lunedì, Ottobre 25

L’Argentina alle prese con la sua eterna nemica

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Secondo stime private, l’inflazione sfiora il 40% annuo. Ecco le cause di un fenomeno che interessa ormai intere generazioni di argentini, e le possibili mosse a disposizione del Governo per riuscire a controllarla.

Quando un argentino va al supermercato, spende in media il 2% in più rispetto a quanto speso per gli stessi beni il mese precedente. Tale cifra non sorprende ma preoccupa, dal momento che gli stipendi non sono cresciuti di pari passo. La storia si ripete, e oggi milioni di cittadini temono che l’inflazione cresca troppo rapidamente e sfoci in una crisi difficilmente controllabile.

Nel 2011 è stato sotto gli occhi di tutti fino a che punto poteva spingersi un conflitto economico e sociale in Argentina, con il Paese entrato in default e cinque presidenti succedutisi nel giro di due settimane. Nonostante si trattò della peggior crisi dopo quella del 1930, gli argentini ancora ricordano perfettamente quella del 1989, colloquialmente ribattezzata “la hiper”.

Fu proprio quella crisi a segnare la fine del governo di Raúl Alfonsín, primo presidente eletto democraticamente dopo la dittatura militare durata fino al 1983. Dal punto di vista interno, la crisi si manifestò con un aumento vertiginoso dei prezzi, che crescevano durante il tragitto stesso da un negozio a casa propria. Senza esagerare. La situazione si fece ingestibile per il governo retto dalla Unión Cívica Radical, che fece un passo indietro sei mesi prima del previsto e passò il testimone a Carlos Menem, candidato del Partido Justicialista, all’opposizione.

La iperinflazione del 1989 si sviluppò in uno scenario molto diverso da quello attuale. I prezzi dei beni indifferenziati erano estremamente bassi, la macroeconomia molto sbilanciata, avevamo un deficit interno ed esterno che veniva finanziato tramite l’emissione di nuovo conio, provocando così un incremento dei prezzi”, sostiene l’economista Juan Pablo Paladino, a capo del dipartimento di ricerca presso l’organo consultivo Ecolatina, fondato dall’ex ministro dell’economia Roberto Lavagna. Tutto questo spiegherebbe la distanza tra il 5000% di inflazione interannuale di quella crisi rispetto alla situazione attuale, in cui secondo stime private si collocherebbe tra il 30 e il 40%.

 

Capire l’inflazione

In Argentina è fondamentale sottolineare la fonte dei propri dati sull’inflazione, dal momento che vi sono differenze significative con i dati ufficiali. Secondo l’INDEC (Instituto Nacional de Estadística y Censos), i prezzi a settembre sono saliti dell’1,4%, mentre l’ ‘índice Congreso’ (la media ricavata dagli organi consultivi privati, che viene comunicata dai parlamentari dell’opposizione) segna un incremento del 2,48%.

Secondo Paladino, l’intervento del governo nell’INDEC, nel 2007, è stato proprio uno dei fattori che hanno accelerato tali incrementi. “Tra il 2003 e il 2007, l’inflazione era causata da una maggiore pressione della domanda. Per non far trapelare quei dati, il governo Kirchner modificò le cifre, rompendo così il termometro ufficiale dei prezzi, che iniziarono quindi a essere fissati basandosi su aspettative piuttosto che su dati reali”, sintetizza Paladino.

In altre parole, nel corso dei primi anni della presidenza di Néstor Kirchner (2003-2007), l’inflazione balzò dallo 0,8 al 2% mensile. Il governo reagì occultando quelle percentuali all’opinione pubblica, rimuovendo diversi tecnici dell’INDEC e lasciando l’allora segretario degli Affari Interni Guillermo Moreno indirettamente a capo dell’istituto. La conseguente situazione di scarsa regolarità causò un’incertezza che nel 2008 spinse l’inflazione fino a un 25% annuo.

Lo scenario peggiorò nel 2011, a pochi giorni dall’inizio del secondo mandato di Cristina Fernández de Kirchner. Verso la fine di quell’anno, infatti, l’annuncio di restrizioni relative all’acquisto di dollari bloccò le importazioni, impoverì l’offerta di beni e fece aumentare ancora di più l’inflazione, a malapena controllata grazie a un cambio fisso, ma che presto mostrò comunque segni di arretramento.

Tali restrizioni avevano tuttavia un senso, ovvero evitare la fuga di capitali da un Paese che, perlomeno fino al 2006, era il secondo maggior detentore di dollari dopo gli Stati Uniti. Si calcola infatti che fino ad allora ogni argentino possedesse 1300 dollari, ben custoditi a causa di una cultura inflazionaria basata sulla paura della svalutazione del peso. Di fronte a un’inflazione incisa a chiarissime lettere nell’economia e nei ricordi, l’unico rifugio possibile era la valuta statunitense.

L’atteggiamento del governo di Cristina Kirchner oscillò tra la negazione – portando a sostegno le cifre distorte dell’INDEC – e un parziale riconoscimento tramite il programma Precios Cuidados. A livello ufficiale, l’incremento dei prezzi è fondamentalmente frutto di un atteggiamento speculativo da parte dell’imprenditoria. Proprio da questo assunto nasce quindi il programma, che consiste in un elenco di prezzi di riferimento relativi a circa 200 prodotti, concordato tra la Segreteria degli Affari Interni e le grandi catene di supermercati, che si impegnano a non aumentare le quote stabilite e a mantenere sempre tali prodotti a magazzino. Tuttavia, secondo i cittadini, si tratta di una soluzione parziale: alcuni prodotti non sono stati inclusi, non tutti gli esercizi rispettano gli accordi e da ultimo i prezzi, controllati o meno, si mantengono comunque alti rispetto allo stipendio medio, che si aggira intorno ai 5000 pesos mensili.

L’inflazione ha scatenato un’incertezza che si riflette nella presenza constante di economisti nei media: in qualsivoglia programma televisivo è infatti garantita la presenza fissa di un esperto in materia. Diverse teorie cercano di spiegare come mai l’Argentina ricada sempre nei propri errori. Alcune di queste, vicine alla Teoria Monetarista, puntano il dito sull’emissione. A loro parere, la volontà del governo di sostenere i consumi spinge la domanda a scontrarsi con un’offerta limitata a causa delle restrizioni imposte al dollaro. Dal canto loro, i neoliberisti sostengono che si dovrebbe ridurre la spesa pubblica tagliando i sussidi e incoraggiando gli investimenti esteri. Di parere opposto i keynesiani, convinti che lo stato debba mantenere la spesa ed espandersi per dare vita a maggiori fonti di impiego. L’orientamento del governo si avvicina a quest’ultima corrente, nonostante alcune misure – ad esempio il pagamento del debito al Fondo Monetario Internazionale – lo allontanino da quella teoria. “Non c’è una scuola di pensiero dominante, a vincere nel governo è il pragmatismo a corto raggio. Viene fatto ciò che conviene in quel momento”, sostiene Paladino.

Nel frattempo, la carenza di dollari destinati alla produzione ha causato la perdita di seicentomila posti di lavoro nel corso del primo semestre, per la maggior parte in nero, come spiegato a mezzo radio dall’analista politico Rosendo Fraga.

 

Le possibili uscite

Il governo ha due alternative. Può decidere di non chiedere aiuto ad altri Paesi e razionare le importazioni per vivere contando sui propri mezzi o può, al contrario, reperire dollari all’estero e impegnarli per aumentare la produzione”, sostiene Paladino. La prima opzione sarebbe difficilmente sostenibile nel 2015, anno in cui è previsto un ribasso dei prezzi internazionali e il Paese ha molti debiti in scadenza. Secondo Paladino, “questo è ciò che vuole il governo, ma prima o poi si renderà conto dei propri limiti. Gli esportatori possono rifiutarsi di liquidare valuta, e i creditori ristrutturati potrebbero reclamare il pagamento dei debiti, cosa che avrebbe ricadute sulla quantità di dollari destinati alla produzione e, di conseguenza, sull’impiego”. La seconda opzione, tuttavia, presupporrebbe un accordo con i creditori non ristrutturati (fondi avvoltoio) e l’indebitamento dello Stato e delle Province, cosa che “lascerebbe la Banca Centrale senza riserve e sarebbe una bomba a orologeria per il prossimo governo”.

Lo scenario per il 2015 è dicotomico, ma l’Argentina è uscita da situazioni peggiori. A differenza dell’iperinflazione del 1989, il Paese oggi non ha un sovraindebitamento esterno, e i prezzi internazionali, nonostante siano in ribasso, sono migliorati di un 50% rispetto a una decina d’anni fa. Molti economisti, come Paladino, concordano quindi sul fatto che la crisi attuale sia dovuta a “uno scontro tra i bisogni a breve termine della politica, che non desidera affrontare lo scontento sociale, e quelli di lungo termine dell’economia, che necessita di un contesto stabile e sicuro”.

 

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