giovedì, Maggio 6

L'Asia e il peso della storia field_506ffb1d3dbe2

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 Asia Disputed Islands

Una data rimbalza da una parte all’altra dell’Asia Orientale: 1937. L’anno in cui, per l’improvviso allontanamento di un incauto soldato nipponico nei pressi di Wanping, prese il via la seconda guerra sino-giapponese. Alcuni mesi più tardi, la capitale della Cina nazionalista Nanchino cadeva nelle mani delle truppe dell’esercito imperiale giapponese, divenendo scenario di violenze ,stupri, saccheggi e incendi per sei settimane. Secondo le stime del Tribunale Militare Internazionale per l’Estremo Oriente, il numero complessivo di civili e prigionieri di guerra assassinati in quel breve arco di tempo supererebbe le 200.000 unità.

In Cina il massacro non è mai stato perdonato, e tutt’oggi il ricordo dell’efferatezza nipponica pesa sulle relazioni tra Pechino e Tokyo più di quanto non lo facciano le dispute territoriali. Le Diaoyu/Senkaku, un pugno di isolotti localizzati nel Mar cinese orientale conteso da Cina e Giappone sembra rappresentare la scintilla di un rancore più profondo, che cova sotto le ceneri da decenni. Le motivazioni storiche sono più radicate della semplice brama per le riserve di gas e petrolio nascoste nei fondali circostanti. “Sarebbe un’idiozia se i due Paesi stessero sollevando un tale polverone soltanto per un paio di scogli disabitati. Credo che la componente storica sia fondamentale, così come il riposizionamento nello scacchiere estremo-orientale” spiega a ‘L’Indro’ Hans van de Ven, professore di storia moderna cinese presso l’Università di Cambridge. “E’ vero che nelle aree limitrofe vi sono ingenti risorse naturali, ma è pur vero che potrebbero essere effettuate esplorazioni congiunte senza troppi problemi. D’altra parte, chiunque potrebbe avanzare pretese di questo tipo, senza in realtà rischiare poi molto, come nel caso di Taiwan o degli Stati Uniti”.

Negli ultimi tempi le vecchie ferite di guerra sono tornate a ‘sanguinare’ dopo che una serie di manovre nell’Asia-Pacifico hanno rischiato di far precipitare la situazione, innescando una tenzone verbale che, a colpi di accuse di nazismo/fascismo, ha visto partecipi i principali attori della regione: Cina e Giappone, ma anche Corea del Nord e Filippine. In principio fu la dichiarazione ‘unilaterale’ da parte di Pechino di una ADIZ (Zona di identificazione aerea) nel Mar cinese orientale, che va ad abbracciare anche le isole contese. Poi la scena è stata tutta del Sol Levante: a dicembre la visita del Premier giapponese, Shinzo Abe, al controverso santuario Yasukuni, in cui riposano le spoglie degli eroi della patria, ma anche quelle di individui rubricati come ‘criminali di classe A’, ha attirato sul Tokyo le critiche dei vicini asiatici, così come quelle dell’alleato americano, sempre più insofferente verso le prese di posizione dell’estrema-destra nipponica.

Tra le iniziative ventilate dal governo giapponese vi sarebbe quella di rivedere il decennale divieto sull’export di armi e di modificare, a partire dal 2020, la Costituzione adottata al termine della Seconda Guerra Mondiale che prevede il solo utilizzo di forze di Difesa Nazionale, negando al Giappone il diritto di guerra e di belligeranza‘. A ciò si aggiunge la recente approvazione ad una revisione dei libri di testo con lo scopo di riabilitare alcune questioni storiche che fino ad oggi hanno dipinto il Sol Levante come il brutale perpetuatore di indicibili violenze. Ed è così che il massacro di Nanchino e lo sfruttamento delle ‘comfort women‘, schiave sessuali per i soldati imperiali, verrà riscritto ad uso e consumo del pubblico nipponico.

La posizione revisionista è stata abbracciata da diverse figure di spicco, tra le quali Hyakuta Naoki, membro del board dell‘emittente televisiva giapponese NHK, responsabili di aver negato apertamente le devastazioni messe in atto dai giapponesi nella capitale della Cina nazionalista nel ’37. Nonostante la posizione ufficiale sia quella di ammettere che «molte nazioni, sopratutto in Asia, hanno sofferto grandi pene per colpa nostra e che il governo riconosce ciò, così come lo ha fatto in passato, e continuerà a farlo in futuro», sono in molti a ritenere che il tempo delle scuse sia finito. Gli stretti sodali di Abe condividono un’agenda nazionalista che preme per una maggiore autonomia da Washington sul piano della difesa, e che rigetta l’apologetica del peccato originale che incombe sul Giappone dai tempi della Seconda Guerra Mondiale.

Si tratta di una rinascita della Nazione per certi versi similare a quella racchiusa nel ‘Sogno cinese’ di Xi Jinping. Il cavallo di battaglia dell’uomo forte di Pechino, per quanto ancora vago, è per l’appunto quello di una palingenesi; o meglio un ritorno al passato glorioso dopo le umiliazione subite nell’800 ad opera delle potenze coloniali. In entrambi i Paesi, però, le direttive ufficiali rischiano di degenerare in pericolose interpretazioni personalistiche. Nel caso della Cina, le istanze più patriottiche hanno trovato terreno fertile tra le fila dell’esercito, da cui soffiano veri e propri venti di guerra, con il Generale Liu Yazhou che in una recente intervista ha incitato a combattere per riportare i territori contesi sotto l’egemonia cinese. “Penso che i militari giochino un ruolo fondamentale nel revival nazionalista e che la leadership stia cercando di trovare una via d’uscita dal caos che si è creato”, commenta van de Ven, il quale mette in dubbio la piena capacità di Xi -che è Presidente della repubblica polare, Segretario del Partito comunista, ma anche Capo della Commissione militare centrale- di tenere a bada le frange più oltranziste.

L’afflato patriottico, in Cina, si è tradotto in una politica estera energica, nonché in una spesa per la Difesa seconda soltanto a quella americana; in Giappone, in un revisionismo storico dubbio e in un atteggiamento provocatorio che rischia di irritare Washington, legato a Tokyo dal ‘Trattato di sicurezza’ e la cui presenza nell’Asia-Pacifico si prevede andrà intensificandosi di pari passo con il ritiro dal Medio Oriente. Se, però, fino a poco tempo fa erano le manovre di Pechino a preoccupare maggiormente i Paesi limitrofi, coinvolti nelle varie controversie per la sovranità di alcuni territori nel Mar cinese (sopratutto Filippine, Malesia, Vietnam, Taiwan, Brunei), adesso le posizioni revisioniste della dirigenza nipponica potrebbero tramutarsi in una debacle d’immagine per il Sol Levante. Così, nonostante in occasione dell’Economic Forum di Davos Abe abbia cercato danneggiare la reputazione della Cina accostandola alla Germania guglielmina (già nel 2010 il Premier giapponese aveva tacciato Pechino di nazismo), il recente annuncio di una possibile revisione della Dichiarazione di Kono, contenete le scuse formali inoltrate da Tokyo alle ‘donne di conforto’ nel 1993, non fa altro che tratteggiare l’immagine di un Giappone sempre più aggressivo

La Cina, da parte sua, all’inizio del nuovo anno ha lanciato una campagna mediatica in chiave anti-nipponica, che -stando alle stime del Ministero degli Esteri giapponese- ha visto oltre quaranta ambasciatori cinesi, in giro per il mondo, bersagliare il Sol Levante attraverso editoriali, interviste e conferenze stampa. Il numero delle fiction televisive contro il Giappone trasmesse sulle reti cinesi sono schizzate dalle 15 del 2004 alle 175 del 2011, per l’equivalente di un miliardo di giapponesi ‘uccisi’ ogni anno sul piccolo schermo.

Sulle varie dispute territoriali pesa in massima parte il desiderio del riconoscimento di prestigio e status nazionale. La Cina è in cerca di legittimità tanto all’interno dei propri confini quanto all’esterno, e sta cercando di farlo riappropriandosi del suo ruolo storico dominante” spiega all’Indro’ Kerry Brown, direttore esecutivo del China Studies Centre presso l’Università di Sydney “Nell’alterco con gli altri Paesi dell’Asia Orientale, la questione dello status storico, in questo momento, prevale su quella relativa all’approvvigionamento energetico“.

E’ di ieri la notizia che il Comitato permanente dell’Assemblea nazionale del popolo, il parlamento cinese, in settimana discuterà la designazione formale di alcuni giorni della memoria per ricordare la sconfitta giapponese (3 settembre) e lo stupro di Nanchino (13 dicembre). Giusto pochi giorni fa si sono conclusi i lavori per la costruzione di un nuovo archivio storico nella vecchia capitale, che copre un’area di 400mila chilometri quadrati e conserva al suo interno più di 2 milioni di volumi. Il taglio del nastro è avvenuto grossomodo in concomitanza con l’annuncio che Pechino potrebbe sottoporre nuovamente all’UNESCO i documenti che certificano le violenze giapponesi del ’37. Lo scopo è quello di «rendere consapevole la comunità internazionale di eventi che Tokyo continua a smentire». Una replica piccata alla proposta del Sol Levante di inserire all’interno della Memoria del Mondo alcune centinaia di lettere scritte dai kamikaze giapponesi durante la Seconda guerra mondiale.

Ma se nel tentativo di coinvolgere l’Organizzazione delle Nazioni Unite, l’interlocutore è prevalentemente un pubblico esterno e internazionale, le frizioni tra Cina e Giappone hanno una valenza molto forte anche all’interno dei confini nazionali dei due Paesi. Secondo gli esperti, il gelo calato tra Tokyo e Pechino in seguito alla nazionalizzazione delle Diaoyu/Senkaku da parte del Giappone nel settembre 2012, svia, provvidenzialmente, l’attenzione dei cittadini cinesi e giapponesi dai problemi che i due governi si trovano ad affrontare in casa. Il Sol Levante, stretto nel gorgo di una decennale depressione economica, sta puntando tutto sull’Abenomics, ricetta a base di una politica monetaria esplosiva che per il momento ha dato esiti discutibili. La Cina, concluso il primo anno sotto la nuova amministrazione Xi Jinping-Li Keqiang, si trova ancora a dover fare i conti con il crescente malumore popolare per il livello d’inquinamento allarmante e con una decrescita economica che potrebbe rivelarsi meno ‘felice’ di quanto non voglia raccontare la retorica ufficiale. Ecco che il revival nazionalista sino-giapponese costituisce un buon diversivo per catalizzare il malcontento altrove.

Come scrive Iris Chang in ‘Rape of Nanking: The forgotten Holocaust of World War II’, all’indomani del massacro di Nanchino, Mao Zedong optò per un cauto silenzio pur di non mettere a repentaglio le relazioni commerciali con il Giappone. E’ con la rinascita economica degli anni ’80 che il Dragone cominciò a interessarsi ai giorni bui della dominazione nipponica. Fosse comuni sono state portate alla luce e gli storici incaricati di redigere saggi e libri su eventi accaduti quasi mezzo secolo prima. Ogni 13 dicembre la Sala del Memoriale del Massacro, eretta nella zona sud-orientale di Nanchino nel 1985, ospita una cerimonia ufficiale con tanto di sirene antiaeree, funzionari in divisa e monaci buddhisti in preghiera. Ma i veri protagonisti sono i pochi sopravvissuti, tenuti in palmo di mano dagli ufficiali pubblici e circondati da giornalisti. Tra di loro c’è Cheng Yun, 93 anni, l’ultimo ancora in vita dei nativi di Nanchino che nel 1937 cercarono di difendere la città dagli invasori. Ogni anno, come molti altri veterani, Cheng davanti alle telecamere chiede scusa alla Nazione per aver fallito come soldato. Poi, lontano dall’obiettivo, racconta al ‘The Daily Beast’ la sua vita nei bassifondi della città. Dopo la vittoria dei comunisti, è stato sottoposto ai lavori forzati e alla rieducazione, per poi essere privato del suo status di veterano e conseguentemente del diritto di ricevere un trattamento preferenziale‘. Ogni mese riceve l’equivalente di 50 dollari in sussidi; tira avanti soltanto perché il proprietario della casa in cui vive ha rinunciato all’affitto e suo nipote gli porta i pasti tre volte al giorno. Anche lui risucchiato nella grancassa mediatica del nazionalismo cinese.

 

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