lunedì, ottobre 22

L’ancien gauche contro Renzi La lunga marcia

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La lunga marcia verso la normalità è appena iniziata. E oltre che lunga, si profila lastricata di inenarrabili difficoltà, diabolici trabocchetti, inversioni di marcia repentine e imprevedibili. Si parla del cammino del nostro Paese verso un’identità munita di connotati più o meno simili a quelli di Nazioni occidentali che vantano una storia democratica di lungo corso, livelli accettabili di autonomia e, soprattutto, coscienza nazionale in quantità almeno pari a un minimo sindacale.

Quanto sia difficile conquistare quest’ultima, essenziale caratteristica è dimostrato dal fatto che la sua malattia degenerativa, il nazionalismo, viene sbandierato in Italia dalla fazione politica più primitiva che il belpaese abbia mai avuto la sventura di tollerare nella sua vita repubblicana, la Lega Nord. La quale paradossalmente conduce la sua misera battaglia in nome di un’entità non meglio identificata, detta da questi sconsiderati Padania, che non ha riscontri fisico-politici in nessun atlante e fa sorridere amaramente i separatisti storici di mezza Europa. Gente suscettibile ma seria come i Baschi, i Catalani, gli Scozzesi e gli Irlandesi del Nord, per citare i più noti.

C’è poi l’altra componente, folkloristica ma dal vasto consenso popolare, che fa capo al Movimento a cinque stelle. E’ particolarmente evidente in questo gruppo la tendenza distruttiva, dichiarata ed esibita orgogliosamente come fosse una bandiera ideologica. Il futuro? E’ un ipotesi cui penseremo dopo.

Detto di queste stravaganze nostrane, restano nell’arengo le formazioni che derivano dalla tradizionale contrapposizione politica del secolo scorso: destra e sinistra, in Italia spesso deraglianti come treni senza conducente in direzione di due poli ancora dotati di inspiegabile potere magnetico. Sì, parlo naturalmente di fascismo e comunismo, eterni spettri evocati a comando da chi ha poco da dire e però esige risultati  elettorali che consentano almeno la sopravvivenza nella grande mangiatoia. Un piccolo passo in avanti verso la normalità agognata è lo sbarramento percentuale previsto dalla nuova legge elettorale, ritoccato al massimo ribasso da sgomenti gruppetti che vedono svanire come neve al sole prebende pluridecennali. In nome del pluralismo, s’intende. Come se Inghilterra, Francia, Germania e affini soffrissero di costanti rischi dittatoriali causa assenza in Parlamento di provvidenziali moniti provenienti da formazioni parafasciste o d’ispirazione staliniana.

La vera peculiarità della situazione  italiana attuale, se si ragiona in termini di politica reale e non di quella starnazzata nelle aie dei talk show televisivi, è che le categorie tradizionali hanno lasciato il posto a un panorama molto diverso.

Si contrappongono sostanzialmente una forza riformista, il pd renziano, e un magma indistinto di vettori multidirezionali pronti alle più stravaganti alleanze. Lo ha ben dimostrato la cosiddetta brigata Kalimera, in cui hanno militato per una poco chiara causa greca gente del calibro di Stefano Fassina e Pippo Civati, Paolo Ferrero e Luciana Castellina, Fausto Bertinotti e Gino Strada, Sergio Staino e Stefano Rodotà, Fiorella Mannoia e la grande  Barbara Spinelli. Tutta gente di provata fede ‘ancien gauche‘ che si è trovata, non sappiamo con quanto imbarazzo, a manifestare in terra ellenica fianco a fianco con Matteo Salvini, Beppe Grillo e perfino Renato Brunetta, reduce di una destra che fu maggioritaria e che si è eclissata a tempo di record dopo il Patto del Nazareno.

Il punto è che le azioni, pur criticabilissime, del nucleo governativo costituito dal Pd renziano, dal Nuovo Centrodestra e dai montiani di Scelta Civica, sono fronteggiate da una strana moltitudine dal tratto distintivo nè di destra e nè di sinistra: l’opposizione pura, come categoria politica. Ben altra situazione rispetto, ad esempio, a quella in cui il Pci berlingueriano allestì un vero e proprio governo ombra, con tanto di ministri e proposte alternative a quelle dell’allora regnante pentapartito.

Ciò rende certamente più difficile il fluire del gioco democratico e costringe il Governo a procedere spesso con fretta eccessiva al varo di riforme molto importanti, bisognose non di ostruzionismo ma del contributo di forze politiche diverse sì, ma orientate al bene comune. Che è costituito dalla fatidica evoluzione italiana in senso moderno,  non certo raggiungibile con la cieca conflittualità asservita ai piccoli interessi di parte.

 

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