sabato, Aprile 17

L’alta leggerezza di Franco Cordelli field_506ffb1d3dbe2

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Franco Cordelli

Se mi è venuta l’idea di raccontare il mio incontro con Franco Cordelli non è perché lo giudichi un evento di rilevanza nazionale in grado di appassionare i lettori, ma perché questo piccolo episodio di vita personale mi ha confermato la giustezza di un certo mio riserbo. Il nome di Franco Cordelli è noto quanto quello di un primattore o di un grande regista. Non vi è chi nasconda, nel pronunciarlo, il compiacimento di essere addentro al suo mondo e alla sua conoscenza personale. È un’attitudine molto italiana quella di legarsi al carro dell’altro, ovvero di lasciarsi trainare bene in vista fingendo di macinare chilometri. In poche parole ci si gloria di saperne un po’ di più della vulgata generica, nonché di possedere in catalogo una colorita aneddotica privata di tale spessore da attestare un’invidiabile familiarità con questo o quel personaggio. Il quale, alla fine, non ne può più e gli andrebbe soltanto di mangiare in una trattoria che non assomigliasse a un dopo-teatro ma a una trattoria e basta. E magari parlare del meno, del piccolo con la minuscola, tra ricordi autentici che non lo obblighino a palleggiarsi citazioni a decine… 

Una volta una scrittrice norvegese venne a chiedermi il numero di telefono di Giuseppe Tornatore, come se si trattasse di un vicino di casa e non di un Oscar. E a parte non avere quel recapito, lì ho capito che, fosse stato di casa a Oslo, il regista avrebbe potuto tranquillamente abitare le locali pagine bianche, perché nessun conoscente men che intimo lo avrebbe mai importunato. Noi ci distinguiamo dalla discrezione scandinava, in peggio. Riteniamo che fama e pubblicità siano coincidenti e che l’esser noti per ragioni meritevoli costringa il malcapitato a esporsi al suo prossimo fino alla perdita di sé, e di conseguenza fino a una coatta condizione di clandestinità. Del resto, da parte del soggetto invadente, l’attingere alle altrui fortune è ritenuto quasi un diritto, o quanto meno una sorta di risarcimento nei confronti di quel destino cinico che non ebbe a scegliere lui nonostante la bravura indiscussa. Vaglielo a spiegare, al rompiballe, che se noi tutti sbagliamo, il destino invece no, quello non è baro affatto ed è preciso come la carabina di un piattellista. Non gli entra in testa di esser vittima del proprio auto-inganno piuttosto che di un ingiusto lancio di dadi! 

Se poi tutta questa concionante commedia si svolge a Roma, dovete moltiplicare per tre. Non è solo il caso del campione di calcio a cui non è concessa una pizza senza pagare il pegno di una cinquantina di scatti al cellulare con altrettanti sconosciuti a cingergli le spalle. Il suo omonimo Benigni per strada non poteva passeggiare senza schiamazzi notturni e diurni a disturbarlo. Per non parlare di Carlo Verdone. Perché un prezzo così alto? E perché una pena simile, pur se nel sedicesimo del proprio contesto culturale, dovrebbe patirla un critico teatrale che tra l’altro, da sempre, antepone i concetti ai gusti e le nozioni ai giudizi? 

Sicché in molte occasioni, pubbliche o private, mi era stato consigliato di andare a conoscere Franco Cordelli. Pure attorno alla data di un suo compleanno importante mi era stato vivamente suggerito di presentarmi alla festa in suo onore, ovvero di unirmi arbitrariamente, non solo al coro degli amici più sinceri ma anche a quello dei cantori improvvisati («Fra’ t’è poi arrivata quella drammaturgia tratta da Koltès…?»). Ecco io non riuscivo a dare un senso a un incontro simile, mi sarebbe parso di sprecare una persona, di anticipare nel più insulso dei modi una coincidenza forse migliore, che so, un lampo, un sommovimento, un’esperienza… Dopo di che, qualche settimana fa l’ho incontrato alla presentazione di un suo libro, Declino del teatro di regia, che Giancarlo Cauteruccio aveva organizzato nel suo spazio di Scandicci. «Ma come?!?! Non conosci Franco Cordelli?!?!», mi è stato domandato al colmo dello stupore… Ho risposto un po’ contrito che non era ancora capitato… Non posso dire che quel pomeriggio fosse volato via, perché inevitabilmente, a seguire l’intervento lieve del critico, una specie di trance agonistica si era impossessata di registi e impresari, ciascuno prendendosi la libertà di ripassare il vissuto artistico e le esperienze formative a cui il proprio talento aveva attinto. Provo per queste manifestazioni un sentimento di sincera tenerezza, che nulla ha a che vedere, giuro, con un malcelato fastidio. Gli affanni e le fragilità degli altri non scatenano in me alcun risentimento. Al contrario mi viene da tirar su chiunque stia precipitando in se stesso, e consigliarlo bene, di rallentare, di sfumare, di fermarsi…

Dopo tre ore e passa di lavori mi è stata chiesta una specie di chiosa. Ho provato a dire che era tardi, che le persone rimaste erano probabilmente stanche, ma Cauteruccio ha insistito, sicché ho rispettato il desiderio del padrone di casa. Mi sono avvicinato al palco dei relatori e ho parlato per tre minuti netti. Ho semplicemente avanzato l’ipotesi che tra le ragioni del declino del teatro di regia vi fosse anche il crollo dell’università italiana e, di conseguenza, il totale scollamento tra il mondo accademico e quello delle arti. Quella che era stata una relazione intensa, si era spenta da anni; e dal tramonto di quell’epoca a oggi, Franco Cordelli era rimasto l’unico a pensarlo, il teatro, ogni volta a partire dalle esperienze-chiave e dalle idee che a suo parere stavano all’origine delle opere. Tutto qui. Poi è accaduto che all’uscita dal teatro Cordelli e io abbiamo cominciato a parlare, con una simpatia e un affetto che mi hanno colpito. L’indomani la conversazione è proseguita allo stesso modo. Ho pensato che gli incontri avvenivano così trent’anni orsono, in piena libertà, quando le star della cultura e delle arti non stavano lì per soddisfare le ambizioni del mondo. E allora sono stato lieto di riprovare la stessa soddisfazione di certi incontri del passato. E se il tempo della grande estetica era trascorso, presso alcuni era rimasta una piega di pensiero che si regalava con leggerezza a chi sapeva goderne. È vero, oggi la vita culturale risulta di un’estrema pesantezza e i guru senza adepti ci fanno dormire male. E forse per reazione mi è venuto in mente di salutare un nuovo amico, uno che sa ridere di gusto,  amare le donne e riposare sugli allori. 

 

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