mercoledì, Dicembre 1

L'Africa al Consiglio di Sicurezza ONU? field_506ffbaa4a8d4

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La richiesta di ottenere un seggio permanente presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si inserisce nella conflittualità tra le vecchie potenze occidentali e quelle emergenti, Cina e Russia.
Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna sono contrarie ad un seggio permanente africano per due motivi. Il primo dettato dalla necessità di mantenere il dominio sulle decisioni politiche riguardanti l’Africa, il secondo per non creare un pericoloso asse diplomatico tra Africa, Russia e Cina all’interno delle Nazioni Unite che consolidi le esistenti alleanze economiche in chiave anti-occidentale, con conseguente perdita delle importazioni di risorse naturali dall’Africa.
Al contrario le potenze emergenti sostengono la candidatura africana al seggio permanente proprio per consolidare, sul piano politico, l’alleanza internazionale economica che mira a contenere l’imperialismo occidentale in Africa, sostituendolo con una influenza euro-asiatica, e a limitare seriamente l’afflusso delle materie prime africane, danneggiando quindi il potere industriale e l’economia occidentale in generale.

Richiedere un seggio permanente presso le Nazioni Unite sembra una logica necessità dettata dalla realtà creatasi dopo il crollo del Muro di Berlino, ma non é di facile soluzione. Il primo ostacolo é l’incapacità della Unione Africana di imporre soluzioni appropriate per risolvere le crisi continentali.
In Libia non é stata capace di bloccare il supporto occidentale alle forze ribelli e il successivo intervento militare che ha sostituito la stabilità garantita dal regime del Colonnello Muammar Gheddafi con una guerra civile, e l’espandersi del terrorismo di matrice sunnita in vari Paesi africani.
In Burundi non é stata in grado di mandare un contingente militare per proteggere i civili dallo sterminio attuato dal regime razial-nazista che mantiene illegalmente al potere.
Nessuna valida e indipendente soluzione é stata proposta per la risoluzione dei conflitti in Mali, RCA, est del Congo e Nigeria. Anche gli apparenti successi, quali gli accordi di pace tra le avverse fazioni etniche politiche in Sud Sudan, sono resi fragili dall’impossibilità di presentarsi come un autorevole attore internazionale, dalla sudditanza a interessi regionali ed internazionali, e dall’incapacità di proporre soluzione veramente democratiche che favoriscono l’impunità dei leader che si sono macchiati di crimini di guerra, pulizia etnica compresa.

La debolezza politica della Unione Africana e la mancanza di una visione Pan-Africana, tesa a salvaguardare gli interessi del continente, rende assai difficile stabilire chi potrà rappresentare l’Africa nel Consiglio di Sicurezza.
Sembra irrealizzabile il compromesso che il seggio permanente venga ricoperto dalla Unione Africana, in quanto questa appare entità non ancora rappresentativa del continente.
I singoli Paesi candidati sono: Egitto, Nigeria e Sudafrica. In questo caso l’Africa non sarebbe rappresentata adeguatamente. L’Egitto si concentrerebbe sul riconoscimento della dittatura militare del Generale al-Sisi e sulla stabilità dei Paesi africani che si affacciano sul Mediterraneo, trascurando le problematiche dell’Africa occidentale e Sub-Sahariana o, peggio ancora, utilizzandole come merce di scambio per trarre vantaggi dalle potenze occidentali. Nigeria e Sudafrica utilizzerebbero il seggio permanente per rafforzare la loro politica imperialistica sul continente. Entrambi i Paesi soffrono di gravi conflitti interni (Nigeria) o di mancata democrazia sostituita da interessi mafiosi e clanici (Sudafrica) che condizionano la politica estera di Pretoria.

In questa desolante realtà, la richiesta di un seggio permanente per l’Africa risulta aleatoria, prematura se non dannosa, in quanto artificialmente si tende a non affrontare il vero problema: la mancata unione economica e politica (in primis) del continente.
In queste condizioni qualunque Paese africano che ottenga il seggio permanente non potrà altro che giocare un ruolo subalterno alle vecchie o alle nuove potenze mondiali.

 

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