giovedì, Giugno 24

L'Armenia, il genocidio e le condoglianze 40

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Almaty – Il 23 aprile scorso, il primo ministro turco Tayyip Erdogan ha letto un messaggio di condoglianze indirizzato a «tutti i cittadini ottomani che persero la vita in quel periodo», facendo riferimento agli ultimi anni dell’Impero ottomano. A guardare bene, la dichiarazione ha anticipato di qualche giorno il 99° anniversario del genocidio armeno, conclusosi nel 1915. Le parole di Erdogan non sono bastate a placare la rabbia degli armeni che continuano a pretendere che la leadership turca cominci a usare la parola ‘genocidio’ e che riconosca le atrocità dirette in particolare contro la popolazione armena. Appena entrati nell’anno del centenario, abbiamo chiesto un parere sulla questione armena a due eminenti esperti di affari caucasici. Thomas De Waal è un ricercatore presso il ‘Carnegie Endowment for International Peace‘, che sta completando un libro sulle relazioni tra Turchia e Armenia. Marilisa Lorusso è assistente alla ricerca presso l’Università El Manar (ISSHT) di Tunisi e si occupa di Caucaso.

La reazione armena ha bollato la dichiarazione come un “cinico stratagemma”, per quale motivo?
De Waal
: La prima cosa da dire è che non esiste un singolo soggetto che parli per ‘gli armeni’. L’ANCA [che ha reagito con più forza contro le parole di Erdogan, ndr]è un’organizzazione per la diaspora, affiliata con il partito nazionalista Dashnaktsutiun, e che ha una politica diversa rispetto al governo armeno. Per esempio, ha rigettato il protocollo turco-armeno del 2009. In generale, direi che la popolazione comune armena in diaspora e il governo di Yerevan sono più pragmatici rispetto a queste organizzazioni per la diaspora e si occupano di problemi reali come l’apertura del confine turco-armeno, piuttosto che del riconoscimento del genocidio.

Lorusso: Per gli armeni in Armenia, il genocidio è una pietra miliare della memoria, il suo riconoscimento e’ un degli scopi della nazione armena, si veda la Dichiarazione d’Indipendenza, cui si dà riferimento nel Preambolo della Costituzione, insomma, il riconoscimento del genocidio è quasi un obbligo di forza costituzionale. C’è un trend ‘macro’, di lungo termine e costitutivo dell’identità armena che non conosce attenuazioni. Questo è prima di tutto radicato nella coscienza collettiva, per cui non si può ipotizzare un’opinione pubblica più indulgente della propria leadership in merito. Anzi, al contrario, anche a causa di una comunicazione politica che in generale negli ultimi vent’anni è stata impostata su una certa intransigenza nei termini di vari temi relativi all’identità armena, è facile che la leadership anche se – magari per calcolo politico – dovesse mai trovare più vantaggioso fare un passo indietro su anche solo uno dei corollari del genocidio. saprebbe di dover affrontare un’ondata di sdegno contro la quale anche il più solido dei governi vacillerebbe.

Oltre al trend ‘macro’, quali sono le dinamiche domestiche che hanno portato alla fredda reazione di Yerevan alle parole di Erdogan?
Lorusso
: Oltre al trend macro, c’è la situazione contingente. E qui direi che le questioni sono due, la prima legata alle situazioni del governo – con i due ruoli chiave del primo ministro e del capo del consigli di sicurezza che lasciano – e del rapporto governo – cittadini, con la tensione indotta dalla questione delle pensioni. Non mi dilungo su questo, perché so che ve ne siete occupati, ma è chiaro che non è il momento di mettere benzina sul fuoco mostrando il ventre molle. Nulla di meglio di una bella reazione assertiva in linea con gli spiriti popolari, per intenderci.
L’altra questione è relativa a chi è la controparte e la tempistica: non è detto che un primo ministro turco che apra sul 1915 non sia credibile per gli armeni. Ma deve essersi costruito una buona credibilità e coerenza in merito, con credenziali di democraticità e apertura sulle minoranze, spirito critico sulla storia tardo-ottomana e repubblicana, a livello di politica nazionale prima ancora che nelle relazioni internazionali. Gli armeni seguono cosa succede in Turchia, ci vanno, ci sono, hanno parenti… insomma, sanno bene che questo profilo non è quello di Erdogan, soprattutto l’Erdogan di questo mandato. Infine, la tempistica: questa apertura un anno prima del centenario pare come il titolo del libro che si scriverà durante i prossimi 12 mesi, e il soggetto del libro potrebbe essere una rilettura che gli armeni hanno già bocciato in partenza.

Cosa cambierebbe se gli USA ammettessero che ciò che è accaduto nel 1915 è un ‘genocidio’?
Lorusso:
Inevitabilmente, il riconoscimento è legato ai rapporti fra i USA e Turchia. Finché non si crea questo specifica congiuntura, il riconoscimento è improbabile. Anche se ovviamente i prossimi 12 mesi di campagna per il centenario si faranno sentire nei termini del potere di pressione della diaspora armena.

De Waal: Gli USA difficilmente arriveranno a utilizzare la parola ‘genocidio’ per caratterizzare le morti del 1915 – anche se sempre più storici e accademici cominciano a farlo. Il motivo è che la Turchia minaccia rappresaglie sia nella cooperazione economica, sia in quella militare con Washington. Questo, gli USA non possono permetterselo. La paura turca è che l’uso della parola ‘genocidio’ porti alla richiesta di riparazioni e financo della restituzione di porzioni di territorio, contro lo stato turco. Nonostante non sia uno scenario probabile, entrambe le parti sono trincerate nelle loro posizioni così fermamente che non sembra esserci la possibilità di un passo indietro.

Sembra che il percorso “eurasiatico” intrapreso dall’Armenia sia un segno di rottura di Yerevan nei confronti degli schemi istituzionali occidentali?
Lorusso:
Mi pare non ci sia una vera scelta. Direi che la svolta è stata una pure costrizione sotto ricatto, per cui non credo ci sia la volontà di invertire un quadro istituzionale, o di venir meno a una politica multivettoriale. Posso venire smentita dai fatti, ma credo che finché il Cremlino continuerà a essere così minaccioso e apertamente pericoloso, Yerevan si limiterà a gestire l’emergenza. Ma questo non risponde agli interessi nazionali armeni, né alle specifiche esigenze del paese, ben ancorato attraverso le proprie diaspore all’occidente. Per cui a mio parere si opererà un allineamento politico ma quanto meno strutturale possibile.

Quanto è importante la dichiarazione di Erdogan? E come si combina con gli altri conflitti regionali nel Caucaso?
De Waal:
Per quanto riguarda Erdogan, la dichiarazione rappresenta sicuramente un passo importante per lui, ma egli sta anche ricostruendo la relazione con l’Azerbaigian e difficilmente procederà alla normalizzazione della relazione tra Armenia e Turchia senza il benestare del governo di Baku, che vuole prima vedere quale ruolo la Turchia giocherà nel conflitto del Karabakh.

Lorusso: Questo gesto, anche se liquidato con scetticismo, c’è stato. Ma ipotizzare una svolta è molto difficile in questo momento. Sargsyan sarà cauto, per un po’. C’è troppa tempesta in giro. Per lui il momento propizio potrebbe essere non prima del 2017, l’anno prima delle elezioni. Ma molto dipende da cosa starà succedendo fra un anno a quest’ora. Il centenario si farà sentire eccome… Infine, non sovrastimerei il potere di pressione della Turchia sull’Azerbaijan per quanto riguarda la questione della sua integrità territoriale. Qui Baku ha un’agenda ben chiara, e se anche Armenia e Turchia dovessero arrivare a miti consigli per quanto riguarda il genocidio, questo non si concreterebbe necessariamente in una disponibilità al compromesso sul Karabakh.

 

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