mercoledì, Settembre 22

L’amministrazione Trump è stata commissariata? Secondo alcuni, militari e finanzieri avrebbero posto il governo sotto la propria tutela

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Dal giorno dell’insediamento come presidente degli Stati Uniti, Donald Trump ha licenziato ben 15 funzionari della propria amministrazione, alcuni dei quali, come Steve Bannon, avevano fornito un contributo determinante a spianargli la strada della Casa Bianca.  Non è del resto un caso che sia stato proprio lo stesso Bannon a dichiarare che la sua rimozione dal ruolo di consigliere strategico del presidente sanciva la fine politica del governo Trump. Un governo che, a detta del fondatore di ‘Breitbart’ era stato commissariato dai banchieri di Wall Street e dai generali legati al potentissimo complesso militar-industriale.

Di certo, segnali a conferma della brutale disamina di Bannon non sono mancati, a partire dalla nomina del genere John Kelly a capo dello staff del presidente. Il conferimento va indubbiamente ad accrescere il peso dell’apparato militare all’interno dell’amministrazione, già ben rappresentato dallo stesso Kelly, che inizialmente era stato posto a capo del Dipartimento per la Sicurezza Nazionale, da John Mattis, segretario alla Difesa, e da Herbert Raymond MacMaster, Consigliere per la Sicurezza Nazionale. È proprio la ‘triade’ militare in oggetto a disegnare le traiettorie di politica estera dell’amministrazione Trump, che attualmente si caratterizza per una spiccata aggressività nei confronti di Paesi non allineati al ‘Washington consensus’ come l’Iran, la Corea del Nord e il Venezuela, oltre che per un atteggiamento di sfida nei confronti dell’asse Mosca-Pechino, attorno al quale tendono attualmente a riunirsi le forze interessate a ridimensionare lo strapotere del dollaro.

Non va inoltre dimenticato l’aumento del contingente militare in Afghanistan ordinato recentemente dal presidente, che così facendo ha posto le basi per un allungamento a tempo indeterminato di una campagna militare che si protrae già da 16 anni senza lasciar intravedere alcuna prospettiva di successo. In aggiunta, va rilevato che lo stesso Trump ha promesso un ragguardevole incremento delle spese militari e patrocinato la sottoscrizione di un colossale accordo militare con l’Arabia nel cui ambito rientra la fornitura di missili, fucili, munizioni, aerei e svariate attrezzature militari a Riad in cambio di 110 miliardi di dollari. Si tratta di manovre che non possono che suscitare una certa soddisfazione tra i giganti del complesso militar-industriale (a partire da Lockheed Martin, Raytheon, Boeing, Northrop Grumman e General Dynamics) nei cui consigli d’amministrazione tendono a sedere sempre più spesso generali in pensioni profumatamente retribuiti per la loro efficacissima attività di lobbying presso il Pentagono.

D’altro canto, Wall Street sembra aver perpetrato una penetrazione negli apparati istituzionali che si occupano di finanza non troppo dissimile, sia per metodi che per portata, da quella realizzata dai generali nei confronti del Pentagono e del delicatissimo comparto della Sicurezza Nazionale. Nello specifico, sono gli ex di Goldman Sachs ad occupare il centro della scena, con l’ex vicedirettore generale della banca Gary Cohn posto a capo del Consiglio Economico Nazionale e l’ex chief information officer Steve Mnuchin che ha finito per arrivare al vertice del Dipartimento del Tesoro.  Sotto la loro tutela, Trump ha rinunciato a rinegoziare il North America Free Trade Agreement (Nafta) – violando uno dei più solenni impegni presi in campagna elettorale – e a introdurre limitazioni allo strapotere di Wall Street. Ha inoltre varato una riforma fiscale che respinge il principio di proporzionalità della tassazione in nome dell’inossidabile dogma reaganiano del trickle down, secondo il quale abbassando il carico fiscale sugli strati più ricchi della popolazione si libereranno risorse da dedicare agli investimenti produttivi, con benefici che ‘goccioleranno’ fino alle fasce sociali meno abbienti.

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