venerdì, Maggio 7

L'Arabia Saudita ha la bomba nucleare? Escalation in Medio Oriente

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Nel 2013, quando Ahmadinejad si apprestava a concludere i suoi due mandati presidenziali, la Guida Suprema Ali Khamenei accettò di incontrarsi con emissari statunitensi in Oman per discutere le modalità di uscita dalla situazione di stallo venutasi a creare. Khamenei era conscio che le sanzioni e i piani di sabotaggio orditi da Israele, pur non riuscendo a piegare la Repubblica Islamica, avevano comunque messo a dura prova la capacità di resistenza del popolo iraniano, e ritenne quindi necessario prendere in considerazione la possibilità di raggiungere un accordo che sancisse la revoca delle sanzioni garantendo allo stesso tempo il rispetto del diritto iraniano di portare avanti un programma nucleare a scopi civili.

Secondo il sempre ben informato Thierry Meyssan, Khamenei accettò di impedire che il presidente uscente si ripresentasse alle elezioni del 2013 e di appoggiare la candidatura di Hassan Rohani, il capo-negoziatore iraniano rimosso dall’incarico nel 2005 per volere di Ahmadinejad. L’elezione di Rohani determinò, come era ampiamente prevedibile, la ripresa delle trattative interrotte nel 2005 e la successiva accettazione, da parte di Teheran, del divieto di arricchire l’uranio al 20% nell’ambito del cosiddetto ‘Accordo 5+1’. Il che ha di fatto minato alle fondamenta le ricerche sulla fusione avviate da Ahmadinejad.  

Il che ha spinto i khomeinisti, i nazionalisti e i Pasdaran a contestare duramente l’intesa tra Washington e Teheran, nel timore che la nota vicinanza del presidente Obama con la figura di Zbigniew Brzezinski, il noto stratega ferocemente nemico della Russia fin da prima di ricoprire l’incarico di Consigliere per la Sicurezza Nazionale sotto il presidente Carter, indichi il ripristino di una particolare strategia anti-russa e anti-cinese che vincolerebbe l’Iran a tornare a svolgere il ruolo ricoperto fino all’avvento della rivoluzione khomeinista. Secondo questa valutazione, Brzezinski sarebbe disposto persino ad inimicarsi la potente ‘Israel Lobby’ pur di creare le condizioni strategiche ideali ad assicurare l’indebolimento di Mosca e Pechino, che implicherebbero il completo reintegro dell’Iran nella ‘comunità internazionale’. Non a caso, nel 2009, Brzezinski aveva dichiarato che a suo parere Obama avrebbe dovuto mettere immediatamente in chiaro con Tel Aviv che qualora i caccia israeliani si fossero alzati in volo per bombardare i siti iraniani le forze statunitensi allora dislocate in Iraq li avrebbero abbattuti senza indugio. «nessuno lo desidera, ma si potrebbe verificare un ‘caso Liberty al contrario’», ammonì allora Brzezinski. Il riferimento è a una delle pagine più oscure della marina statunitense che ben delinea i contorni del peculiare rapporto che intercorre tra Washington e Tel Aviv. Durante la Guerra dei Sei Giorni del 1967, la nave di ricerche tecniche Uss Liberty che incrociava nel mediterraneo venne attaccata da diversi Mirage-3 israeliani e da una motovedetta senza bandiera. Non è chiaro se l’obiettivo era quello di eliminare l’equipaggio della nave, reo di aver assistito a qualche crimine di guerra perpetrato dall’esercito israeliano, o di spingere gli Stati Uniti ad entrare nel conflitto con un attacco sotto falsa bandiera (‘false flag’). Stupisce comunque che nonostante i 34 morti e 172 feriti causati dall’aggressione israeliana, il presidente Lyndon Johnson abbia ordinato alle forze navali statunitensi di non rispondere al fuoco. Così, quando parla di ‘caso Liberty al contrario’, Brzezinski non si limita ad intimare agli israeliani di guardarsi dal muovere le proprie pedine contro Teheran, ma prende automaticamente le distanze dalla tradizione palesemente filo-israeliana dell’apparato militare Usa per concentrare gli sforzi nella creazione di un altro tipo di scenario, ovvero quello di un’Asia in cui il ritiro strategico statunitense venga compensato con una buona dose di caos finalizzato a mettere i principali attori eurasiatici uno contro l’altro. Nello scenario prefigurato dallo stratega polacco-statunitense, l’Iran dovrebbe quindi trasformarsi in un solido alleato degli Stati Uniti – come era all’epoca dello Shah – ed ottenere eventualmente il nulla osta a dotarsi di un arsenale nucleare andando a chiudere il cerchio atomico areale (i suoi vicini israeliano, russo, cinese, pakistano, indiano e anche turco, visto che Ankara permane sotto l’ombrello strategico Usa, dispongono tutti della bomba atomica) che fornisca a Teheran la deterrenza necessaria a consolidare la propria sicurezza nazionale e che controbilanci il vecchio alleato pakistano, che negli ultimi tempi tende sempre più a fungere da catalizzatore del ‘complesso sino-islamico’ prefigurato da Samuel Huntington, il teorizzatore dello ‘scontro delle civilità’.

L’accordo ha quindi mitigato notevolmente l’ostilità occidentale nei confronti dell’Iran ed accresciuto le capacità della Repubblica Islamica di influenzare le dinamiche geopolitiche regionali. L’Iran, che non essendo un Paese arabo, rappresenta il naturale polo d’attrazione per la popolazione sciita disseminata in Iraq, Bahrein, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Yemen e nazioni dell’Asia centrale e ciò permette alla Repubblica Islamica di imporsi quale attore regionale di primo livello, di cui il wahhabismo saudita rappresenta l’antitesi. Il che ha indotto Riad a discutere in sede di Consiglio di Cooperazione del Golfo (che riunisce anche Qatar, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Kuwait ed Oman) la strategia comune da adottare al fine di contrastare efficacemente le la crescente influenza iraniana sul Medio Oriente. Successivamente, i sauditi hanno deciso di intensificare il programma di acquistato di armamenti statunitensi. Nel solo 2014, Riad ha comprato armi per ben 6,4 miliardi; una cifra superiore a quella spesa complessivamente da tutta l’Europa occidentale che ha permesso all’Arabia Saudita di scavalcare l’India nella graduatoria dei maggiori acquirenti mondiali di armi.

Il 25 marzo 2015, l’Arabia Saudita ha sferrato un durissimo attacco allo Yemen per re-insediare il presidente rovesciato dalla rivolta scatenata dal gruppo filo-sciita degli Houthi dopo aver firmato, di concerto con i rappresentanti di Bahrain ed Emirati Arabi Uniti, accordi con gli Stati Uniti per la fornitura di tecnologie nucleari e materiale fissile, di cui Riad e le altre monarchie del Golfo Persico si sarebbero ovviamente potute servire per costruire armi nucleari in un futuro non troppo remoto. L’ex funzionario dell’intelligence militare israeliana Amos Yadlin aveva già rivelato l’intenzione saudita di dotarsi di un arsenale nucleare, rivelando alla ‘Bbc’ che Riad aveva da tempo pagato il Pakistan per ottenere una bomba. La stessa Arabia Saudita ha poi ammesso di aver attivato i propri canali per acquistare armi nucleari, e tutti gli esperti hanno nuovamente individuato nel Pakistan il venditore più probabile, alla luce del fatto che il programma nucleare di Islamabad è stato finanziato per oltre il 60% da Riad. Sospetti sulle reali intenzioni di Riad riguardo al nucleare erano emersi negli anni ’90, in seguito alle accuse lanciate dall’ex funzionario dell’ambasciata saudita presso le Nazioni Unite a New York Mohammed al-Khilewi, il quale, dopo aver ottenuto asilo politico dagli Stati Uniti, parlò di un programma nucleare a scopi militari avviato dal suo Paese nel 1975 e interrotto per l’insufficiente padronanza della materia da parte degli scienziati sauditi. Il che avrebbe indotto Riad ad appoggiarsi ai più esperti tecnici alle dipendenze di Islamabad guidati da Abdul Qadeer Khan, che dopo aver fornito il maggior contributo a realizzare la bomba atomica pakistana mise in piedi una rete internazionale di traffico di tecnologia nucleare di cui si sarebbe servita, tra gli altri, la Corea del Nord per ottenere gas centrifugato ed esafluoruro di uranio.

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