domenica, Aprile 11

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Kirchner prezzi

L’Argentina cambia rotta. Dopo il crollo del peso avvenuto il mese scorso, il Governo della Presidente Cristina Fernández de Kirchner si è trovato nella necessità di operare profondi cambiamenti nella propria politica economica. Il primo, lo si è visto, ha riguardato il cosiddetto «cepo cambiario», che aveva reso pressoché impossibile l’accesso al dollaro statunitense ai cittadini argentini, costretti perciò a rivolgersi al mercato nero, con cambi ben superiori a quello ufficiale, divenuto del resto praticamente inutile. Dopo questa svolta, però, si è avuta anche un’altra svolta rilevante: l’adozione di un nuovo indice dei prezzi al consumo (IPC), dopo anni in cui i dati statistici ufficiali sull’inflazione sono stati al centro delle critiche per la loro incapacità di riflettere l’effettivo costo della vita nel Paese.

Sette anni, per la precisione: vale a dire, da quando l’allora Presidente Néstor Kirchner decise di intervenire nelle attività dell’Instituto Nacional de Estadísticas y Censos (INDEC), imponendo la pubblicazione di dati che, per quanto possibile, non riflettessero l’effettiva accelerazione della crescita dei prezzi. L’intervento, tuttavia, non generò soltanto i malumori dei funzionari dell’istituto, ma risultò fin da subito inutile: l’1,1% di inflazione calcolato per il primo mese utile, gennaio 2007, si discostava nettamente dall’1,5% previsto fino a pochi giorni prima. Si trattava del primo di una lunga serie di dati divergenti, che hanno portato l’Argentina ad avere due tassi di inflazione: uno ‘nominale’ ufficiale, che non ha mai sforato la soglia del 12%, ed uno ‘reale’ ma non riconosciuto dal Governo, che si aggira attorno al 25% e, negli ultimi giorni, ha toccato il 30%. L’inutilità della decisione di Kirchner consisteva nel fatto che, negli anni, i dati dell’INDEC sarebbero stati ignorati dagli analisti internazionali a favore di quelli provenienti da fonti non istituzionali. Una situazione che, con la decisione presa da Fernández all’alba del suo ultimo anno di presidenza, potrebbe avere termine. Ma, soprattutto, la scelta di rivedere l’indice dei prezzi al consumo potrebbe riflettere un ulteriore sviluppo nelle vicende interne al ‘sistema K’.

Gli eventi del 2007 ebbero infatti al centro un uomo di fiducia del Presidente Kirchner: il Ministro del Commercio Interno Guillermo Moreno. Fu lui, nel 2006, ad essere accusato da Graciela Bevacqua, allora direttrice del settore addetto all’IPC presso l’INDEC, di averle chiesto di violare la Legge sul Segreto Statistico comunicandogli i nomi degli esercizi commerciali consultati per l’indice dei prezzi al dettaglio. Una richiesta a cui Bevacqua si rifiutò di rispondere, venendo presto sostituita da Beatriz Paglieri, su cui aleggiavano sospetti di complicità con lo stesso Ministro. Moreno è stato infatti, fino all’anno scorso, tra gli uomini più rilevanti del Governo, se non il simbolo della politica economica kirchnerista. Se l’apparente abbandono del cepo cambiario sembra aver carriera politica di Amado Boudou, attuale Vicepresidente ma, di fatto, ormai ai margini del sistema kirchnerista, l’adozione di un nuovo IPC sembra cancellare il periodo associato alla personalità di Moreno, peraltro sollevato dall’incarico lo scorso dicembre.

Il nuovo indice dei prezzi, presentato il 13 febbraio, sembra poter soddisfare gli analisti e, soprattutto, il Fondo Monetario Internazionale, che all’inizio del mese aveva sanzionato il Paese con una mozione di censura per l’«inesattezza» dei suoi dati statistici. L’attuale IPC sembra rispondere alle critiche, allineandosi ai dati indipendenti con un 3,7% di inflazione calcolato per il mese di gennaio. I dati disaggregati indicano in particolare che i prezzi di alimenti e bevande  sono aumentati del 3,3% e quelli dei trasporti del 5,4%, mentre è del 5,9% l’incremento relativo alle spese in materia di salute. Il nuovo IPC «non rappresenta una continuità con l’IPC precedente», ha spiegato il Ministro dell’Economia Axel Kicillof, «ma è qualitativamente e quantitativamente differente, e la sua copertura è nazionale. È il nostro primo indice di carattere federale». La metodologia, tuttavia, solleva alcuni dubbi, né la misura è sufficiente per fugare ogni sospetto sulla ritrovata ‘trasparenza’ del sistema economico argentino. Per avere un quadro più ampio della situazione abbiamo perciò posto alcune domande proprio all’ex dirigente dell’INDEC, Graciela Bevacqua*.

 

Dottoressa Bevacqua, io inizierei chiedendole perché, secondo lei, il Governo ha preso questa misura e, soprattutto, perché ora.

Be’, in realtà bisogna ricordare che l’INDEC è obiettivo di un intervento dal gennaio 2007, riguardo al quale è provato dalla Procura di Investigazione Amministrativa – benché non si sia giunti in ambito penale – che si è verificata una manipolazione, un cambio di cifre nell’IPC. Oggi si sta smantellando l’INDEC, non solo a livello di indicatori, ma anche di tecnici idonei. Questo è iniziato manipolando le cifre dell’indice ed è terminato, dico, contagiando il resto delle statistiche. Purtroppo, oggi nel Paese non abbiamo un sistema statistico nazionale coerente e credibile. Quel che richiama l’attenzione di questo numero non è il numero, la metodologia, la copertura geografica – ci hanno mentito per sette anni con le statistiche, specialmente col prezzo al consumatore: sono le stesse autorità che ci hanno mentito per sette anni ad aver elaborato il nuovo indice dei prezzi.

Capisco, però mi domando perché adottare il nuovo indice ora, appunto dopo sette anni di bugie.

Be’, rimane dubbia la credibilità delle cifre attese, perché sono elaborate con lo stesso intervento dell’INDEC. Io credo che, davanti a tanta carenza di credibilità, hanno dovuto essere sommamente trasparenti, più di ciò che uno richiederebbe a qualunque nuovo indice se le cose fossero state serie e credibili. A cosa mi riferisco con trasparenza? La trasparenza deve riguardare quanto indica l’IPC nazionale più quello delle regioni. Il cambio di cui mi chiede credo abbia a che vedere con la mancanza di credibilità internazionale, con la censura del FMI e con la promessa di avere un accomodamento con modifiche metodologiche.

Può aver avuto una qualche influenza l’abbandono apparente del cepo cambiario a gennaio?

Non mi pare. Credo che il deprezzamento del peso sarebbe giunto prima o poi, sarebbe giunto gradualmente anche se ha fatto un salto. Molti economisti ritengono che non è stato comunque sufficiente. Io non ho un’opinione al riguardo, ma mi pare che non vi sia una connessione.

E, dal punto di vista politico, può aver invece influito ciò che è successo dopo le elezioni di ottobre, con la rimozione dall’incarico di uomini chiave della politica economica kirchnerista come Guillermo Moreno? Mi risulta che proprio Moreno fosse dietro alle manipolazioni dell’INDEC.

No, in questo senso direi di no. In primo luogo, perché Moreno fu il personaggio visibile dell’intervento, non formale, accompagnato dalle autorità odierne. Si è comunque trattato di una decisione politica e non tecnica, che ha a che vedere col Potere Esecutivo e non col signor Guillermo Moreno. Quindi, pur col cambio di ministri, di gabinetto… l’INDEC continua ad essere uguale, con le stesse persone intervenute dal primo momento, dal gennaio 2007. Viene privato di tecnici, come dicevo prima: ci sono tecnici che si sono dimessi, altri che sono stati costretti a dimettersi in qualche modo, pensionati e molti che rimangono spostati dai loro incarichi. Oltre alla manipolazione, che è provata, il punto è che chi sta elaborando gli indicatori non sono tecnici idonei a farlo.

Approfitterei della sua spiegazione per chiederle, se possibile, cos’è successo nel 2007? Lei ebbe diretto contatto con l’intervento del Governo di Néstor Kirchner.

Il fatto dell’intervento nell’INDEC, politicamente, è inedito: non solo nel nostro Paese, ma internazionalmente. Nel 2006 vennero fatte pressioni nell’area dell’IPC, in cui ero direttrice, attraverso la persona di Moreno, mettendo in dubbio l’indice, la metodologia. Nel gennaio del 2007, alla fine, dopo una settimana in cui lavorai a contatto con Beatrice Paglieri, che mi succedette nell’incarico e non aveva alcuna esperienza nell’elaborazione di indicatori e di pubblicazione di statistiche pubbliche… Mi accompagnò una settimana sostenendo di essere consigliera del Ministero dell’Economia. Abbiamo fatto simulazioni per esso, riguardo agli esiti dell’indice prima della chiusura di gennaio: nella simulazione completa, l’IPC dava sin lì 1,5, mentre quello vero alla terza settimana dava 2,1. Mi confrontai con lei il venerdì 26 gennaio, lei si irritò perché sperava che le dessimo il numero della simulazione, mentre io consegnai formalmente il 2,1 della terza settimana. Lunedì mi incontrai con la mia diretta superiore, che mi disse che Néstor Kirchner voleva la mia testa. Non avvenne subito: prima mi diedero le vacanze, poi mi dissero che mi avrebbero sostituito con Paglieri. Fuori dall’INDEC mi avvisarono in maniera informale che ero rimossa dall’incarico e non rientrai più nel mio ufficio.

Impressionante. Rimanendo sul tema delle pratiche di governo kirchneriste, vorrei chiederle se crede che i nuovi dati rappresentino, a questo punto, un cambio effettivo o se rientrino puramente nelle logiche del ‘sistema K’.

Se lo chiede a me, io direi che ha esclusivamente a che vedere con le negoziazioni con il FMI. Perciò dico che è un tema politico e non tecnico. Bisogna comunque lasciar avanzare l’indice, almeno otto mesi – il FMI dice un anno, io dico non meno di otto mesi – per vedere come procede. La metodologia dell’indice è poco chiara, soprattutto per chi ha esperienza nella produzione di statistiche, specialmente per ciò che riguarda l’IPC. Né si vede trasparenza: durante la conferenza stampa non sono state permesse le domande. È la continuità de l’assenza di diffusione e di trasparenza, oltre alla manipolazione. Inoltre, a richiamare specialmente l’attenzione è la celerità con cui sono riusciti a processare le indagini di spesa 2012-2013, cioè quella che permette di cambiare il paniere e le proporzioni di spese dei consumatori, e preparare e rendere operative per ciò 24 province, che sono molte più località. Nel nostro Paese non ci sono delegazioni provinciali dell’INDEC, ma direzioni provinciali statistiche indipendenti, autonome. Perciò, per istituire un sistema statistico, o per comporre un unico indicatore con identica metodologia e stesse modalità operative, è difficile pensare che in meno di sei mesi abbiano ottenuto risultati da un’inchiesta di spesa svolta in 37.000 località e a rendere operativi, in gruppi e individualmente, 24 province in cui alcune località nemmeno dispongono di un ufficio statistico.

E lei che conclusioni trae da questa peculiare modalità?

Le confido che, se i dati volessero essere trasparenti come desiderato, dovremmo visualizzarli facilmente. Per esempio, è appena scomparsa, col nuovo indice nazionale, la stima di paniere basilare per calcolare indigenza e povertà. Inoltre, risalta l’assenza palese di una coincidenza tra la nuova serie e quella pubblicata fino al dicembre 2013. Anche questo non è mai successo nel Paese: non importa la copertura geografica dell’indice, non importa la popolazione di riferimento. In realtà, nel caso dell’IPC, con l’avanzare del tempo, cresce la copertura. Nel nostro caso, la copertura geografica e della popolazione di riferimento. Andando agli anni Sessanta, si rappresentava solo l’IPC della città di Buenos Aires con alcune stime di famiglie con capofamiglia operaio, e si terminò con la copertura della città di Buenos Aires, più la conurbazione, senz’alcuna esclusione nella popolazione inclusa. Sono tutte metodologie differenti e panieri differenti, ma sono tutte coerenti. Quando uno ha un indice di prezzi come un indice legale – quel che accade nella maggioranza dei Paesi, tra cui il nostro – quello che importa è la continuità della serie. Perciò richiama l’attenzione che, per la prima volta nella storia, dal 1943 ad oggi, non esiste una congiuntura.

Ovviamente, l’inflazione, per ragioni internazionali, ma anche di fiducia interna, ha un effetto sui mercati. Perciò che rischi sussistono per l’economia argentina con un tale tipo di calcolo dei dati statistici?

Succede che, forse, le autorità avrebbero dovuto compiere i seguenti gesti: smettere di intervenire attivamente, mostrare la squadra tecnica e lasciar presentare l’indice, almeno in parte, da quest’ultima. Questo, almeno, avrebbe dato un po’ di affidabilità. Rimane invece tutto avvolto da una grande nebulosa se ad elaborare l’indice è gente non idonea e non si hanno cambi nell’INDEC: non è uscito né entrato nessuno da dicembre, dall’anno scorso ad oggi. Non c’è l’intenzione apparente di voler fare cambi effettivi insieme ai cambi di cifre.

Ma quali saranno gli effetti del quadro che mi descrive per l’economia nazionale?

Dubbi e mancanza di credibilità risiedono nella società, negli economisti, negli analisti politici-economici. Non so quel che accade internazionalmente, tranne che nelle statistiche internazionali. Chiunque legga tre parole della relazione di stampa o della metodologia si rende conto che lascia molto a desiderare, che è molto poco prolissa tecnicamente.

Da ultimo, un’opinione di aspetto politico. Tra un anno ci saranno le elezioni generali e il sistema kirchnerista dovrà trovare un nuovo personaggio di riferimento con l’impossibilità di Fernández di ricandidarsi. Che influenza può avere un tale cambio per l’INDEC e per le statistiche economiche nazionali dopo il 2015?

Speriamo che ci sia un cambiamento. Io, come altri, sto cercando di riscattare il sistema statistico nazionali e l’organismo di statistiche pubbliche. Non possiamo andare avanti così senza sapere verso dove dirigerci. Ne va della possibilità di statistiche pubbliche neutrali e tecnicamente serie.

Ma i recenti cambi all’interno dell’orbita kirchnerista, qualora si mantenessero, potrebbero permettere questo cambio o, secondo lei, è necessario un cambio di Governo?

In realtà non saprei esprimermi sul versante politico. Ciò che posso dire riguarda l’aspetto tecnico. Credo che ci sia un impegno di tutta l’opposizione per ricostruire l’INDEC, a prescindere dal partito in causa. Ma è necessario, in realtà, un impegno dei politici, della società, per tornare a costruire un INDEC credibile. Questo dipende da tutti, soprattutto dagli impegni dei politici, chiunque sia al potere dopo il 2015.

 

*Contattata grazie al cortese interessamento della dott.ssa Laura D’Amato.

 

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