domenica, Settembre 26

L’appello inascoltato di Umberto Eco

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Nel giugno del 2015, a pochi mesi dalla sua morte, Umberto Eco aveva dichiarato che «i giornali dovrebbero dedicare almeno due pagine all’analisi critica dei siti, così come i professori dovrebbero insegnare ai ragazzi a utilizzare i siti per fare i temi».
La proposta nasceva da un’osservazione piuttosto ovvia, esplicitata in modo chiaro e attraverso un paragone oltremodo comprensibile: «I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli».

Naturalmente, poiché la maggior parte di noi frequenta i social media, in molti ci siamo sentiti chiamare in causa e, di conseguenza, abbiamo a nostra volta sventolato le celeberrime argomentazioni della libertà di espressione, di pensiero e della natura totalmente libera e incoercibile della rete internet.
Il che equivale, grossomodo, al voler rispondere alla domanda ‘dove vai?’ con ‘porto le patate’.

In effetti, a ben guardare, Eco non pone in discussione la libertà di accesso alla rete, tantomeno la possibilità che ciascuno possa liberamente scrivere, postare, rispondere, taggare o bloggare la qualsiasi.
Piuttosto il problema è dato dal fatto che una affermazione menzognera -uso un eufemismo-, ha nei social media, come in altre piattaforme di condivisioni di informazioni e opinioni, la stessa visibilità, dunque la stessa probabilità, di apparire credibile rispetto a una affermazione frutto di un ragionamento logico e di un’osservazione di eventi su basi scientificamente comprovabili.

L’enorme mole di dati, di informazioni, di documenti che abbiamo a disposizione grazie alla rete ci pone di fronte ad un problema tanto grande quanto diffuso: la loro selezione sulla base dell’attendibilità.

L’accesso alle informazioni  -scientifiche o culturali ma, in ogni caso, di qualsiasi tipo e livello di spendibilità nel corso della nostra quotidiana esistenza- è alla portata di un clic, ma la nostra capacità di selezionarle è di gran lunga più limitata. Sicché, come un tempo molti credevano a tutto ciò che veniva trasmesso dal medium televisivo, allo stesso modo ci si affida quasi ciecamente ai primi risultati di un motore di ricerca o alla riproposizione di un post che leggiamo essere stato condiviso da centinaia o migliaia di utenti, molti dei quali nostri amici. E poiché non si ha né voglia né tempo di verificare se ciò che leggiamo possa essere una bufala, una leggenda metropolitana ripresentata all’inclito pubblico della rete sotto nuova forma, ecco che il discrimine della sua attendibilità è dato fondamentalmente dal numero di like e di condivisioni che raccoglie.

Dunque, in buona sostanza, se prima era principalmente il fattore economico  -oltre, ovviamente, alla volontà di conoscere- a determinare il livello dei saperi di una persona (acquisto di giornali, di riviste specializzate, di libri, dischi, pubblicazioni…) ora è il fattore tempo: chi ha a disposizione tempo, oltre alla volontà di conoscere e sapere, può utilizzarlo per fare qualche verifica e scoprire, alle volte molto facilmente, se ciò che vede nello schermo della propria appendice tecnologica (pc, tablet o smartphone) sia una balla o no.

Le cose, dunque, sono molto cambiate da quando, nel 1985 uscì una raccolta di articoli che Fruttero e Lucentini avevano pubblicato su ‘La Stampa‘: il titolo del volume era ‘La prevalenza del cretino’. L’imperturbabile cretino descritto con acume dalla coppia di scrittori fu precedentemente studiato dal professor Carlo M. Cipolla che, nella sua ‘Teoria della stupidità’, formulò, a metà degli anni ’70, le cinque leggi fondamentali della stupidità umana.
La stupidità analizzata da Cipolla e vivisezionata da Fruttero e Lucentini è qualcosa da cui nessuna creatura umana è assolutamente immune; tuttavia, il fatto di essere consapevoli di poterne essere contagiati può certamente aiutarci a ridurre, almeno in parte, le sue nefaste conseguenze.

Invece il fenomeno sul quale Umberto Eco ha voluto porre l’attenzione è ancor più invasivo, devastante: si espande come una epidemia pestilenziale che pare quasi impossibile contrastare.

Il suggerimento di iniziare a ragionare su come impostare un servizio utile per la collettività per incrementarne il livello di consapevolezza nella scelta e selezione delle informazioni, di capacità di metterle in relazione e di costruire mappe mentali cognitive autonome e sufficientemente razionali è, allo stato attuale, caduto nel vuoto.

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