mercoledì, dicembre 19

L’ascesa del ‘petro-yuan’ La sfida cinese alla supremazia della valuta Usa

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Lo scorso marzo, Pechino ha aperto a Shangai il primo mercato dei future sul petrolio denominati in yuan e convertibili in oro e inaugurato un parametro di riferimento del mercato petrolifero alternativo al Brent e al West Texas Intermediate (Wti), quotati rispettivamente a Londra e New York ed egemonizzati dal dollaro. L’iniziativa ha ottenuto subito un grande successo, visto e considerato che i contratti negoziati in yuan si sono avvicinati al valore dei future sul Wti scambiati contro dollari a New York.

La mossa, associata a un’intensificazione delle pressioni sui sauditi affinché comincino ad accettare lo yuan in cambio delle loro esportazioni petrolifere, non si limita a contribuire all’internazionalizzazione del renminbi, ma anche a sottrarre terreno alla valuta statunitense a beneficio dello yuan e a rinforzare la capacità cinese di determinare il prezzo del petrolio in un’ottica di riduzione della volatilità sul mercato delle materie prime che, per un grande importatore come l’ex Celeste Impero, rappresenta una minaccia di notevole rilevanza.

Già, perché pur acquistando la maggior parte del petrolio dalla Russia impiegando le rispettive valute nazionali, la Cina era ancora costretta a rifornirsi di dollari per ottenere una quota considerevole del suo fabbisogno petrolifero. Il nuovo ‘petro-yuan’ consente invece a Mosca e Pechino di utilizzare rubli e yuan per effettuare il trading e getta le basi per le negoziazioni russo-cinesi finalizzate a promuovere reciprocamente i future petroliferi denominati nelle rispettive valute nazionali. Già nel 2016, infatti, la Borsa di San Pietroburgo aveva messo a punto degli strumenti di contrattazione del petrolio indicizzati in moneta russa (Urali future) e ora, grazie all’attivismo di Pechino, Mosca potrebbe ottenere il sostegno necessario per promuovere i propri future come strumenti di scambio.

L’elaborazione di meccanismi in grado di aggirare il dollaro è del resto uno dei temi che ha tenuto banco nel corso delle ultime riunioni annuali dei Brics, i cui pilastri – Cina e Russia – sono sempre più impegnati in un aspro confronto politico, economico e commerciale con gli Stati Uniti. Ragion per cui lo sdoganamento dei future sul petrolio denominati in yuan costituiscono un’arma particolarmente affilata a disposizione di Pechino, che consentirà ai partner commerciali della Cina di provvedere alla conversione della divisa cinese in oro senza preoccuparsi di accumulare fondi in beni cinesi o trasformarli in dollari.

I Paesi esportatori di petrolio sottoposti ad embargo da parte di Washington, vale a dire Russia, Iran e Venezuela, avranno quindi modo di aggirare le sanzioni degli Stati Uniti attraverso il commercio di petrolio in yuan convertibili in oro. Secondo il giornalista giramondo Pepe Escobar, «il petro-yuan così com’è non fornisce accesso ai mercati petroliferi cinesi. Si presenta come un grande affare soprattutto per le aziende cinesi che hanno bisogno di comprare petrolio ma preferiscono evitare le oscillazioni dei cambi. Nulla cambia per il resto del pianeta delle materie prime dominato dal dollaro Usa. Almeno per ora. Il gioco comincerà a cambiare quando le altre nazioni si renderanno conto di potersi avvalere di un’alternativa credibile al petro-dollaro, e l’eventuale, probabile passaggio di massa allo yuan provocherà sicuramente una crisi del dollaro. Ciò che il petro-yuan potrebbe essere in grado di provocare a breve termine è un’accelerazione delle prossime crisi nel mercato dei titoli di Stato, che si allargheranno inesorabilmente ai mercati valutari».

Alcuni osservatori nutrono dubbi sulla futura appetibilità dei future cinesi, in ragione del fatto che la Cina non è un’economia di mercato, ma le perplessità potrebbero dissolversi molto rapidamente, visto che Pechino ha recentemente intensificato le pressioni su Riad affinché accetti gli yuan in cambio del proprio petrolio. L’effetto potrebbe essere dirompente, alla luce del fatto che l’intera architettura del petrodollaro si basa in larghissima parte sull’integrità del legame tra moneta Usa e petrolio dell’Opec, di cui l’Arabia Saudita rappresenta il capofila.

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