domenica, Ottobre 17

L'Argentina tra gli avvoltoi e la recessione Il Paese alle prese con la questione Hedge Fund ma anche con altri problemi economici

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Kirchner arg

Buenos Aires – ‘Fuori gli avvoltoi‘, cosi recita una scritta sui numerosi muri delle principali strade di Buenos Aires contro gli Hedge Fund, speculatori finanziari che entrarono nell’operazione ‘Tango bonds‘ (come l’hanno poi battezzata) quando già l’Argentina stava per entrare in default nel 2002. Ne acquistarono grandi quantità a prezzo di svendita dai normali investitori che cercavano in tutta fretta di liberarsene sotto la minaccia di perdere non solo qualche punto d’interesse su quelle obbligazioni, ma tutto, cioè capitale e interessi.

Il braccio di ferro tra Buenos Aires e la giustizia statunitense sul debito pubblico argentino è iniziato all’incirca quattro mesi fa quando il giudice Thomas Griesa aveva stabilito che Buenos Aires, prima di versare gli interessi sul debito agli altri creditori, doveva dare 1,3 miliardi di dollari ai fondi speculativi che non avevano accettato di essere ripagati di una parte delle perdite con nuovi investimenti sul debito nel 2005 e nel 2010, come stabilito da un accordo siglato con il governo argentino e come invece ha accettato il resto degli investitori.

Da allora l’Argentina si è rifiutata di pagare, definendo questi fondi d’investimento degli “avvoltoi”, e per questo dal 30 luglio il Paese è stato dichiarato insolvente. Tra le tante battaglie legali che porta avanti il governo, c’è quella del 7 agosto scorso. Il ministro di economia argentino, davanti alla Corte internazionale di giustizia dell’Aia, ha dato inizio a un procedimento nei confronti di Stati Uniti d’America per violazione della sovranità da parte di Washington a seguito della decisione del tribunale di New York a favore dei gruppi speculativi capitanati da Paul Singer, boss dell’Hedge Fund “Elliot Management” titolare del principale hedge fund che, rifiutandosi di aderire all’offerta di rinegoziazione nel 2002, ha fatto partire questa lunga disputa legale.

Sia all’estero, sia all’interno del Paese, le critiche rivolte al governo di Cristina Fernández de Kirchner sono molteplici.  I partiti di opposizione, che tra l’altro puntano alle elezioni del 2015, affermano che il governo ha gestito in modo negativo la recente crisi e le trattative con i fondi speculativi statunitensi, al contrario del 47% della popolazione che crede invece giusta la battaglia che sta portando avanti la Presidentessa. All’estero l’opinione più diffusa è che il governo tenta di raggirare le regole e di non voler rispettare gli accordi.

 La verità è che l’Argentina non potrebbe pagare all’Elliot Management Fund di Singer quello che lui pretende, nemmeno se accettasse di piegarsi al suo diktat. Ciò a causa della clausola detta “R.U.F.O.” (“Right Upon Future Offers”, ovvero “tutela verso future offerte”), clausola che  stabilisce che se ad altri creditori si offrono migliori condizioni di pagamento, queste si dovranno  estendere a tutti i bonisti che entrarono negli accordi di rinegoziazione del debito argentino negli anni  2005 y 2010 . In altre parole, se il governo argentino cedesse alle pretese di Mr. Singer, si troverebbe a dover affrontare la rivolta di tutti gli altri risparmiatori che in precedenza hanno accettato le più modeste condizioni della rinegoziazione avvenuta, e a quel punto l’importo da rimborsare potrebbe arrivare davvero all’insostenibile cifra di circa 120 miliardi di dollari.

Non a caso, dopo il rifiuto della Corte Suprema degli Stati Uniti di trattare il caso argentino, appoggiando così la sentenza del giudice Griesa, e della Corte di Appello di Nuova York, il governo argentino ha deciso di cambiare il luogo di pagamento dei “bond discount” con residenza all’estero. Una mossa strategica, insomma, per arrivare al due gennaio del 2015, data in cui scade la clausola RUFO.

In questa situazione, quali sono le scelte a disposizione delle autorità argentine? E quali di queste conviene prendere al governo? La domanda è stata posta all’economista argentino Horacio Rovelli, esperto in temi fiscali e monetari e professore di economia politica dell’Università di Buenos Aires (UBA). “Trovare un accordo con i bonisti holdouts, tralasciando la negoziazione del 2010/2015, che preveda una forma di pagamento, libera dalla pretesa idealiste avanzate dagli holdouts di pagare il 100% dei crediti e nel breve tempo possibile”.

Questa, spiega il professore, sarà una contesa di fronte alla quale l’Argentina non potrà fare altro che non pagare. La seconda scelta, forse la più probabile, è che “il governo continui a pagare la percentuale dei pagamenti che realizza nella Banca centrale argentina, come ha fatto fino ad ora. A questo punto agli holdouts non resta che aspettare le elezioni presidenziali che si terranno il dieci dicembre del 2015 con la speranza che vinca un governo più affine e capace di soddisfare le loro pretese”. Ma questo, afferma Rovelli, implicherebbe per gli holdouts un altro anno di non pagamento. Tra queste, secondo l’economista, la prima è la più conveniente, la migliore scelta che può fare il governo. Ciò nonostante la seconda scelta potrebbe mettersi in pratica solo se gli holdouts ancora una volta decidessero di non accettare la proposta Argentina.

Purtroppo però non vi è solo l’intensa e chiassosa disputa per il pagamento del debito. Altri fattori come, inflazione, che in pochi mesi ha toccato quasi il 40%, facendo diminuire così, il potere d’acquisto della classe media, la recessione, la caduta del prezzo della soia, considerata fino ad ora uno dei prodotti d’esportazione più redditizi dell’economia argentina, e la diminuzione delle riserve valutarie, che sono scese sotto i ventotto miliardi di dollari, incidono sul già difficile panorama economico.

Superata la drammatica crisi del 2001, quando il Paese registrò un marcato peggioramento del livello di attività economica accompagnato dal totale dissesto del sistema finanziario, l’Argentina ha riscontrato un deciso miglioramento delle proprie condizioni macroeconomiche evidenziando un’evoluzione positiva delle variabili reali e finanziarie. Dal 2003, infatti, il Paese sudamericano ha fatto registrare livelli di crescita notevoli realizzati in un contesto di progressiva stabilizzazione del sistema monetario e finanziario. Grazie alle decisioni delle autorità argentine, come l’abbandono definitivo del currency board, l’adozione di un regime di cambio flessibile con conseguente deprezzamento del Peso argentino, e la pesificazione del sistema economico trattando in modo asimmetrico i debiti e i crediti del sistema finanziario, si è registrato un netto miglioramento e la normalizzazione del contesto macroeconomico domestico.

Questo quadro economico stride nettamente con la situazione attuale. Ciononostante, Rovelli considera aspetti positivi e spiega che al momento, ci sono fattori esterni che aiutano il Paese. La situazione attuale, infatti, è ben diversa dalla crisi cambiaria e il deficit delle partite correnti del 2002 (fine del currency board) . “Oggi l’indebitamento reale sul PIL (prodotto interno lordo) è basso, anche se ci troviamo di fronte a un default selettivo deciso dalla giustizia americana. Ma soprattutto, al contrario del 2002, oggi il Paese gode di un importante stock di grano da esportare, di vaste riserve energetiche, della terra più fertile del mondo e di una forza lavoro capace e professionale”. Inoltre afferma il professore “nonostante la contesa con gli holdouts, nel Paese continuano a entrare dollari grazie ai fondi d’investimento cinesi e altri accordi con il pPese asiatico, alla liquidazione, seppur lenta, della moneta americana proveniente dalle esportazioni delle materie prime”.

Nel 2001-2002, ricorda l’economista, l’Argentina, allora governata dal presidente Carlos Saùl Menem, non registrava nessuna riserva, giacché nel Paese non entrava neanche un dollaro! Infine, molti analisti hanno già avvertito che se l’Argentina fosse costretta al default vero e definitivo ci saranno conseguenze gravi non solo per tutti i creditori dei bond argentini, ma anche per il resto del mondo. Potrebbe, infatti, essere l’inizio di una catastrofe globale che vedrebbe inevitabilmente molti altri risparmiatori perdere grosse fette dei loro risparmi.

 

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