martedì, Ottobre 19

L’amministrazione Trump è stata commissariata? Secondo alcuni, militari e finanzieri avrebbero posto il governo sotto la propria tutela

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Nel complesso, quindi, si assiste a una generale ‘normalizzazione’ di un candidato che era riuscito ad aggiudicarsi il favore dei cittadini impoveriti dai pesanti contraccolpi della globalizzazione neoliberale promettendo radicali inversioni di marcia rispetto al trend dominante. Secondo l’analista Finian Cunningham: «lo scorso novembre, gli americani si sono espressi a favore di un cambiamento radicale finalizzato a rinvigorire l’economia e garantire il rimpatrio di posti di lavoro, oltre a costruire relazioni pacifiche con l’estero. Oggi, i cittadini statunitensi vedono concretizzarsi una linea politica diametralmente opposta a quella che avevano indicato eleggendo Trump».

Per il momento, in effetti, nessuno dei grandi mutamenti annunciati da Trump nei mesi precedenti al voto è stato tradotto in provvedimenti reali. Forse perché, come insinuato dal ‘New York Times’, il governo era stato commissariato dal ‘nuovo triumvirato’ composto da Kelly, Mattis e MacMaster e incaricato di impedire che il nuovo presidente finisse fuori controllo. Secondo alcuni osservatori, quella di rivolgersi a personaggi estranei al panorama prettamente politico sarebbe stata una scelta obbligata per Trump, persuaso che assecondando i militari e quello ‘Stato nello Stato’ che è da sempre il Pentagono sarebbe riuscito ad ingraziarsi quel consenso che nessuno dei due principali partiti è mai stato disposto ad accordargli. Fatto sta che la granitica alleanza tra spada (militari) e moneta (banchieri) ha portato l’indisciplinato tycoon newyorkese a rispolverare le consolidate tendenza della politica statunitense. Tendenze di natura essenzialmente geopolitica contro le quali Bannon si era apertamente scagliato in un’incendiaria intervista nel corso della quale aveva parlato di ‘establishment impazzito’, dell’inesistenza di alcuna soluzione militare al problema nordcoreano e della necessità che gli Stati Uniti si dedichino anima e corpo alla gestione della sfida epocale posta alla loro egemonia dall’affermazione della Cina.

Risulta pertanto curioso, alla luce di ciò, che lo stesso Bannon sia recentemente volato a Pechino per incontrare Wang Qishan, personaggio chiave della crociata anti-corruzione lanciata dal Partito Comunista Cinese ed ascoltatissimo consigliere di Xi Jinping. L’incontro precede di pochi giorni le visite programmate in Cina di Trump e del segretario al Commercio Wilbur Ross, convinto sostenitore di un approccio più aggressivo nei confronti dell’ex Celeste Impero. A quanto risulta al ‘Financial Times’, l’incontro sarebbe stato combinato dai cinesi, intenzionati a raccogliere informazioni utili sul conto di Trump e sulle sue reali intenzioni in materia di commercio e politica estera, specialmente alla luce delle tensioni montanti nel Mar Cinese meridionale e dell’approfondirsi della crisi lungo il 38° parallelo. Nello scorso novembre, Xi si era rivolto ad Henry Kissinger per ottenere delucidazioni in merito alla strategia di Trump, e si era sentito dire dal navigato stratega che «questo presidente eletto è unico nella mia esperienza, perché non ha assolutamente un bagaglio di obblighi verso alcun gruppo particolare; è diventato presidente sulla base della sua strategia […]. È bene non cercare ad ogni costo di inchiodare Trump a posizioni che ha tenuto in campagna elettorale sulle quali non insisterà da presidente. Se invece insisterà, bisognerà tenerne conto». Attualmente, è forse l’atteggiamento ondivago e incostante di Trump a preoccupare i cinesi, e non solo.

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