sabato, Settembre 25

L'Artico tra appetiti e armamenti field_506ffb1d3dbe2

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Artico

Stati Uniti e Russia sono destinati ad andare d’accordo. La rassicurante profezia arriva da una bocca tra le più imprevedibili e quindi, volendo, più credibili. E’ quella di Zbigniew Brzezinski, l’anziano politologo americano di origine polacca considerato fino a ieri un campione della guerra fredda. Fu lui a promuovere negli anni ‘70, in veste di consigliere del presidente Jimmy Carter, l’offensiva sui diritti umani che mise in difficoltà l’Unione Sovietica prima ancora che Ronald Reagan scatenasse quella finale contro l’”impero del male”.

L’ottimismo di Brzezinski, naturalmente, è oggi scarsamente condiviso nel mondo, a cominciare dai più diretti cointeressati russi, quasi metà dei quali, secondo recenti rilevazioni demoscopiche, ritengono che la guerra fredda sia già di ritorno per colpa della controparte. E dare torto ai pessimisti non è facile, perché se è vero che non mancano gli accenni o promesse di schiarite (Siria, Iran), non passa praticamente giorno senza che il contenzioso tra Russia e Stati Uniti si arricchisca di nuovi capitoli.

E’ il caso, relativamente inedito ma non inatteso, del Mare Glaciale Artico, dove lo scongelamento fisico sta provocando un arroventamento politico. Una sorpresa è venuta semmai dal modo in cui si sono aperte, nei giorni scorsi, ostilità delle quali maturavano da qualche tempo le premesse. A muoversi non sono state le due vecchie superpotenze bensì il Canada, uno degli altri Paesi rivieraschi minori che si contendono, potenzialmente o di fatto, le straordinarie ricchezze naturali e il controllo delle importanti vie di comunicazione della regione.

In base alla Convenzione dell’ONU sul diritto del mare ciascun Paese rivierasco può chiedere l’ampliamento della propria fetta di acque territoriali, al di là delle normali 200 miglia marittime, fino ad un massimo di 370 miglia, a condizione però di dimostrare su basi scientifiche che la porzione di mare concupita costituisca un’estensione della propria piattaforma continentale. Deve farlo entro 10 anni dalla propria ratifica della Convenzione stessa, che nel caso del Canada scadevano nel 2013.

Il governo di Ottawa ha provveduto appena in tempo presentando la prevista richiesta alla competente Commissione del Palazzo di vetro, ma spingendosi ben oltre quanto fosse lecito presumere. Ha infatti rivendicato una superficie molto ampia comprendente anche il Polo Nord, già conteso da Danimarca e Russia. Quest’ultima, in particolare, è stata punta sul vivo. Era stata infatti la prima del gruppo, nel 2001, ad avanzare una rivendicazione, non accolta, sulla zona centrale dell’Artico. Mosca aveva allora intensificato le sue esplorazioni e misurazioni, culminate sei anni più tardi nell’installazione della bandiera nazionale sul fondale vicino al Polo.

Al gesto dimostrativo era seguito l’inoltro di una seconda richiesta di assegnazione della cosiddetta “Cresta di Lomonosov”, suscitando reazioni decisamente negative da parte degli altri condomini dell’Artico senza tuttavia che ne scaturisse una situazione apertamente conflittuale. Si continuava a confidare sulla reciproca moderazione e su una sperimentata capacità comune di affrontare i problemi con la dovuta ponderazione. Una fiducia che, adesso, rischia però di incrinarsi per effetto dell’accelerato mutamento delle condizioni fisiche del bacino e della conseguente crescita dei contrapposti appetiti.

Alla mossa canadese ha fatto eco persino anticipata, di un paio di giorni, il presidente russo Vladimir Putin, già chiamato ad occuparsi della questione  dalla ben nota contestazione delle operazioni artiche di Gazprom da parte degli ambientalisti di Greenpeace, arrestati in blocco, poi scarcerati ma tuttora sotto processo. Parlando con gli studenti dell’Università di Mosca, Putin non si è limitato a sottolineare il preminente interesse russo per le risorse di una regione il cui sfruttamento, ha detto, assegnerà il primato energetico mondiale. Ha messo altresì l’accento sulla sua importanza agli effetti della sicurezza esterna della Federazione, precisando che nelle acque artiche o nei loro paraggi circolano sommergibili americani dotati di missili in grado di colpire Mosca nel giro di un quarto d’ora.

A premunirsi contro questa ed altre eventuali minacce il governo russo, per la verità, il governo russo non ha aspettato che i contrasti cominciassero ad acuirsi. Gli viene anzi addebitato il ruolo di primo e principale promotore di una militarizzazione della regione cui pure contribuiscono anche gli altri e che trova del resto conferma in specifici quanto imponenti programmi ufficiali di rafforzamento in ogni settore, pubblicamente annunciati da qualche tempo a questa parte. Con quale rilevanza agli effetti delle controversie regionali?

Per poter rispondere a questo interrogativo bisogna cercare innanzitutto di capire, ora, i motivi e l’ispirazione della mossa canadese, che non brilla per trasparenza. Il governo di Ottawa non si è accontentato di trasmettere all’ONU le conclusioni di un rapporto dei suoi consulenti ed esperti che hanno lavorato per anni, a quanto risulta, per giustificare la rivendicazione artica. Le ha invece modificate ampliando quest’ultima in modo da inserirvi su due piedi proprio la Cresta di Lomonosov e riservandosi di presentare un supplemento di pezze d’appoggio.

Il perché  può essere solo oggetto di congetture. Il premier Stephen Harper, alle prese con serie difficoltà interne, ha forse cercato, come spesso accade, un diversivo in politica estera alzando la voce sull’Artico in nome degli interessi nazionali. Ad ogni buon conto i partiti liberale e neo-democratico, che formano l’opposizione al governo conservatore, ne hanno criticato alquanto duramente la scelta. Ma può anche darsi che Ottawa abbia ascoltato un suggerimento del grande alleato americano, che nella fattispecie preferisce forse non esporsi direttamente nel contrastare disegni e interessi russi per quanto sgraditi.

Gli Stati Uniti, va ricordato, non partecipano alla competizione per la ripartizione delle acque artiche in sede ONU non avendo ratificato finora la Convenzione sul diritto del mare. E’ tuttavia pressocchè sicuro che non mancheranno di appoggiare la rivendicazione canadese quanto meno per utilizzarla in sede negoziale ai fini di un’internazionalizzazione della gestione dell’Artico sicuramente invisa soprattutto alla Russia.

Le prime reazioni russe al fatto nuovo sono state ovviamente sfavorevoli ma non particolarmente aspre. Le ragioni di Mosca sono state ribadite in pieno ma resta da vedere come saranno fatte valere a livello diplomatico, analogamente del resto a quelle delle controparti. Chissà se Putin, o chi per lui, continuerà ad usare gli stessi toni delle sue citate dichiarazioni agli studenti, nelle quali, dopo avere mostrato fermezza sul fondo del problema, ha anche assicurato che la Russia ha bisogno di collaborare con tutti e “non intende lasciarsi coinvolgere in alcun conflitto globale, in particolare con un paese come gli Stati Uniti”.

Il numero uno del Cremlino, insomma, sembra condividere almeno in questa occasione l’approccio di Brzezinski, sostanzialmente sottoscritto del resto, in questo periodo, da non pochi esponenti e commentatori russi malgrado l’ininterrotto accumularsi delle pendenze tra Mosca e Washington. I pochi e certo importanti sviluppi di segno positivo, al riguardo, bastano evidentemente ad alimentare l’ottimismo.

Proprio la situazione nell’Artico, tuttavia, andrà seguita attentamente, e controllata adeguatamente da chi di dovere, per cautelarsi contro sorprese sgradite. L’accentuarsi delle divergenze in concomitanza con l’intensificazione degli apprestamenti e delle attività militari, e anche di quelle con finalità ineccepibilmente pacifiche, potrebbe creare crescenti occasioni per incidenti e malintesi facili a degenerare in crisi pur non volute da nessuno. L’andamento e la conclusione della guerra fredda ha smentito, almeno in Europa, chi avvertiva che le armi, giunte ad un certo livello, sparano da sole. Ma la storia non sempre si ripete.

 

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