sabato, Settembre 18

L’altra Europa dei Pirati La voce di un ricercatore e due attivisti: capiamo il presente e il futuro del Partito dei Pirati

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Si chiamano partito, ma preferiscono definirsi movimento. Si professano europeisti, perché sono insofferenti alle frontiere. Non hanno Segretari o Garanti: un Burocrate viene eletto dall’Assemblea, organo sovrano, solo e soltanto per ottemperare agli obblighi di legge. Felynx, attivista del Partito Pirata Italiano (PPI), è portavoce nella misura in cui lo sono tutti gli altri militanti. Ci tiene a precisarlo all’inizio della nostra conversazione. Del resto, la leadership appartiene alla base. In altre parole, tutto ciò che viene deciso è deliberato collettivamente. Dei Pirati nostrani si è parlato molto qualche anno fa. Erano tempi in cui si anteponeva con disinvoltura il prefisso ‘anti’ ad ogni fenomeno politico che trascendesse gli schemi tradizionali. Poi il silenzio.

In Italia sono rimasti ai decimali, anche o forse soprattutto, a causa dei Cinquestelle, ma, secondo analisti e iscritti, Pirati e Grillini si somigliano ben poco. L’uso del web, apparentemente il principale punto di contatto tra i due mondi, è, secondo Felynx, ciò che più li allontana. È una questione di “strumenti e di trasparenza”, spiega. La piattaforma del PP è basata sul software libero. Il loro è un sistema che vuole essere “limpido sia nel codice, sia nell’opportunità che offre di verificare con chiarezza come vengano processate le deliberazioni e i voti”. Al ‘centralismo’ di una società che sviluppa un programma chiuso, contrappongono un modello ‘diffuso’ di democrazia digitale, alternativo e inconciliabile. Ruotano continuamente gli attivisti “nei loro incarichi tecnici, pratici, logistici, di gestione”.

Il nickname, dietro il quale si nascondono molti di loro, è in un certo senso una garanzia dell’orizzontalità. La profilassi contro il contagio da capi carismatici, uomini soli al comando, cerchi magici. Velarsi contro la filosofia dell’apparire. Quando gli viene domandato se sia stato questo rifiuto estremo del leaderismo a condannarli ad un’esistenza senza rappresentanza, Felynx scuote la testa. Se l’elettorato li ha dimenticati e ha scelto il MoVimento, è stato solo “per la rilevanza mediatica di alcuni suoi protagonisti”. Ma quello dei pirati italiani è solo un capitolo all’interno di una storia europea più gloriosa. C’era una volta in Svezia un uomo di nome Richard Falkvinge che parlava di copyright e diritto di autore. Correva l’anno 2006. Il suo verbo si diffondeva con straordinaria velocità da un laptop all’altro. All’Internazionale Pirata delle origini si affiancò pochi anni più tardi un Partito Pirata Europeo, più efficace nella comunicazione e nel coordinamento. Sono diciotto gli Stati membri della piattaforma continentale, ma bastano le dita di una mano per elencare quelli che contano davvero.

In Repubblica Ceca, Germania, Islanda e Svezia la ‘pirateria’ politica è una cosa seria, un’avventura che si è trasformata in una proposta di sistema e che colleziona percentuali da capogiro. Lo scorso ottobre il voto islandese e ceco. Sebbene in calo, nella ‘terra dei ghiacci’ i pirati si sono assestati al 9 %. A Praga un risultato brillante li ha consacrati terzo partito. Nell’ultimo Consiglio del PPE del 18 e 19 novembre i Pirati hanno parlato di CEEP in vista delle elezioni previste per il 2019. In una nota il Partito Pirata Italiano ha spiegato che si tratta del «programma politico scritto collegialmente e ratificato dai vari PP per la campagna elettorale del Parlamento europeo e che ciascun partito usa come nucleo programmatico». Già nel 2014 sperimentavano questo “stimolante e faticoso momento di incontro e confronto” improntato sulla “negoziazione civile tra posizioni diverse”. Parole dell’attivista Aram Gurekian che, commentando gli ultimi sviluppi internazionali, ci ha detto che “l’elezione del Board rispecchia l’importanza che hanno in questo momento i pirati islandesi e cechi per tutto il movimento europeo. Infatti abbiamo eletto come Presidente l’attivista islandese Oktavía Hrund Jónsdóttir, e come sue ‘vice’ la ceca Markéta Gregorova e la francese ‘Antigone”. In Islanda – ricorda Guriekan – c’è statolo scossone politico della primavera del 2016, quando l’ex Primo Ministro David Gunnlaugsson rimase coinvolto nello scandalo dei Panama Papers”. In quella congiunturai Pirati islandesi guadagnarono consensi importanti, al punto da essere a lungo additati come probabili vincitori delle elezioni; nel loro programma si parlava di contrasto alla corruzione, trasparenza istituzionale radicale, chiedevano di trasformare l’Islanda in una sorta di terra-rifugio per gli Whistleblowers. La stessa leader, Birgitta Jonsdottir ha un passato da collaboratrice di WikiLeaks”. Sul fronte ceco, ha continuato Gurekian, “i temi sono stati analoghi”, condensati in un programma che in effetti “insiste molto sulla modernizzazione del Paese, anche qui soprattutto attraverso la digitalizzazione”. La lotta all’opacità è il “fil rouge”, stando alle parole dell’attivista. Ma di liquido, oltre al Feedback che predicano, sembra esserci anche la sostanza del movimento, che cambia forma a seconda del contenitore in cui viene raccolto. Lo conferma un esperto, Ubaldo Villani-Lubelli, che ha studiato a fondo il Piratenpartei teutonico ed è arrivato alla conclusione che sia tutta una questione di specificità nazionali. Dal caso tedesco siamo partiti per interrogarci sulla dimensione europea del fenomeno.

Nel suo libro ‘Piraten Partei. La crisi dei partiti tradizionali e la sfida della democrazia diretta’, dopo aver commentato i successi del 2012, scriveva che il consenso dei Pirati in Germania fosse “leggermente calato” e sembrasse essersi “affievolita” anche la loro forza di attrazione, ma, a suo avviso, si trattava di una flessione fisiologica. Cosa è accaduto dopo?

Inizialmente i Pirati ottennero ottimi risultati alle elezioni regionali. Quello che è avvenuto dopo i successi elettorali è che innanzitutto non sono riusciti a creare una classe dirigente tale da proporsi in maniera credibile anche a livello nazionale e in secondo luogo sono sorti anche dei problemi interni relativi alla scelta del candidato cancelliere, scelta complessa e non priva di polemiche e divisioni interne. Consideriamo che i Pirati in Germania sono stati anche un po’ sorpresi dagli ottimi risultati ottenuti nel 2012 e non sono riusciti a risolvere alcune contraddizioni interne, perché nei Pirati c’era una linea politica esplicitamente di sinistra, che addirittura non escludeva una collaborazione con la Sinistra tedesca, e allo stesso tempo una linea un po’ più rigida, secondo cui i Pirati dovevano avere un approccio poco ideologico e più legato alla linea tradizionale dei Partiti Pirata a livello internazionale. Questi due elementi sono stati fatali nelle elezioni del 2013.

Come è nato in Germania un Partito Pirata?

Il Partito pirata tedesco fu creato nel 2009 dopo la fondazione in Svezia. Iniziarono col presentarsi in alcune elezioni regionali e locali, ottenendo però dei risultati tutto sommato negativi, oscillavano nelle varie elezioni regionali tra l’1 e il 2 %. Ci fu un eccezionale successo a Berlino, ma questo era legato alla realtà specifica rappresentata dalla città. Berlino viene sempre presa a simbolo di tutto il Paese, ma in verità, se la si conosce bene, si percepisce come sia molto diversa. Era una città giovane, in cui c’erano molte start-up, ospitava diverse attività culturali, politiche e sociali e questo favorì il suo successo. I risultati positivi che seguirono furono trainati da quello di Berlino che politicamente e simbolicamente fu molto significativo e mediaticamente molto forte. Il problema di cui parlavo all’inizio fu che da quei successi, anche un po’ gonfiati mediaticamente – perché in realtà i pirati non avevano una classe dirigente tale da poter prendere responsabilità di governo – non sono riusciti a fare il salto di qualità e si vede: molti pirati di allora o non fanno più politica e sono usciti dal partito o sono entrati nella Linke e sono diventati addirittura parlamentari ed è probabile che un altro gruppo si candiderà con la Linke alle prossime berlinesi fra un anno e mezzo.

Se estendessimo il discorso dal caso tedesco al movimento europeo?

Relativamente ai Partiti Pirata, partecipando ai numerosi congressi internazionali, l’impressione che avevo è che ci fosse da una parte la voglia di creare davvero un Partito Pirata Internazionale, e in parte è così, perché esiste e soprattutto anche da parte dei media viene presentato come un movimento molto internazionale, e dall’altra mi rendevo conto di come ci fosse un problema legato alle specificità nazionali. I Pirati hanno avuto discreti successi in Islanda, Svizzera e in altre realtà, ma ad esempio in Germania hanno avuto questo exploit del 2012 e poi di fatto sono spariti dal panorama politico. Io non credo che ci siano delle relazioni tra i successi e gli insuccessi in un singolo Paese che poi ricadono in un altro. Io credo che ogni successo o insuccesso vada letto a livello nazionale e in base alle dinamiche specifiche di un determinato Paese. Le faccio un esempio: in Italia c’era e c’è ancora un gruppo molto ristretto di persone che nel 2012-2013 pensava di proporsi come una forza credibile alle politiche, ma era chiaro che non avessero neanche una chance non dico di successo, ma di essere presi in considerazione, perché erano totalmente schiacciati dal M5S, cosa che non è avvenuta in Germania dove uno spazio politico c’era, tanto è vero che seppur deludente era risultato circa il 3%.

È chiaro che la specificità nazionale sia decisiva, ma mi sembra di rilevare una costante nell’antagonismo dei vari Partiti pirata nazionali con competitor più efficaci su temi apparentemente contigui. È una suggestione?

C’è questa costante certamente. Ovviamente in politica i temi non sono mai gli stessi e a seconda del contesto storico il dibattito politico si evolve e naturalmente tra 2010 e 2012, quando il Partito Pirata in Germania sembrava destinato ad avere i maggiori successi, questo era possibile perché c’erano dei temi, come quello dell’utilizzo della rete in politica, che erano estremamente attuali. Anche se andiamo a rivedere il dibattito pubblico di allora c’era una vastissima centralità politica di questo tema. Questo è ancora così, ma non è più un’esclusiva di alcuni movimenti, è diventato in qualche modo patrimonio di tutti. Io, per esempio, ho seguito le elezioni politiche del 2011: AFD ha utilizzato in maniera estremamente strumentale la rete anche per la propaganda politica e la diffusione a volte di notizie false. Questo si è rivelato particolarmente utile soprattutto per raccogliere consensi relativamente ai problemi relativi all’immigrazione. Ma dov’è la differenza? Oggi la rete è uno strumento per diffondere spesso fake news o notizie verosimili o notizie che possono essere interpretate suscitando i sentimenti più primitivi del cittadino medio. I pirati al contrario avevano un’idea un po’ diversa, la rete come strumento di partecipazione politica e questa differenza è estremamente importante. Un conto è utilizzare FB come propaganda e un altro è utilizzarlo come strumento per la partecipazione politica, come il LiquidFeedback o altre forme di partecipazione.

È stata questa la novità rappresentata dai Pirati?

La rete è uno strumento che può essere utilizzato in diversi modi, io credo che la grande novità introdotta dai Partiti Pirata sia l’utilizzo di strumenti legati al web per cercare di superare o dare una risposta alla crisi della democrazia rappresentativa. E su questo ci sono delle bellissime pagine scritte da Stefano Rodotà. Dobbiamo riuscire a capire come ridare importanza e centralità alle istituzioni politiche che sono danneggiate da questa crisi, trovando gli strumenti migliori, cercando di definire quella che sarà la democrazia del XXI secolo. Secondo me, la rete poteva essere una strada, ma a patto che venissero creati degli strumenti di reale partecipazione politica, non certamente i ventimila che hanno votato un candidato alla Presidenza del Consiglio per il M5S. La partecipazione politica c’è e ci può essere solo quando naturalmente tratteggiamo cifre e numeri un po’ più ampi.

Come commenta il calo dei Pirati registrato alle ultime elezioni in Islanda e il buon risultato messo a segno nella Repubblica Ceca?

Non conosco nel dettaglio le dinamiche interne alle elezioni, ma in Islanda il Partito Pirata, seppur in calo, ha un trend positivo, è stabile ed è comunque un partito che è parte del sistema politico islandese, per cui possono scendere o salire, ma hanno comunque una centralità. Il caso ceco è un po’ diverso, ma ci tengo molto a sottolineare che il successo dei Partiti Pirata in alcuni Paesi è sempre legato a questioni interne. Non si può paragonare il parziale insuccesso in Islanda, il buon risultato in Repubblica Ceca e il fallimento tedesco. Ci tengo a precisarlo, perché creerei connessioni che non sussistono se non in maniera puramente associativa.

Prima accennava a un Partito Pirata Internazionale, ma che ruolo svolge il Partito Pirata Europeo?

Quella europea è una delle migliori espressioni del Partito Pirata: c’è per esempio una parlamentare estremamente attiva soprattutto sui temi legati al copyright che è la tedesca Julia Reda. Esiste un’attività svolta a livello parlamentare di istituzioni europee, dove il lavoro è svolto molto bene. Si registra anche una comunicazione fatta tramite social e un’attività parlamentare estremamente efficace. Il Partito Pirata Europeo, che si candida alle elezioni, è una sorta di rete dei Partiti Pirata nazionali. Se ci sarà la auspicata riforma delle legge elettorale europea – con i parlamentari che spettano al Regno Unito che verranno inseriti in una lista sovranazionale europea – si porrà una vera sfida, perché in quella lista i Pirati avranno l’occasione di proporsi come una delle poche realtà realmente europee. Infatti dobbiamo anche confrontarci col fatto che non abbiamo veri partiti europei, anche quando parliamo di Popolari, Socialisti e democratici in realtà ci confrontiamo con partiti che sono delle sommatorie di diversi soggetti nazionali, non c’è un vero e proprio partito europeo. Se i Pirati riusciranno a giocare bene le proprie carte, avranno un grande chance di presentarsi come partito europeo e secondo me stanno lavorando a questa ipotesi.

C’è coordinamento e comunicazione tra le varie realtà nazionali?

C’è molta comunicazione: a comunicare sono gli stessi programmi e organizzano molte riunioni. Io ho partecipato in passato a diversi incontri e c’è un coordinamento abbastanza efficace. Naturalmente, lì dove ci sono Partiti Pirata che hanno responsabilità politiche più rilevanti, c’è una maggiore influenza di queste aree. È chiaro che l’influenza dell’Italia all’interno di questa rete europea è scarsa.

È un partito post-ideologico?

Tutto sta nel decidere cosa intendiamo per ideologico, nel senso che lo è certamente se ci riferiamo alle ideologie classiche del ‘900. Non lo è se cerchiamo di dare al termine ideologico una connotazione più legata al contesto storico attuale. Il contesto politico in cui oggi viviamo è quello in cui abbiamo un conflitto ideologico perché, pensiamo al problema dei migranti, c’è uno scontro tra le forze che si ritengono ideologicamente contrarie all’accoglienza e quelle forze ideologicamente favorevoli: semplicemente le ideologie sono cambiate, oggi la sfida è diversa, i temi su cui i partiti confliggono sono altri e lo stiamo vedendo a mio avviso in maniera evidente sul tema dell’immigrazione e in parte sull’economia. Se dovessi utilizzare un termine definirei il Partito Pirata come una forza che vuole incarnare una sorta di ‘metapartito’, cioè è più interessato ai processi con cui si crea democrazia piuttosto che alla forma partito in sé e questa è la specificità dei partiti pirata: credere in una forma di metapartito che va oltre l’analisi “che cos’è un partito”, ma che è più interessato ai processi democratici con cui si costruisce la democrazia nel XXI sec.

Per tornare ai contenuti e al caso italiano, colpisce l’importanza data a welfare e reddito di esistenza. Che significato ha questa scelta?

È proprio quello che sostenevo prima in due sensi, il primo è che non abbiamo a che fare con un partito post-ideologico nel senso stretto del termine. Il Partito Pirata negli ultimi anni e soprattutto dopo la crisi di quello tedesco ha preso una strada che è quella di preferire una linea più progressista e vicina ai deboli, più sociale, anche se permane un conflitto tra linea di sinistra e linea più rigorosa, nel senso di nessuna alleanza con nessun partito. In secondo luogo questo riferimento è estremamente interessante, perché a mio avviso dà l’idea di un altro problema: spingere sui temi della rete non funziona in Italia, perché si è schiacciati dal M5S. Lo spazio politico è totalmente occupato da loro e parliamo di un partito che non è molto radicato nel territorio e c’è soltanto a Roma. Secondo me è molto rilevante perché welfare e reddito di esistenza saranno centrali nella campagna elettorale per le europee del 2019 in cui spero e mi auguro che questo movimento possa in qualche modo confrontarsi politicamente e in modo serio con gli altri partiti e, in generale, nel dibattito pubblico italiano ed europeo.

Quali sono le principali differenze con il M5S?

Erroneamente si fa un riferimento al M5S parlando di Partito Pirata dicendo che sono partiti simili o comunque molto vicini, in realtà le differenze sono abissali. A parte il generico riferimento alla rete, i Pirati sono contrari alle leadership, credono veramente in una democrazia diretta, nel senso di utilizzo degli strumenti della rete per migliorare la democrazia del XXI secolo, non quella dell’uno vale uno propagandistico che propongono i ‘pentastellati’ e soprattutto c’è una difficoltà ad elaborare delle posizioni su determinati temi proprio perché c’è questa discussione interna molto democratica: io ricordo che nel 2013 intervistai il leader dei Pirati di allora e gli chiesi se fossero favorevoli agli eurobond. Lui mi disse che non poteva rispondere perché c’era una discussione interna al partito e che stavano discutendo su come dovessero essere realizzati. C’era una discussione in corso e quindi non poteva darmi una risposta. Questo ci dà l’idea di come siano diversi dagli altri partiti. In aggiunta, spesso nei media si fa riferimento ai Partiti Pirata e si fanno rientrare nei movimenti populisti; anche qui sarei più cauto perché il Partito Pirata certamente può prendere dei voti da una parte di cittadinanza un po’ delusa e arrabbiata, ma mi sembra che ci siano delle abissali differenze rispetto al populismo classico.

A proposito di questo, un attivista mi ha riferito che la loro idea progettuale non scade mai “nell’attacco dell’esistente” tout court. Se non è, dunque, un voto di protesta quello che intendono intercettare come possiamo definirlo?

Semmai un voto di nicchia.

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