lunedì, Luglio 26

Lasciare o restare? Gli Stati Uniti e il dilemma del COP 21

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La frattura emersa durante il G7 di Taormina sulle questioni del clima e dell’ambiente, unita alle voci di un possibile ritiro degli Stati Uniti dal Protocollo di Parigi (COP21) del 2015, ha destato molti timori a livello internazionale. Secondo i dati dell’Agenzia federale per la protezione dell’ambiente (EPA), nel 2015 gli Stati Uniti hanno prodotto circa 6,6 miliardi di tonnellate di gas effetto serra (GHG), un valore che – per quanto inferiore rispetto ai 6,8 miliardi di tonnellate del 2014 – rappresenta, in ogni caso, una quota significativa del totale mondale delle emissioni derivanti da combustibili fossili. Nel 2014, gli USA contribuivano, infatti, per il 15% circa al totale mondiale di queste emissioni, ampiamente distanziati dal 30% della Cina, prima in classifica, ma ancora lontani dal 9% dell’Unione Europea. Nonostante i provvedimenti adottati negli ultimi anni (e nonostante l’impatto avuto dalla crisi economica del 2007-2008), le emissioni statunitensi sono, inoltre, oggi del 4% superiori al livello del 1990, mentre il target che l’amministrazione Obama ha fissato a suo tempo per il 2020 prevede una riduzione del 17% rispetto ai valori del 2005 (7,3 miliardi di tonnellate).

In termini complessivi è quindi facile comprendere quale potrebbe essere l’impatto di un eventuale ritiro di Washington dal protocollo ratificato meno di un anno fa. La lista degli impegni presi dagli Stati Uniti a Parigi (INDC – Intended Nationally Determined Contribution) prevede una riduzione delle emissioni variabile fra il 26 e il 28% rispetto ai livelli 2005; questo obiettivo (da conseguire entro il 2025, con ‘i migliori sforzi’ per raggiungere il massimo risultato) si aggiunge a quello assunto per il 2020 e prevede un tasso di riduzione delle emissioni fra il 2,3 e il 2,8% annuo, valore grossomodo doppio rispetto all’attuale e in linea con l’ambizioso risultato di ‘deep, economy-wide emission reductions’ dell’80% o oltre entro il 2050. Il perseguimento di questi obiettivi si allinea, inoltre, con le previsioni contenute in una lunga serie di misure assunte o emendate nel corso degli anni dalle diverse amministrazioni democratiche o repubblicane (primo fra tutti il Clean Air Act del 1963 e successive modifiche, l’Energy Policy Act del 2005, e l’Energy Independence and Security Act), che contribuiscono, oggi, a definire il quadro giuridico di riferimento della politica ambientale statunitense.

Nel corso della campagna elettorale, Donald Trump ha spesso etichettato questo quadro giuridico come un impedimento all’esercizio dell’attività d’impresa, annunciando la sua  intenzione di procedere a un drastico taglio dei lacci e laccioli da essi imposti. Nei fatti, queste dichiarazioni si sono tradotte in una serie di iniziative volte a ritirare o emendare drasticamente alcuni dei provvedimenti assunti dal suo predecessore sia nel campo della tutela del suolo e delle acque, sia in quello della promozione delle energie rinnovabili. I tagli annunciati al bilancio dell’EPA, tuttavia, dopo il voto in Congresso, sono stati più simbolici che reali (-1% contro il -31% chiesto dal Presidente e nessuna riduzione della pianta organica). Inoltre, anche su questo tema esistono, nell’amministrazione, posizioni discordanti, come quella del Segretario alla Difesa, James Mattis (che ha individuato nel cambiamento climatico ‘una minaccia concreta alla sicurezza e alla stabilità del Paese’), del Segretario di Stato Tillerson o di Jared Kushner, genero del Presidente e suo senior advisor, tutti a favore – seppur per ragioni diverse – del rispetto da parte di Washington degli impegni assunti con l’adesione al COP21.

Al di là delle ricadute sul piano economico, la permanenza o meno degli Stati Uniti nel sistema delineato dal Protocollo di Parigi ha, infatti, un’importante valenza politica. Le scelte dell’amministrazione Obama (assai meno radicali di quanto non sia stato spesso scritto, ad esempio nei settori dello shale oil e dello shale gas) hanno cercato, negli anni passati, di consolidare la posizione degli Stati Uniti nel campo dell’uso efficiente delle risorse energetiche; un campo all’interno del quale la competizione appare in crescita e nel quale si è affacciata la Cina come nuovo, importante competitor. Come sottolinea il rapporto 2016 sull’efficienza energetica dell’International Energy Agency, oggi la Cina è il Paese-leader in questo settore; un ruolo che, dati gli ampi margini di miglioramento esistenti, appare destinata a conservare ancora a lungo. Il rischio per gli USA è, quindi, che un’uscita avventata dal COP21 si traduca nella perdita netta di posizioni importanti in un settore che sempre più si sta dimostrando strategico per i futuri equilibri mondiali. Un risultato che difficilmente può essere compensato dai benefici derivanti – nel settore dei combustibili fossili— dalla implementazione di un ‘America First Energy Plan’ che anche in questo non è andato esente da critiche.

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