sabato, Ottobre 16

L’anno di Occupy Central

0

Alle 9:20 dell’11 dicembre 2014 un gruppo di ufficiali giudiziari accompagnati da agenti di Polizia si recarono a Connaught Road, una delle strade occupate dai manifestanti della ‘rivoluzione degli ombrelli. Una vasta zona intorno alla stazione della metropolitana di Admiralty e della sede centrale del Governo, nel centro dell’ex colonia britannica, era rimasta nelle mani di studenti e attivisti per 74 giorni.

L’intera area si era trasformata in una città nella città. I manifestanti vi si erano letteralmente insediati, bloccando il traffico di alcune delle arterie principali della metropoli asiatica. Essi si erano accampati in tende colorate, avevano costruito una sala studio, una biblioteca, centri di pronto soccorso, e svariati capannoni dove si tenevano dibattiti e discorsi. Artisti e studenti si erano sbizzarriti nel creare opere d’arte, festoni, slogan e striscioni. Nel bel mezzo di grattacieli futuristici, di banche, boutiques di lusso e di uffici governativi, questa ‘città della democrazia’ era uno spettacolo insolito ed unico, a cui molti cittadini di Hong Kong si erano abituati e affezionati; altri, invece, fra cui il Governo comunista di Pechino e i suoi alleati di Hong Kong, la vedevano come una sfida all’autorità del Partito Comunista Cinese (PCC), dell’establishment sociale e politico, e dell’ordine costituito.

Mentre la Polizia mobilitava le proprie forze, gli ufficiali giudiziari rendevano noto ai manifestanti che dovevano abbandonare la zona occupata entro le 11:00. Dopo più di due mesi, nei quali le autorità avevano ripetutamente cercato di sgombrare il centro città dai dimostranti, ma senza successo, era giunto il momento in cui il Governo e le forze dell’ordine avevano deciso di agire con un vigore ed uno sfoggio di potere senza precedenti. 7,000 poliziotti, 20 furgoni e 5 camion furono impiegati nell’operazione. I manifestanti erano, invece, soltanto un centinaio. Lo sgombero effettivo ebbe inizio alle 10:30. Molti attivisti e studenti avevano o stavano lasciando Admiralty, ma altri decisero di rimanere e, se necessario, farsi arrestare. Fra di loro vi erano Martin Lee, veterano dei movimenti democratici di Hong Kong e fondatore del Partito Democratico di Hong Kong; Jimmy Lai, proprietario di Next Media, il più grande gruppo editoriale di Hong Kong, e acerrimo nemico del regime comunista; e la cantante pop Denise Ho.

I manifestanti avevano scelto di non opporre alcuna resistenza, di fatto accettando il fallimento della loro strategia di protesta. Con le aree occupate ormai circondate dalla Polizia e nessuna possibilità di prolungare la protesta, Leung Kwok-hung, membro della Lega dei Socialdemocratici (League of Social Democrats), tenne un discorso appassionato. «Il governo non può arrestare 7 milioni di cittadini. Non abbiamo fallito. Abbiamo portato il progresso politico di Hong Kong ad un nuovo livello. Nel 1989, il Partito Comunista usò carri armati e fucili per sgombrare Piazza Tiananmen. Oggi la comunità internazionale osserva con attenzione il nostro movimento e il Governo non può fare la stessa cosa.»

La fine della ‘rivoluzione degli ombrelli’ era stata messa in moto da una serie di denunce da parte di società di trasporti pubblici e di proprietari di esercizi commerciali, categorie danneggiate dall’occupazione del centro città. Ciò aveva portato ad un’ingiunzione da parte della Corte Suprema di Hong Kong che ordinava la rimozione delle barricate e la liberazione delle strade.

Il 2014 è stato senza alcun dubbio l’anno di Occupy Central, il movimento democratico che ha cambiato il volto di Hong Kong. A diciassette anni dalla fine del dominio coloniale britannico, iniziato nel 1842 e conclusosi nel 1997, le contraddizioni del modello di «un Paese, due Sistemi», con cui Pechino sperava di integrare Hong Kong allo Stato comunista, si sono manifestate chiaramente.

Benché culturalmente cinese, Hong Kong, in quanto colonia, rimase politicamente isolata dalle tempeste politiche che attraversarono la Cina continentale, assimilando per più di 150 anni influssi occidentali. La tradizione liberale e lo Stato di diritto di matrice britannica fecero presa sulla colonia, che continua a vederli come caratteristiche fondamentali della propria identità. Nel secondo dopoguerra, il diffuso sentimento anticomunista allontanò ancora di più la colonia dalle vicende della Cina continentale. Le immagini degli avvenimenti di Piazza Tiananmen del 1989 non fecero che aumentare la distanza psicologica fra Hong Kong e lo Stato comunista. Ogni anno, migliaia di manifestanti si radunano nel centro cittadino per onorare la memoria degli studenti e degli attivisti uccisi dall’esercito cinese per ordine della leadership comunista.

Il 1997 fu lo spartiacque della Storia di Hong Kong. Prima di questa data, vi erano i timori e le incertezze. Dopo di essa, venne l’era dell’adattamento, del realismo, e delle lotte interne fra i gruppi filopechinesi e quelli filodemocratici. La Legge Base di Hong Kong, ideata da Pechino per incorporare l’ex colonia britannica nella Repubblica Popolare Cinese (RPC), prevede un’ampia autonomia per Hong Kong e il mantenimento delle libertà di cui la città godeva sotto il dominio di Sua Maestà. Il documento, però, non risolve la spinosa questione del rapporto fra il Governo centrale di Pechino e quello locale di Hong Kong.

La Legge Base prevede che il Capo dell’Esecutivo, una funzione simile a quella di un primo ministro, venga eletto da un comitato elettorale di 1,200 persone, le quali sono generalmente considerate vicine al PCC. Fra i membri del comitato vi erano anche personaggi quali Rafael Hui e Thomas Kwok, i quali sono di recente stati condannati per reati di corruzione. Inoltre, il sistema elettorale è strutturato in modo tale che i partiti filopechinesi si aggiudichino sempre la maggioranza dei seggi nel Consiglio Legislativo. Di fatto, Pechino non controlla Hong Kong direttamente, ma attraverso un establishment a essa legato e da essa dipendente. Dopo il 1997, le manifestazioni popolari contro il Governo centrale e quello locale sono state numerose. La grande speranza dei gruppi democratici di Hong Kong era il 2017. Nel 2007 il Comitato Permanente del Congresso Nazionale del Popolo (CPCNP) aveva stabilito che nel 2017 il Capo dell’Esecutivo avrebbe potuto essere eletto per la prima volta per suffragio universale. Molti temevano, però, che questo suffragio universale promesso da Pechino fosse una finzione. La domanda che tutti si ponevano era se il PCC avrebbe abolito il comitato elettorale e concesso la nomina pubblica dei candidati.

Il 2017 divenne un catalizzatore dei movimenti democratici. Il 16 gennaio del 2013 Benny Tai, professore di legge all’Università di Hong Kong, lanciò l’idea di un movimento di disobbedienza civile. Il 27 marzo a lui si unirono Chu Yiu-ming, reverendo della Chiesa Battista, e Chan Kin-man, professore dell’Università Cinese di Hong Kong. Essi formarono il nucleo del movimento Occupy Central, il quale minacciava di occupare il centro finanziario di Hong Kong se la riforma elettorale non avesse permesso la scelta popolare dei candidati per il ruolo di Capo dell’Esecutivo. Anche altri gruppi divennero molto attivi in questo periodo. Fra di essi, vi erano la Federazione degli Studenti di Hong Kong (FSHK) e Scholarism, un’associazione studentesca lanciata da Joshua Wong, allora soltanto quindicenne. Il 31 agosto, infine, i timori dei sostenitori delle riforme democratiche vennero confermati. Il Congresso Nazionale del Popolo (CNP) decise che nel 2017 il Capo dell’Esecutivo sarebbe stato eletto per suffragio universale, ma i candidati sarebbero stati selezionati dal comitato elettorale di 1,200 persone.

A questo punto, le tensioni accumulatesi per mesi si sprigionarono. La FSHK e Scholarism mobilitarono gli studenti e organizzarono un boicottaggio delle lezioni. Il 22 settembre migliaia di studenti scesero in strada, occupando varie zone del centro, e in particolare il piazzale di fronte alla sede del Governo. Le autorità reagirono con durezza. All’1:20 del 27 settembre, la Polizia si scontrò con gli studenti e fece uso di spray al peperoncino. 13 persone, fra cui Joshua Wong, vennero arrestate.

La mattina del 27 settembre, Benny Tai, mosso dal senso di solidarietà con gli studenti e dall’esempio del loro sacrificio, annunciò l’inizio di Occupy Central. Questo fu l’evento scatenante di quella che venne poi battezzata ‘rivoluzione degli ombrelli’, dall’uso che i manifestanti fecero degli ombrelli per difendersi dai lacrimogeni e dallo spray al peperoncino.

La risposta popolare fu al di sopra delle aspettative dello stesso Benny Tai. A causa delle tattiche della Polizia, considerate violente ed esagerate da una parte della popolazione, migliaia di persone si riversarono in strada per dare il proprio supporto a Occupy Central. Il braccio di ferro fra l’establishment filopechinese e i sostenitori della democrazia subì una escalation senza precedenti. Admiralty fu il nucleo delle proteste ma, a causa del blocco temporaneo dei mezzi pubblici, esse si estesero anche a Mong Kok e Causeway Bay. Centinaia di migliaia di persone scesero in strada a settembre e ottobre. Dopo alcune settimane, però, la situazione cominciò a deteriorare. Né il Governo di Hong Kong né quello di Pechino erano pronti a scendere a patti con i manifestanti. Questi, a loro volta, affrontavano due dilemmi. Da un lato vi era il fatto che il movimento democratico non aveva i mezzi, sia legali che materiali, per ottenere concessioni dalle autorità, le quali fanno le leggi e le difendono con tutto il potere delle armi. Dall’altro, vi era la questione del sostegno popolare. Il numero di persone che occupavano il centro città era, infatti, diminuito. Nel corso delle settimane, i cittadini di Hong Kong erano tornati alla loro vita normale, ed erano demoralizzati dalla mancanza di prospettive per la vittoria dei movimenti democratici. A inizio dicembre, solo 100 studenti e attivisti restavano nelle zone occupate di Admiralty. Le aree di Mong Kok e Causeway Bay, dove la presenza era ancora minore, furono sgomberate già il 25 e il 26 novembre dalla Polizia. La reazione degli studenti evidenziò la loro frustrazione. La FSHK e Scholarism, infatti, optarono per una radicalizzazione delle proteste. Il 1 dicembre i dimostranti sfondarono le linee della Polizia in un tentativo di circondare gli edifici del Governo e di impedire ai funzionari pubblici di andare a lavoro. Circa 40 persone rimasero ferite. Dopo il fallimento di questa azione, Joshua Wong annunciò l’inizio di uno sciopero della fame.

Il Governo di Hong Kong rimase inflessibile. Il 3 dicembre Leung Chun-ying, il Capo dell’Esecutivo, rilasciò un messaggio, dichiarando che «ogni discussione sulle riforme costituzionali deve essere condotta secondo i principi della Legge Fondamentale e le Interpretazioni e Decisioni del Comitato Permanente del Congresso Nazionale del Popolo. Dobbiamo obbedire alla legge per ottenere il suffragio universale. Esprimere opinioni sulle riforme costituzionali in modo illegale e aggressivo è futile».

Leung Chun-ying aveva l’appoggio del presidente cinese Xi Jinping, il quale aveva espresso molte volte il suo supporto per l’operato del Governo di Hong Kong  contro le manifestazioni ‘illegali’. La radicalizzazione degli studenti e l’inflessibilità del Governo portarono ad una spaccatura nel campo democratico. 23 dei 27 parlamentari filodemocratici condannarono la escalation. Anche i tre iniziatori di Occupy Central, Benny Tai, Chu Yiu-ming e Chan Kin-man, si distanziarono dalle azioni estreme della FSHK e di Scholarism. Un segnale ancora più chiaro i tre leader lo diedero quando, il 3 dicembre, si ‘arresero’ alle autorità. Lo scopo era di frenare agli eccessi degli studenti e far capire che Occupy Central doveva accettare la sconfitta e riorganizzarsi per combattere una lunga battaglia con metodi diversi.

Le accuse mosse contro i tre leader fu di aver organizzato e preso parte ad una assemblea non autorizzata, e di aver incitato terzi a parteciparvi. Benny Tai si dichiarò colpevole dei primi due capi d’accusa, ma non del terzo. Oltre a ciò, circa 20 denunce pendono contro Tai da parte di commercianti danneggiati dalle settimane di proteste. I manifestanti, ormai, avevano ben poca scelta. O gettare la spugna e continuare la lotta in altro modo, o entrare in rotta di collisione con le autorità, con tutte le conseguenze, anche tragiche, che ciò avrebbe comportato. Alla fine, ha prevalso lo spirito pacifico, che è sempre stato parte integrante del movimento democratico di Hong Kong.

«Torneremo», «Questo è solo l’inizio», scrissero alcuni manifestanti su striscioni prima che le autorità smantellassero tutto: le tende, le barricate, la biblioteca, la sala studio, il ‘Muro di Lennon’, ispirato al cantautore dei Beatles, una parete sulla quale migliaia di manifestanti e turisti avevano incollato bigliettini con su scritti i loro pensieri, nonché tutte le opere d’arte, quali l’‘uomo ombrello’e il carrarmato fatto con bottiglie che ricordava i carri armati di Piazza Tiananmen del 1989. Tutto è sparito. Molti giovani, che avevano trascorso lì settimane, credendo di poter cambiare il mondo, erano commossi, tristi, delusi. Ma non opposero resistenza. La strage tanto temuta non ci fuMolti manifestanti, però, scelsero di restare sul posto oltre il termine delle 11:00 annunciato dalla Polizia. All’1:30 essa avvertì gli occupanti che se non avessero lasciato il sito delle proteste entro trenta minuti tutte le persone rimanenti nel perimetro delineato dalla Polizia sarebbero state arrestate. Chi avesse lasciato l’area volontariamente dopo le 14:00 avrebbe dovuto mostrare la propria carta d’identità in caso di future azioni giudiziarie. Nonostante ciò, alcuni gruppi di ‘irriducibili’ non si mossero.

Alle 16, la Polizia diede l’ultimo avvertimento. «Attenzione ai manifestanti radunati all’incrocio fra Harcourt Road e Tim Wa Avenue: la Polizia vi ha avvertito diverse volte. Questo è l’ultimo avvertimento. Se non ve ne andrete immediatamente sarete arrestati e portati via». Alle 4:20 una donna fu allontanata dalle forze dell’ordine. Fu il primo di 247 arresti avvenuti quel giorno. Vi furono anche molti arresti ‘eccellenti’. Verso le 16:47 fu arrestata la cantante Denise Ho. Alle 17:30 circa venne il turno di Claudia Mo, membro del Partito Civico, di Martin Lee e di Jimmy Lai.

Nessuno oppose resistenza e tutto si svolse in un’atmosfera pacifica. Evidentemente, sia la Polizia che i manifestanti volevano a tutti i costi evitare episodi violenti. «Non vi sono stati scontri e neanche litigi verbali fra la Polizia e i manifestanti,» dichiarò il parlamentare Lam Tai-fai a fine giornata. «In generale è stato tutto pacifico e controllato. Siamo felici del modo in cui [le proteste]sono terminate.» La rivoluzione degli ombrelli ha cambiato per sempre il volto di Hong Kong. Se la leadership di Pechino credeva che Hong Kong si sarebbe sottomessa al Governo comunista senza difficoltà, abbracciando l’ideologia nazionalista e leninista del PCC con entusiasmo, si è illusa. Anche se per il momento Pechino può tirare un sospiro di sollievo, il fallimento di Occupy Central non segna la fine dei movimenti democratici.

I tre leader di Occupy hanno già fatto sapere di voler continuare la loro lotta. «Benché l’occupazione [delle strade]sia finita, Occupy Central deve ancora raggiungere il suo scopo» ha detto Chan Kin-man. I nuovi obiettivi del gruppo sono di far sì che i parlamentari filodemocratici pongano il veto sulla riforma elettorale, e di sensibilizzare l’opinione pubblica con articoli e nelle università. A pochi giorni dalla fine della rivoluzione degli ombrelli, attivisti e giornalisti di Hong Kong spostarono la loro attenzione temporaneamente sulla visita di Xi Jinping nella vicina Macao. Il presidente cinese si recò nell’ex colonia portoghese per festeggiare i 15 anni dal ‘ritorno’ di quest’ultima alla Cina. Nel suo discorso, Xi sottolineò l’importanza del modello di «un Paese, due sistemi,» ed esortò la popolazione di Macao a rafforzare l’educazione patriottica.

Ma gli elogi di Xi Jinping nei confronti di «un Paese, due sistemi» sono avvenuti in un clima di tensione. Nei giorni precedenti al suo arrivo a Macao, 14 attivisti di Hong Kong capeggiati da Leung Kwok-hung, anch’egli fra coloro che furono arrestati ad Admiralty l’11 dicembre, erano stati respinti al porto di Macao. Anche a 4 giornalisti di ‘Apple Daily’, giornale di proprietà di Jimmy Lai, fu negato l’ingresso nell’ex colonia.

Le misure prese dalle autorità per prevenire qualunque forma pubblica di dissenso che potesse disturbare Xi Jinping sfiorarono il ridicolo. Ad esempio, fu proibito l’uso di ombrelli sia in aeroporto che nelle strade in cui passò il presidente cinese. «Come mai un Governo così potente è terrorizzato da un simbolo innocuo come un ombrello giallo?» si chiese un attivista.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->