di William Shakespeare. Tanti i politici e i dittatori, che drammaturghi e teatranti hanno voluto far morire, almeno sulla scena.

Prima che scoppiasse la Seconda Guerra Mondiale, nel gioco di interpretazioni del ruolo di Cesare, toccò a Benito Mussolini, con la produzione antifascista di Orson Welles. L’opera fu definita dalla critica del tempo come il dramma più emozionante e terrificante della stagione. Poi la Royal Shakespeare Company, si divertì con l’assassinio di diversi dittatori dello scenario africano sullo sfondo delle guerre civili. Più recentemente, invece, ad essere accoltellato era Barack Obama, vittima di alcuni sicari di destra legati al partito di Trump.

Il Direttore Artistico del Teatro Pubblico, Oskar Eustis, dirige un nuovo ‘Giulio Cesare’. Il dramma di Shakespeare della politica e del potere, visto l’ultima volta a New York 17 anni fa, mette in scena un nuovo capo di Roma. Magnetico, populista, irriverente, intenzionato al potere assoluto, il nuovo Cesare ha molto in comune con il tycoon, dal colore dei capelli alla cravatta rossa. Ma l’accoltellamento per mano di una piccola banda di patrioti, legati alle tradizioni democratiche del Paese che si oppongono a lui, rendono Il capolavoro politico di Shakespeare, fin troppo contemporaneo. Lo spettacolo, che ha debuttato lo scorso 23 maggio, ha sollevato non poche critiche. Alcuni spettatori come Laura Sheaffer, responsabile vendite per Salem Media, che ha assistito alla rappresentazione il 3 giugno, in un’intervista radiofonica ha dichiarato che si trattava di uno spettacolo orribile, scioccante. Le critiche di Laura non sono state le uniche, tant’è vero che ‘Fox News’ e ‘Breitbart News’ hanno lanciato su Twitter una campagna che ha portato al ritiro di tre grossi sponsor: Delta Air Lines, Bank America ed American Express.

La rappresentazione ha destato l’attenzione anche di uno dei figli del Presidente, Donald Trump jr, che su twitter si chiede ‘quanta di questa arte è finanziata dai contribuenti? Domanda seria, come può l’arte diventare un discorso politico e cambiare le cose?’. La realizzazione di Shakespeare in the Park costa circa 3 milioni di dollari l’anno, e non viene specificato da dove provengano i fondi, anche se sappiamo che la Bank of America ed il ‘New York Times’ sono i principali finanziatori degli ultimi undici anni. Questo ci riporta all’antico dilemma di quanto l’arte sia veramente libera ed indipendente, quando si lavora per commissioni,  come un pittore che sta alle richieste e ai ritmi dei galleristi, o  un direttore artistico come Eustis, finanziato da colossi come la banca americana.

Come potremmo rispondere alla domanda di Donald jr? È giusto parlare di neo-mecenatismo?

Tra il IV e V secolo, era abitudine dei potenti, come Lorenzo il Magnifico, finanziare e fornire materiale ad artisti incaricati di rappresentare, con le loro opere, la grandezza dei loro benefattori. Il nuovo ‘Giulio Cesare’ si tratta realmente, di un’espressione politica, commissionata dall’opposizione democratica di Trump, o al contrario è la libera espressione di artisti indipendenti? Di certo l’arte ha sempre avuto un ruolo d’influenza sui fatti, e sull’opinione pubblica di un Paese. La stessa opera nasce come opposizione alla politica accentratrice e sanguinaria del periodo elisabettiano, e si è sempre fatta portatrice di un pensiero politico, contro l’oppressione. Nonostante questo riveli un’immensa forza del lavoro di un artista, allo stesso tempo è giusto interrogarsi sulla sua altrettanto immensa fragilità, nel momento in cui da un momento all’altro, come nel caso specifico, può vedere venire meno i suoi finanziatori, e di conseguenza, forse, il suo esistere. L’arte, così come la satira, spesso prende di mira il potere e i governanti.  In America, già dalla vigilia delle elezioni, il mondo artistico si è spesso schierato contro alle promesse razziste e populiste, di Donald Trump, ci basta pensare agli attori di Holliwood e all’infinita serie di cantanti, che hanno prestato la loro voce, la loro immagine per il partito opposto.

Già, quella che viene considerata un’icona di stile, Miss Melania Trump, era insorta il 31 maggio scorso, contro la comica Kathy Griffin, che in televisione, in prima serata, mostrava una testa finta mozzata e sanguinante del marito Donald. Intendendo anche la satira, una forma d’arte nel senso più ampio della parola, c’è chi sostiene che questa espressione non dovrebbe mai farsi portatrice, o ispiratrice di concetti violenti. Tuttavia, come ci ricorda il professor Piero Boitani, docente di letterature comparate all’Università la Sapienza di Roma, “l’arte fa il suo lavoro, non c’è mai stata una rivoluzione per mano degli artisti, ci sono alcuni, che si credono tali e lanciano messaggi di violenza, però generalmente l’arte è pacifica e può spingere ad una rivoluzione con mezzi pacifici, non con mezzi cruenti, come nel caso degli artisti, nel periodo della rivoluzione francese”.

Per il direttore artistico della rappresentazione tragica in chiave ‘giocosa’, questo messaggio violento non esiste, l’opera segue alla lettera l’ambientazione e la descrizione shakespeariana della vicenda, anche nei dettagli più crudi. Effettivamente, tutto cambia a seconda della prospettiva in cui si guarda la sceneggiata: se si considera centrale l’assassinio di Cesare, o se invece ci si concentra sul discorso di Marco Antonio con cui abbiamo aperto, che lascia riflettere sulle ripercussioni che questo assassinio ha, sulla successiva vita sociale, politico e democratica dell’antica Roma. Eustis nella sua lettera al pubblico afferma: «Ci rendiamo conto che la nostra interpretazione del gioco ha provocato accese discussioni, interventi, e che sponsor e sostenitori hanno espresso diversi punti di vista ed opinioni. Tale discussione è esattamente l’obiettivo, del nostro Teatro, socialmente impegnato; e questo discorso è alla base di una democrazia sana».

La nota dell’art director Oscar Eustis

L’opera oltre a suscitare sgomento, dovrebbe far nascere nella mente dello spettatore l’interrogativo sul dopo, che cosa accadrebbe se Donald Trump ‘venisse fatto fuori dalla politica’, oltre a considerare l’elogio che Marco Antonio fa, passando in rassegna gli aspetti positivi del dittatore stratega. Per Boitani le due figure non sono nemmeno paragonabili, sia storicamente, sia sul piano delle competenze, in quanto Giulio Cesare, “oltre che essere uno stratega e condottiero, è stato anche un autore di opere meravigliose, risulta essere infinitamente più lungimirante e intelligente dell’attuale Presidente USA”.

Malgrado le polemiche, il drammaturgo e poeta inglese, non è mai risultato così attuale, anzi sembra quasi ‘parlare’ ai politici dei giorni nostri. I personaggi di quasi tutte le opere di William Shakespere, risultano scardinati dal contesto storico, sia dell’autore, sia da quello della rappresentazione: dando vita così a capolavori estremamente malleabili, dove il lettore, senza difficoltà può immedesimarsi, riportandoli a contesti più moderni.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->