martedì, Aprile 13

L’Aquila, il cancro dell’indifferenza

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Più che l’ironia, è l’incredula constatazione a guidare le mie riflessioni in questo giorno in cui riprendo a scrivere, dopo un periodo di arrugginente para-relax. Chi scrive per mestiere lo sa che basta una breve pausa e si perde ‘qualcosa’ che, poi, solo l’ulteriore allenamento consente di ripristinare.
In questi giorni, su ‘Huffington Post‘, è apparso un articolo che assevera una realtà di cui, probabilmente, ci si rende conto solo dall’esperienza diretta: «Scrivere fa bene alla salute: migliora l’umore, riduce lo stress, guarisce le ferite emotive e fisiche». Verità sacrosanta, già il titolo del pezzo è una garanzia.
Quale incredula constatazione, mi direte voi? Ma di quanto la nostra natura umana sia meschina e insensibile. Per autodifesa, osserverete ancora voi: son tante e tali le disgrazie altrui che ci circondano, che è un riflesso condizionato impermeabilizzare le emozioni per non esserne sopraffatti.
L’iperinformazione da old, new e social media ci assedia e inocula motivi sempre nuovi per sollecitare la nostra indignazione, il nostro coinvolgimento. Difficile allontanare da noi il convincimento che viviamo nel peggiore dei mondi possibili e dunque far calare una saracinesca sulle risposte emotive generate da fatti grandi e piccoli, vicini e lontani.
Deprivati volontariamente da ogni afflato umano, eccoci abbandonare gli infelici cittadini de’ L’Aquila ad un ricordo commemorativo soltanto in concomitanza dell’anniversario della scossa, mentre i responsabili dell’amplificazione del disastro e gli avvoltoi pascolano sulla loro intoccabilità. Occorrerebbe quotidianamente proiettare nei media (tutti, senza distinzioni), come un memento responsabilizzante, le immagini del disastro ancora quasi intonso che rende la città un ammasso di macerie raramente oggetto di opere di ricostruzione.

Dall’anno scorso mi ritrovo a decantare l’iniziativa artistico-culturale di Paolo Porto (vincitore nel 2002 del World Press Photo), un vero atto d’accusa verso la paralisi degli inteventi.
Si tratta di una mostra fotografica intitolata: ‘Pressoché ignuda’, dove performer ammalianti e in figure plastiche posano circondati dalle rovine di luoghi simbolo della città. Anche tali posti sono ‘Pressoché ignudi’ nella loro cruda realtà di inquietanti macerie.
Ve ne ho parlato l’anno scorso, quando Paolo lanciò l’iniziativa; ve ne parlo quest’anno, perché da allora, poco o nulla (più nulla che poco) è cambiato.
E noi, del disastro ce ne ricordiamo solo il 6 aprile, ogni anno; e non di nostra sponte, ma solo perché ai direttori dei media fa comodo riempire qualche pagina o servizio radio-tv con toccanti cronache del ricordo in loco e sulle giuste rimostranze della popolazione: che però, dal 2010 ad oggi, avrebbero gli stessi contenuti anche il 5 o il 7 aprile di ogni anno; o il 16 giugno o il 20 novembre, se qualcuno si prendesse la briga di andarle a raccogliere.
Ora il nostro Premierpubblico banditoreannuncia che i soldi ci sono. Questa circostanza, in Italia, però, non è sufficiente perché si passi alla fase ricostruttiva.
Perché, come giustamente ha osservato Massimo Cialente, Sindaco del capoluogo abruzzese, occorrono anche le risorse umane per far fronte alle pratiche di ricostruzione.
Con l’esperienza catastrofica  -anche lì, cumuli di macerie, in materia di onestà e correttezza professionale-  affrontata in questi sei anni, con quale animo dovremmo considerare qualsiasi task force che venisse in suo aiuto dal Governo centrale?

Ma noi, Indifferentemente (è una canzone napoletana del 1963 di Umberto Martucci e Salvatore Mazzocco, ve la ricordate? L’hanno interpretata  Mario Abbate e Sergio Bruni; ma ce n’è una versione anche della grande Mina), spremiamo la lacrimuccia di prammatica nel giorno fatidico e voltiamo pagina, verso il nuovo anniversario, senza applicarci più di tanto nel monitorare che le promesse dei politici-Pinocchi di turno siano mantenute.
Salvo accorgerci delle inadempienze l’anniversario successivo. E rimarcarle, sottolinearle, riportare appelli: un’attenzione che dura 24 ore.
E’ su questa indifferenza neoplasiaca che contano tutti gli spergiuri che costellano la nostra avventura umana, rimpannucciati dai pingui appannaggi a spese dei loro ingannati.
E’ sulla catena di montaggio dei fatti e fattacci tali da distrarre l’attenzione di coloro che non hanno personali coinvolgimenti sulla questione che scommettono gl’inerti ed i furbi.

Ricostruire L’Aquila senza creste e senza dilazioni, senza new town tenute su con lo sputo, sarebbe costato certamente meno di quello che sarà il conto finale (se mai ci sarà un conto finale: al post sisma dell’Irpinia esso manca ancora oggi, a 35 anni di distanza, il completamento delle opere e quest’utopistico conto finale che vagheggio ora per L’Aquila).
Ma c’era da accontentare appetiti; l’ho raccontato alcuni articoli fa come il sistema Perotti (padre)/Incalza, messo a punto in casa Casmez (Cassa per il Mezzogiorno), con triangolazioni in seno allo stesso Consiglio di Amministrazione dell’Ente, abbia funto da caso-pilota per tante ruberie replicatesi nel settore delle opere pubbliche.
Ebbene, L’Aquila era semplicemente un altro osso da spolpare: anzi, più si protrae nel tempo il meccanismo della ricostruzione, più si può accedere a risorse ‘fresche’ da spartire fra compari.
Regista occulta è la seconda generazione della malavita organizzata (non solo casalesi o ‘ndrangheta; anche quella dei colletti bianchi di cui parlavamo prima), la casta che, coi rampolli poliglotti, laureati col massimo dei voti (perché c’è anche l’intelligenza del male!), masterizzati a Londra o a New York, e verniciati di comportamento ‘civile’ (ma sempre l’arroganza traspare, a guardarli con un minimo di attenzione), fa il bello e il cattivo tempo fra appalti e subappalti.

Non a caso, proprio ieri, nell’inchiesta Cpl Concordia esce un altrocanterino’, Diego Solari, oltre al primo che ha vuotato il sacco, il responsabile delle Relazioni esterne, Francesco Simone: emerge una palude nauseabonda in cui, pare, abbiano sguazzato un po’ tutti, Ministri, alti burocrati, Amministratori.
Il che accresce il senso della sfiducia che i cittadini provano verso tutto quello che è costruzione politica. Tutti costoro, obnubilati dai loro privilegi, hanno totalmente perso il senso della realtà; la capacità di comportarsi onestamente; la percezione del dovere civico.
Non a caso, domenica a L’Aquila, non c’era neppure un usciere di Palazzo Chigi: non un Ministro, non un vice Ministro, non un Sottosegretario. La solidarietà e l’impegno non si esprimono a furia di tweets e di promesse mirabolanti su Facebook. Le macerie di L’Aquila sono le macerie di quest’Italia sventurata. Impossibile non vederlo.

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