lunedì, Aprile 12

L'Alatiel di David Riondino field_506ffb1d3dbe2

0

Alatiel - David Riondino

 

La Compagnia di Teatro contemporaneo Egumteatro, in collaborazione con l’Associazione teatrale Lo Stanzone delle Apparizioni e l’Accademia di Letteratura Orale L’Ottava, ha presentato il 24 gennaio scorso ‘AlatielNel tempo della nostra mortifera pestilenza’.  Lo spettacolo, andato in scena al Teatro di Rifredi a Firenze,   intende omaggiare Giovanni Boccaccio in occasione dei settecento anni dalla nascita celebrati lo scorso 2013 e fa riferimento alla Settima Novella della Seconda Giornata del Decameron. L’adattamento al testo letterario è curato da Annalisa Bianco e David Riondino, mentre la composizione musicale e l’esecuzione sonora è affidata al musicista Mirio Cosottini. In scena David Riondino e Monica Demuru  –seguiti nella regia da Annalisa Bianco- cantano e raccontano la straordinaria storia di Alatiel

David Riondino -cantante, scrittore, attore, regista e straordinario interprete-  restituisce in questa intervista  il senso dello spettacolo, i suoi contenuti e  la bellezza del testo letterario di riferimento.

Riondino, si è appena conclusa la celebrazione dei 700 anni dalla nascita di Boccaccio.
Sono trascorsi settecento anni dalla nascita di Giovanni Boccaccio. E questo evento  consiglia certamente una serie di revisioni e attraversamenti della mirabile opera dello scrittore fiorentino. L’occasione è in tal senso  propizia, ed  ha condotto me a ripercorrere  l’inesauribile materiale in prosa di  un’opera straordinaria  del patrimonio narrativo della civiltà umana. Per mio conto mi sono trovato ad ideare per ‘Radio Tre‘, nel più ampio contesto di ‘Umana Cosa‘,  una canzone per ogni giornata.  A distanza di anni e al cospetto del mutare dei tempi Boccaccio è, a mio avviso, cantabile e raccontabile. Gli schemi narrativi della sua scrittura hanno dato vita ad eccellenti forme di narrazione che facilmente sono trasposte in musica.

Settima Novella, Seconda Giornata
«Il soldano di Babilonia ne manda una sua figliuola a marito al re del Garbo, la quale per diversi accidenti in spazio di quattro anni alle mani di nove uomini perviene in diversi luoghi; ultimamente, restituita al padre per pulcella, ne va al re del Garbo, come prima faceva, per moglie». La novella narra la storia di  Alatiel. La possiamo considerare come prototipo di una storia d’avventura erotica. La bellissima Alatiel, figlia di un ricco sultano babilonese, si trova a naufragare – lontano da casa – in territorio a lei ostile e sconosciuto. In Spagna prima, in Grecia poi, ella non comprende la lingua del territorio. In questo suo peregrinare – dove capita – Alatiel è in grado di cavalcare la propria sfortuna, di fare cioè buon viso a cattivo gioco. Lei, la più bella del mondo intero, incarna il mito della bellezza.  Nessuno le può resistere. E questo la rende ben presto oggetto di un desiderio irrefrenabile. Numerosi sono gli  avvenimenti che fanno da sottofondo alla sua vicenda: rapimenti, uccisioni in suo nome … Ebbene, nel contesto di questa storia complicata, Alatiel è strappata dalle braccia d’un amante e poi di un altro, ed è colpevole, suo malgrado,  di creare situazioni spiacevoli e di guerra. In quanto amante, e come un amante che si rispetti, Alatiel entra ben presto  nel gioco politico.

Cosa sta a dimostrare questo?
Una cosa essenziale. Che l’Eros domina ciascuno dei movimenti dell’uomo. Ogni pulsione e desiderio. E’ una forza primordiale cui non è semplice resistere. E’ pressappoco impossibile. E qui in modo velato ci rendiamo conto di come riecheggi il mito di Elena, affine alla vicenda raccontata da Boccaccio. Per questo dicevamo precedentemente che la storia raccontata diviene prototipo.

Quale dénoument  -scioglimento-  per questa complicata vicenda ?
Alatiel torna a casa, da suo padre. Racconta  la sua tormentata vicenda, lo informa di quanto accaduto negli anni trascorsi e precisa di essere stata rapita, scambiata e contesa. Lei ammette di essere stata regina e vagabonda. Al culmine di questo viaggio si profila per lei una nuova avventura, quella tutta  umana del matrimonio.  Sin da bambina ella è infatti stata  promessa al Re arabo scelto per volontà paterna e questi si appresa a sposare … 

«Bocca baciata non perde ventura anzi rinnuova come fa la luna» ….
Con questo motto trova conclusione la storia che abbiamo delineato brevemente. L’espressione di Boccaccio suggella in maniera formidabile la vicenda. Quale è il suo significato? Ebbene che l’Eros, in quanto tale, è inesauribile. Esso da’ misteriose risorse e prerogative  a  colui il quale ha intenzione di ricercarlo …

Come tradurre dunque in teatro questa storia d’avventura?
Monica Demuru ed io ci troveremo, al Rifredi come altrove, a puntualizzare e a creare momenti di intermezzo. A cantare, chiacchierare, a  contornare con le nostre voci e le musiche la lettura di un materiale letterario straordinario e molto bello.

Una curiosità?!
Il testo di Boccaccio nella sua costituzione materiale suggerisce momenti di pacata rilassatezza ed armonia, offre momenti di  canto ed intermezzo.  Nella nostra interpretazione ci è gradito ispirarci a questi ampi ritmi narrativi, li vogliamo valorizzare. Il testo del Boccaccio è di per sé ampio;  la novella è infatti tra le più lunghe del Decameron. E a differenza di altre che hanno a che fare con un preciso territorio, questa di Alatiel definisce un più ampio contesto che è quello mediterraneo e  si sviluppa attorno al mare.

In questo gioco scenico come viene introdotta la Peste?
In maniera potente. Così come nell’opera di Boccaccio la Peste è ovunque. E’ cornice, metafora e realtà. Nel testo del Decameron -a ben vedere- essa ha la stessa importanza delle storie narrate. I giovani che si ritirano al sicuro dal contagio della pestilenza si rendono conto di come la Peste -un flagello che in soli sei mesi decima la popolazione e lascia dietro sé 100 000 morti- sia  la forza che disgrega le loro esistenze ed annienta i comportamenti umani. La peste costringe la popolazione alla disonestà, fa esplodere i consueti rapporti umani e cittadini. Sconvolge gli abituali sistemi di relazione, portando con sé sospetto e malvagità.

Cosa, dunque, attende i giovani che vivono appartati? 
Essi vivono in comune e non giorno per giorno. Nel ritiro essi provano a dare ordine alle loro vite. E fanno questo attraverso il racconto. Attraverso la  Letteratura è dato loro di narrare le manifestazioni del loro vissuto, di delineare le sfaccettature esistenziali, sentimentali, personali. Essi conversano serenamente. Ciascun giorno ha il suo Re, il suo tema e dieci racconti che lo illustrano.  Il tema è senza dubbio un riassunto sentimentale dell’umano.

Cosa altro si cela dietro al racconto?
Il racconto è un gesto attraverso cui è possibile porre ordine  -lo abbiamo detto- ma non solo.  Esso è un gesto simbolico e autoriale. Attraverso la narrazione, con armonia, è possibile gestire ciascuno degli eventi del mondo. Raccontare equivale a tradurre e riscrivere ciò che accade.

La fine del racconto… 
Curiosamente il Re dell’ultima giornata suggerisce di tornare in città. Magari a morire. Perché egli decreta la fine del racconto ?  Forse perché si vuole agire prima che la consuetudine dello stare insieme si corrompa. Prima che le abitudini offuschino le forme splendenti iniziali. Il laico esercizio spirituale che compiono i ragazzi del Decameron ammette il ritorno in città e sottintende la fine.  E’ come se dopo un periodo di lontananza i giovani tornassero in trincea, avendo portato con sé la storia del mondo. Come paghi di un mondo immaginato e possibile, essi tornano al reale.

Cosa indica questo?
E’ mia opinione che non sia importante salvare la propria vita, quanto preservare la possibilità nobile di vivere la vita.

Cosa attendere dal vostro lavoro, in ultima istanza?
Uno spettacolo conversato. Che illustri il racconto e che parli con armonia. Un lavoro che dimostri come sia possibile fare canzoni attorno a Boccaccio e sviluppare i suoi ricchi contenuti. Perché questo autore si presta più che altri ad essere tradotto in canzoni, che sono storie d’un modo di raccontare italiano. 

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->