lunedì, Agosto 2

L’Africa armata

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Dakar – «Io sono un militare e porto un’arma, ma vorrei che ci disarmassimo. Allora, cari fratelli, col sostegno di tutti, potremo fare la pace a casa nostra. Facciamo in mondo che a partire da Addis Abeba decidiamo di limitare la corsa agli armamenti tra i Paesi deboli e poveri». Queste parole furono pronunciate all’OUA (Organizzazione dell’Unione Africana), nel luglio 1987 dal Presidente del Burkina Faso, Thomas Sankara (assassinato tre mesi dopo), e lasciò stupefatti i suoi omologhi in un discorso che resterà nella storia come uno dei più incisivi manifesti a favore del disarmo del continente.
Gli anni 80 sono lontani, la caduta del muro di Berlino e la fine della guerra fredda non hanno portato la pace sul continente nero. Con buona pace di molti autorevoli studiosi, che credevano in una nuova idilliaca éra priva di conflitti, si è dovuto dovuto assistere ad una proliferazione e ha un aumento esponenziale dell’attività bellica in tutto il mondo. Secondo una stima del Peace Report attualmente a livello globale sono in corso più di 31 conflitti che rendono il mondo meno pacifico di 30 anni fa e soprattutto chi paga il prezzo più alto in termini di vite umane sono i civili e non più i militari. Secondo dati ufficiali delle Nazioni Unite si è passati dal 20% delle vittime tra i civili nella Seconda Guerra Mondiale al 90% nei conflitti moderni. Con la fine della Guerra Fredda si è assistito a un radicale cambiamento non solo nello scenario politico dell’intero pianeta, ma soprattutto ha portato un sostanziale cambiamento delle guerre e del mercato delle armi. Secondo l’ex Segretario delle Nazioni Unite il ghanese Kofi Annan, le vittime causate dalle armi leggere sono superiori al tributo di sangue versato dalle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki.

Le armi più utilizzate nei conflitti africani sono armi di piccolo calibro dette ‘Salw’ e secondo uno studio stilato dall’Archivio Disarmo su 500 milioni circolanti nel mondo, ben 100 milioni vengono usate clandestinamente in tutto il continente africano. Lo stato del commercio di armi in Africa è incontrollabile e il Trattato internazionale sul Commercio di Armi (ATT) non è sufficiente a fermare questo mercato e si stima che diciotto miliardi di dollari all’anno vengono spesi soltanto nel continente nero.

I trasferimenti di armi all’interno del continente non sono ben documentati, ma ci sono delle tendenze generali che si sono sviluppate negli anni. Spesso si pensa che il mercato si muova sulla dorsale nord-sud, cioè tra USA, Europa verso l’Africa ma la globalizzazione ha inglobato anche l’industria militare. Con la fine della guerra fredda si è assistito a una ristrutturazione delle capacità produttive belliche a livello mondiale. Il declino economico politico dell’Occidente e il sorgere dei nuovi blocchi economici come il BRICS anno fatto dell’Africa un continente dove i vari blocchi si contendono il mercato delle risorse naturali e quello delle armi. La giornalista italiana Ilaria Alpi è stata uccisa nel 1994 in Somalia mentre indagava su una possibile tratta che dall’Italia attraverso la Serbia arrivava fino all’ex-colonia.

Secondo la Stockholm International Peace Research Institute (Sipri: l’Istituto internazionale per la ricerca sulla pace di Stoccolma) la corsa agli armamenti nel mondo ha incrementato il volume del mercato nel periodo che va dal 2010 al 2014, crescendo del 16% rispetto al precedente periodo 2005­-2009. Il continente africano ha aumentato i flussi d’importazione del 45%. I cinque più importanti Paesi esportatori (su sessanta Nazioni prese in considerazione) sono stati nel quinquennio: Usa, Russia, Cina, Germania e Francia. L’Italia ha superato l’Ucraina piazzandosi all’ottava posizione

I Paesi africani che hanno la capacità di produrre armi e munizioni sono pochi. I principali sono: il Sudafrica che è in cima alla lista con il suo apparato bellico che si è sviluppato soprattutto durante il periodo dell’apartheid (circa 700 aziende che operano nel settore militare e che impiegano 22.500), seguita dalla Nigeria, Kenia, Uganda, Tanzania e Zimbabwe. Esistono piccole fabbriche di munizioni in Burkina Faso, Camerun, Guinea e RD Congo. In qualche altro Stato, come il Ghana, ha luogo una piccola produzione artigianale. A parte il Sudafrica che è al diciassettesimo posto al mondo come esportatore di armi, gli altri Paesi hanno capacità produttive limitate e basate su tecnologia importata. Si sa poco sulla destinazione finale della produzione perché molti Stati non hanno mai dato relazione dei loro trasferimenti e della loro produzione al Registro delle Nazioni Unitie.
Molti Paesi comprano armi per il loro uso, ma poi queste sono inviate a un terzo Paese sotto embargo.
Durante la guerra del Darfur, da anni sotto l’embargo delle Nazioni Unite, il Ciad e la Cina hanno rifornito le due fazioni illegalmente.

Un rapporto del Conflict Armament Research group ha individuato un canale di distribuzione tra il Darfur dopo il conflitto, verso il Centrafrica e parla di flussi di armi cinesi che sbarcano nel Sudan e passano attraverso il Ciad. Una buona parte delle armi prodotte da Pechino vengono commerciate anche in Africa, da sempre un buon mercato.

Gli embarghi delle Nazioni Unite, che cercano di bloccare le vendite regolari di armamenti tra Stato e Stato, vengono aggirati proprio da questi traffici clandestini. Diversi flussi di armi provengano dagli arsenali di conflitti conclusi (Darfur, Mali, RDC), da quelli di guerre in atto in aree vicine (Libia, Somalia), dai Paesi ex-colonialisti come la Francia che cercano di mantenere un proprio ordine all’interno delle loro ex-colonie (Repubblica Centrafricana), da governi simpatizzanti e da importazioni esterne all’Africa stessa (Ciad, Sudan). Spesso sono i governi che armano i gruppi ribelli in altri Stati, per aumentare il loro peso politico sulla regione, come sta succedendo in Centrafrica, in Uganda, nel Congo ecc…
Questo meccanismo messo in atto dai Paesi occidentali durante la guerra fredda è simile a quello delle matrioske ed è difficile da spiegare: aprendone una si apre un mondo. Soventemente capita che i trafficanti, poi, sono di volta in volta le stesse forze di sicurezza, militari o ex-militari, mercenari e avventurieri, che trasportano armi come dalla Libia al Mali, dalla Costa d’Avorio alla Liberia. Soltanto nell’Africa occidentale sono state individuate trentotto direttrici del mercato clandestino e il traffico dell’area sahariana è dominato dai gruppi nomadi come i Tuareg che in primis si vendono come mercenari. Si pensa che gran parte dell’arsenale libico fornito dalla Francia durante l’ultimo conflitto sia stato usato e contrabbandato dai 2.000 tuareg provenienti dal disciolto Esercito libico si sono portati le loro armi in Mali, contribuendo al conflitto del 2012 e all’aggravamento delle tensioni già da tempo in atto in questo Paese. Una parte dell’arsenale è stato contrabbandato dal Ciad per armare le milizie Seleka per destabilizzare i Paesi limitrofi. Altri movimenti come LRA (Lord’s Resistance Army) in Uganda vengono armati da Kenia e Sudan.

Il mercato nero delle armi si alimenta e alimenta anche il mercato del narcotraffico. Queste due tipologie di mercato da decenni vanno a braccetto e i loro legami sono stati messi in atto ed esportati in tutto il mondo durante la guerra fredda dalla CIA, com’è avvenuto in precedenza in Colombia e poi in Afghanistan, dove i ribelli che controllano vaste zone dove gli Stati non hanno giurisdizione, coltivavano e smerciavano droga da scambiare con le armi. I Paesi fragili come la Guinea-Bissau o la Guinea-Conakry sono oggi nel mirino dei cartelli latino-americani. Utilizzano le infrastrutture nazionali per ricevere e controllare i loro grossi carichi e strumentalizzano le popolazioni povere per servire i loro interessi.

Nel corso della sua storia millenaria l’Africa ha tracciato la via del sale, quella delle spezie o dell’avorio. Oggi disegna quella della droga e delle armi. Fino al 1990, il continente sembrava essersi tenuto relativamente estraneo a questo commercio. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite contro il crimine e la droga (ONUDC), le cifre dei sequestri rivelano l’aumento costante dei traffici, soprattutto nell’Africa dell’Ovest, pur mantenendosi in dimensioni relativamente modeste perché il mercato non rappresenta che lo 0,3% del totale dei sequestri al livello mondiale. Le statistiche, però, sono poco affidabili perché non tengo conto delle guerre in corso, della porosità dei confini tra Stati e la corruzione e l’inadeguatezza delle forze di Polizia locali. Si presume che molta dell’eroina prodotta in Afghanistan destinata al mercato europeo e americano, passi attraverso l’Africa. I dati destano preoccupazione e fanno presumere che l’Africa sia diventato il crocevia di questo traffico nel mondo. Il 15 febbraio 2010 a Dakar si sono riuniti i Ministri dei sette Paesi dell’Africa dell’Ovest (Gambia, Guinea-Bissau, Guinea, Capo verde, Mali, Mauritania e Senegal) e si sono impegnati a mettere in atto un ‘dispositivo di risposta’ contro il nuovo fenomeno ma al momento gli esperti costatano l’inefficacia della lotta.

Da contorno al mercato delle armi non c’è solo il narcotraffico ma anche il mercato nero delle materie prime sovente gestito dalle multinazionali o dagli Stati, come nel caso della Liberia, dove per anni la Francia ha fornito armamenti al NPFL (National Patriotic Front of Liberia) di Charles Taylor in cambio del legname Nel dicembre 1993, il settimanale austriaco ‘Profil’ riportava come il francese Werner Mehler avesse rifornito Charles Taylor di abbondanti quantitativi di armi e munizioni provenienti dagli arsenali della Romania dopo la caduta del regime di Nicolae Ceaușescu avvenuta nel 1989.
Nel 2002 fu stilato un accordo da 37 Paesi: il Kimberley Process, per cercare di fermare il mercato nero dei diamanti nei Paesi insanguinati da un conflitto, dopo gli scandali emersi dopo la guerra civile in Liberia. Questo non è bastato perché in questo momento alcune formazioni ribelli nella Repubblica Centrafricana si finanziano con i diamanti.
Nelle regioni orientali del Congo da anni è in atto uno dei più sanguinosi conflitti dalla fine della Seconda guerra mondiale. La guerra e le carestie hanno portato alla morte di almeno 5,4 milioni di persone. Questo conflitto è uno dei più brutti paradossi di questo secolo perché alcuni dei più eleganti simboli della modernità (smarphone, computer, televisioni ecc…) sono costruiti con materiali riforniti alle grandi aziende dai ribelli in cambio di armi. Secondo molti attivisti, i produttori di elettronica nascondono la provenienza sui minerali delle zone di guerra dell’Africa. Le associazioni come Raise Hope for Congo si battono per creare maggiore consapevolezza intorno ai prodotti elettronici.

In Africa i costi connessi ai conflitti armati ammontano a circa 18 miliardi di dollari all’anno e annullano gli effetti positivi degli aiuti allo sviluppo e provocano un continuo degrado della società, ma l’idea di quei leader africani morti di vedere un’Africa disarmata è ancora vivo, e molti attivisti che ogni giorno dedicano le loro forze in questi idee.

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