giovedì, Settembre 23

L’arco di Palmira in piazza Signoria

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Da un G7 all’altro. Dopo  quello della Cultura svoltosi pochi giorni fa a Firenze, tocca a Lucca ospitare  il Summit dei Ministri degli Esteri. Temi diversi ma non lontani, anzi l’intreccio tra i due è abbastanza evidente se si pensa agli effetti distruttivi delle guerre e dei conflitti in atto, sulla vita delle persone,  delle città dei   beni artistici  culturali monumentali,  in particolare nel Medio Oriente e nei Paesi  che si affacciano sul Mediterraneo.

Uno dei simboli di ciò che l’ umanità rischia di perdere è l’arco di Palmira, una riproduzione del quale  si trova dal 27 marzo in piazza della Signoria a Firenze, proprio davanti a  Palazzo Vecchio e agli Uffizi e vi resterà fino al 27 aprile.  Si tratta di una copia realizzata da un’azienda di Carrara, la  Torart  per iniziativa del The Institute for Digital Archaeology in collaborazione con Unesco, Università di Oxford, Museo del Futuro di Dubai e governo degli Emirati Arabi Uniti. Dopo Londra, New York e Dubai, la città del Fiore è la prima d’Italia ad ospitare quest’opera, considerata – sono parole del Sindaco Dario Nardella – «un simbolo col quale tutti noi vogliamo inviare un messaggio di pace e resistenza contro il terrorismo e la violenza». Un gesto simbolico,  certo  fatto in apertura del primo G7 della storia dedicato alla Cultura,  ma che ogni giorno  richiama l’attenzione e la simpatia dei cittadini e delle migliaia di turisti che invadono la città. «Visto che i terroristi vogliono colpire l’uomo e la cultura, noi dedichiamo questo gesto all’uomo e alla cultura – aggiunge il Sindaco – che intendiamo celebrare con un mese di eventi».

Dal canto suo, ancora più alto lancia il suo grido Roger Michel, direttore esecutivo dell’Institute for Digital Archaeology dell’università di Oxford, che ha realizzato il progetto dell’arco:  «Siamo tutti siriani!». Fra le diverse reazioni del pubblico una ci colpisce in modo particolare. E’ quella dell’antropologo fiorentino Renzo Bigazzi, che in Siria ha partecipato ad una campagna di scavi. Sentiamolo:  “Rivedere l’arco di Palmira in questo contesto ha  su di me un effetto straniante, da un lato bellissimo, dall’altro di grande dolore e malinconia, sapendo  che tutt’intorno non c’è più niente. Solo macerie. E pensare che lì vicino vi ho dormito proprio a conclusione della campagna di scavi.  La nostra missione archeologica, guidata dal  prof. Falsone, dell’Università di Palermo, fu impegnata per 4 settimane in un villaggio a Nord,  fra Aleppo e l’Eufrate, nel sito di Tell Shyuk Taktani, poi alla fine  facemmo un giro negli altri siti e  in varie città. A Palmira, nel tempio di Baal c’era una casa missione che ci ospitò. Fummo ricevuti anche dal capo del sito archeologico  il prof. Khaled Assad, barbaramente assassinato e poi decapitato nel 2015 dall’ Isis. Allora, non immaginavamo che cosa sarebbe accaduto in quel Paese nel giro di pochi anni”. 

Cos’altro ricorda di quella missione è presto detto: “Che  eravamo un bel gruppo di lavoro, giovani di varie nazionalità, fra cui tre italiani  e tre siriani ( due ragazzi e una ragazza) e poi palestinesi e curdi.  Si scavava sotto temperature di 40° ma c’era unità e spirito di gruppo, pur nelle differenze di costumi, culture, linguaggi. La popolazione era accogliente, c’invitarono tutti ad una cerimonia di nozze, un matrimonio curdo. La notte si dormiva in un alloggio modesto, concesso alla missione da uno del luogo. Si mangiava alla siriana. Indossavamo identiche lunghe tuniche.  A noi maschi era cresciuta la  barba. Una lunga barba, che ci rendeva somiglianti l’un  l’altro.  Il sole, il clima e l’abbigliamento ci avevano  resi simili, tutti  figli dello stesso mare: il  Mediterraneo. Per anni siamo rimasti in contatto gli uni con gli altri.  Poi, ogni rapporto si è interrotto. Dei miei giovani colleghi  antropologi e archeologi non ho avuto più notizie. Sapere che la guerra  civile ha distrutto quasi tutto,provocando vittime lutti,  che ogni missione internazionale di scavo è cessata, che i siti più importanti sono un cumulo di rovine, mi strazia il cuore. Innalzare una copia dell’arco di Palmira a Firenze, è un gesto importante, un segnale forte, di vicinanza e di solidarietà con il popolo siriano, un auspicio di pace”.

La tragedia del popolo siriano è  stata anche  al centro del Festival cinematografico Middle East Now, che dal 4 al 9 aprile si è svolto a La Compagnia,  il teatro preso in gestione dalla Fondazione Toscana Spettacolo, e che è stata inaugurato proprio dal  documentario del  regista siriano Firas Fayyad e del coregista Steven Johannessen, dal titolo Last men in Aleppo. Un film coraggioso, vincitore del Premio della giuria all’ultimo Sundance, il Festival del cinema  indipendente ideato da Robert Redford, che narra la storia dei White Helmets, dei caschi bianchi, vale a dire di quei volontari che corrono sui luoghi dei bombardamenti e degli attacchi terroristici per cercare di salvare  vite umane, o di dare  una qualche sepoltura alle vittime. Fayyad aveva maturato in prigione, ov’era finito  nel 2011 per aver realizzato un film sulla libertà di parola, l’idea di raccontare la storia di tante persone coraggiose finite sotto tortura e poi trasformatesi  in white helmest. Chi sono? Operatori umanitari, artisti, giornalisti, donne e bambini. Unendosi a loro, Fayyad li ha seguiti – telecamera in braccio – da un capo all’altro del Paese, tra le macerie delle case, della  città dei villaggi,  rischiando la vita. E così ha potuto documentare e far conoscere al mondo quanto “questi  volontari hanno fatto  per salvare centinaia  di vite umane, divenendo però l’obiettivo del regime e dei droni russi”.

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