martedì, Novembre 30

L'amaro calice della Giustizia 40

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X PAVANEL

 

C’è una serie tv americana, in onda attualmente su un canale privato, che si chiama “Law & Order”. Il titolo già ne suggerisce la struttura narrativa: poliziotti che indagano sui feroci delitti che insanguinano  le strade di New York, arrestando potenziali colpevoli, e avvocati che ne gestiscono i conseguenti processi.

Scritta benissimo, ben recitata, credibilissima, la serie evidenzia  in modo molto efficace, attraverso la narrazione di vicende ideate con finezza, le difficoltà enormi che la Giustizia incontra nel cammino del suo svolgimento. Nella speranza che questo risulti completo,  soddisfacente per le sacrosante esigenze delle nazioni basate sullo Stato di diritto.

La vicenda, tristissima, del giovane Stefano Cucchi, arrestato per possesso e cessione di droga e poi morto in circostanze quantomeno poco chiare mentre era ricoverato presso l’ospedale Pertini di Roma, ha suscitato un’ ondata di indignazione popolare, divenuta progressivamente sconcerto e disorientamento collettivo, all’ indomani della sentenza dei giudici di appello.  I quali hanno assolto tutti gli imputati, accusati a vario titolo di aver causato la morte del ragazzo. Medici indiziati di gravi inadempienze,  poliziotti sospettati di violenze irragionevoli nei confronti di un detenuto debolissimo e gravemente sofferente.

Un’assoluzione per insufficienza di prove, stridente in modo macroscopico con le immagini, terribili, del povero Stefano all’ obitorio, un corpo smagrito al punto da evocare le foto dei detenuti nei campi di concentramento nazisti, povere ossa  martoriate ricoperte da una pelle segnata da lividi e tracce di evidente natura traumatica.

Il caso Cucchi, se fosse pura  fiction, sarebbe una puntata emblematica di “Law & Order”. Avvocati, sostenuti dal fiero sdegno della famiglia di Stefano e di un’opinione pubblica eccezionalmente compatta, che combattono per il trionfo, sia pure amaro e tardivo, della Giustizia.

Ma la storia di Stefano non è fiction.

In televisione le sceneggiature, scritte da professionisti di alta qualità, raccontano e spiegano con grande, sintetica chiarezza gli snodi essenziali di un processo difficile, le mille insidie presenti sul percorso giuridico volto all’ individuazione di una verità processuale che sia il più aderente possibile alla verità oggettiva. Un percorso accidentato, che nasce e si dipana  tra battaglie anche asperrime tra accusa e difesa e che non di rado porta a esiti che contraddicono le intuizioni dell’opinione pubblica, tipiche del buon senso popolare. Intuizioni spesso giuste  ma che non tengono conto della macchina, complessa e spesso impopolare, del diritto.

E così, accade sempre più di frequente che la magistratura, che gode in Italia di forte e a volte giustificata antipatia, venga giudicata abbastanza sommariamente, soprattutto per via di una comunicazione mediatica implacabile, abilissima nell’ assecondare il mainstream dell’umore popolare, come d’ altronde la maggior parte dei politici è abituata a fare.

Rimane come sempre, caduto sul campo senza pietà e senza una spiegazione plausibile , il cadavere di un ragazzo debole, vittima cui la giustizia appare pervicacemente negata, e a cui nessuno potrà restituire quello che, a conti fatti, resta l’unico bene concesso agli umani con contratto a termine: la vita.    

 

 

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