sabato, Novembre 27

L'Arabia Saudita ha la bomba nucleare? Escalation in Medio Oriente

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Attualmente, il ‘clan’ degli Stati dotati di armi atomiche riunisce Russia, Stati Uniti, Cina, Corea del Nord, Pakistan e India. Israele, non avendo mai ammesso di possedere un arsenale nucleare e non avendo sottoscritto il Trattato di Non Proliferazione (Tnp), non rientra ufficialmente in questo gruppo. Nel 1986, tuttavia, il tecnico israeliano Mordechai Vanunu – poi rapito a roma da un commando del Mossad e internato nelle carceri israeliane – rivelò al ‘Sunday Times’ che il suo Paese era riuscito a dotarsi fino a quel momento a dotarsi di 200 bombe atomiche grazie alle informazioni segrete passate a Tel Aviv dalla spia della Marina Usa Jonathan Pollard – liberato nel luglio 2015 dopo trent’anni di galera – e alla collaborazione con gli esperti francesi e con il Sud Africa dell’apartheid – è del 1979 l’incidente Vela, al largo delle coste sudafricane, che alcuni esperti considerano il primo test nucleare israeliano.

Dodici anni prima (1967), gli stessi Stati Uniti avevano fornito all’Iran dello Shah Reza Pahlevi i primi 5 reattori nucleari. Nel 1970, lo Shah decise di aderire al Tnp dietro sollecitazione di Henry Kissinger, il quale si era fatto promotore di un partenariato nucleare con Teheran i cui termini definitivi vennero fissati nel 1975, con la ratifica di un accordo sottoscritto da entrambe le parti. In quella specifica fase, Iran e Israele erano gli unici paesi del Medio Oriente a sposare la causa statunitense ed ottennero sostanziosi aiuti economici oltre a forte sostegno politico affinché si imponessero – la Persia in particolare, in virtù della sua posizione geografica strategicamente fondamentale – a bastioni dello schieramento occidentale contro le mire egemoniche sovietiche sul Golfo Persico e sull’Asia centrale. La fuga dello Shah in seguito alla Rivoluzione Islamica guidata dall’Ayatollah Ruollah Khomeini scompaginò i rapporti diplomatici tessuti negli anni precedenti, alla luce della spiccata ostilità nei confronti degli Stati Uniti mostrata fin dai primi istanti dal leader spirituale iraniano. Khomeini bloccò subito il progetto dichiarando il possesso dell’arma atomica rappresentava un oltraggio ai precetti dell’Islam. Di conseguenza, i vincoli dell’accordo con gli Stati Uniti decaddero e il programma nucleare iraniano subì una brusca battuta d’arresto. L’Iran deteneva però alcune barre di uranio scarsamente arricchite e il timore che un successore di Khomeini riattivasse lo sviluppo del programma nucleare stimolò l’azione degli occidentali, specialmente in seguito (2002) alla diffusione dei dettagli relativi all’impianto nucleare di Arak da parte del Consiglio Nazionale della Resistenza, un gruppo d’opposizione con sede a Parigi. Nel febbraio del 2003, il presidente Mohammad Khatami riconobbe l’esistenza dell’impianto di Natanz e accettò la richiesta dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Aiea) di ispezionare il sito. Quattro mesi dopo, gli ingegneri dell’Aiea consegnarono il proprio rapporto in cui si sosteneva che l’Iran non aveva rispettato tutti gli obblighi previsti dal Tnp. Gran Bretagna, Germania e Francia (Ue-3) lanciarono allora un’iniziativa diplomatica per accertarsi che il programma nucleare iraniano seguisse le norme fissate dal Tnp e spingere allo stesso tempo nell’angolo le posizioni più oltranziste assunte dai neocon inseriti nell’Amministrazione Bush. Dal 2003 al 2005, il ruolo di capo-negoziatore della delegazione iraniana incaricata di trattare con il gruppo Ue-3 fu ricoperto da Hassan Rohani, un religioso vicino al presidente Khatami e al ricchissimo ex capo di Stato Ali Akbari Rafsanjani. L’approccio conciliante, quasi passivo, tenuto da Rohani spinse gli europei a mettere sul tavolo richieste molto impegnative, quali l’abbandono totale del programma nucleare – anche di quello civile, contemplato da Tnp – e lo smantellamento delle filiere d’insegnamento di fisica nucleare come prova inequivocabile della buona fede di Teheran. L’elezione, nell’agosto del 2005, di Mahmoud Ahmadinejad – laico sostenitore del rilancio della Rivoluzione khomeinista – cambiò radicalmente i rapporti di forza. Il nuovo presidente respinse immediatamente l’accordo negoziato da Rohani, diede nuova linfa a materie ‘scottanti’ come la fisica nucleare giungendo ad incaricare gli scienziati iraniani di mettere a punto un programma di ricerca finalizzato a sviluppare un processo di produzione di elettricità a partire dalla fusione e non dalla fissione.

Israele, che rifiuta – a differenza dell’Iran – di partecipare alla Conferenza per la creazione in Medio Oriente di una zona libera da armi nucleari, cominciò quindi ad esercitare forti pressioni sugli Usa e sui Paesi sunniti per dar vita a un fronte comune contro la minaccia iraniana. Una minaccia che le monarchie sunnite del Golfo Persico ritennero superiore a quella rappresentata dal poderoso arsenale di cui dispone Israele. Non aderendo al Tnp né alla Convenzione che proibisce lo sviluppo di armi biologiche, Israele è riuscito a mettere insieme circa 300 testate nucleari e relativi vettori di lancio, come missili balistici e cacciabombardieri. Secondo i dati dello Stockholm International Peace Research Institute (Sipri), Israele ha prodotto qualcosa come 950 kg di plutonio, e continua a produrne in quantità sufficiente da fabbricare ogni anno diverse testate atomiche di potenza analoga a quella lanciata su Nagasaki. Produce anche trizio, gas radioattivo con cui si ricavano le testate neutroniche, che provocano minore contaminazione radioattiva ma più alta letalità. Stando a quanto riportato dal quotidiano israeliano ‘Haaretz, armi biologiche e chimiche vengono sviluppate ogni anno presso l’Istituto per la ricerca biologica di Ness-Ziona. I resoconti più accreditati indicano che, a livello ufficiale, «fanno parte dello staff 160 scienziati e 170 tecnici, che da cinque decenni compiono ricerche di biologia, chimica, biochimica, biotecnologia, farmacologia, fisica e altre discipline scientifiche. La massima segretezza copre la ricerca sulle armi biologiche: batteri e virus che, disseminati nel Paese nemico, possono scatenare epidemie. Tra questi il batterio della peste bubbonica (la ‘morte nera’ del Medioevo) e il Virus Ebola […]. Vi sono anche seri indizi su ricerche per lo sviluppo di armi biologiche in grado di annientare nell’uomo il sistema immunitario».

La necessità di mantenere questo primato tecnologico e militare rispetto a tutti gli altri Paese del Medio Oriente spinse quindi il governo di Tel Aviv ad affiancare operazioni militari alle iniziative diplomatiche, incaricando il Mossad di sabotare il programma nucleare iraniano. Sotto la direzione di Meir Dagan, uno dei principali oppositori all’opzione militare auspicata da parecchi esponenti politici israeliani (Benjamin Netanyahu, Ehud Barak, Avigdor Liebermann su tutti), il Mossad predispose e mise in pratica il ‘Decapitation Programme, un’operazione volta ad abbattere con la forza il programma nucleare iraniano. Nell’ambito di questa operazione rientrano le fughe di gas tossici, le esplosioni scatenate da materiali difettosi e gli agguati di vario genere che, nel corso degli anni, hanno provocato la morte dei fisici ed ingegneri iraniani Ali Mahmoudi Mimand, Daryoush Rezaie, Majid Shahriari, Hassan Moghaddam, Abbassi Davani e Mustafa Ahmadi-Roshan. Senza dimenticare che nell’agosto 2008 un aereo decollato da Biskek, in Kirghizistan, e diretto a Teheran si schiantò al suolo causando la morte di altri 44 scienziati iraniani.

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